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	<title>Psicozoo - Notizie e Risposte dagli psicologi &#187; risorse</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Patologicamente narciso</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 15:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
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		<description><![CDATA[Ognuno di noi cerca di vivere in modo da sentirsi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY"><strong></strong><span style="color: #800080;">Ognuno di noi cerca di vivere in modo da sentirsi bene con se stesso: il nostro orgoglio viene aumentato dall&#8217;approvazione e ferito dalla disapprovazione.</span> Ma in alcuni di noi la continua ricerca di “rifornimenti dell&#8217;autostima” tramite conferme provenienti dall&#8217;esterno, eclissa a tal punto tutto il resto, da far parlare gli specialisti di <strong>narcisismo patologico</strong>, termine che indica appunto una sproporzionata preoccupazione per se stessi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/03/narciso.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8465" title="narciso" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/03/narciso.jpg" alt="" width="435" height="325" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Nella mitologia greca Narciso era un giovane innamorato del proprio riflesso nell&#8217;acqua, morto per un desiderio che la sua immagine non poteva soddisfare.</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi sappiamo che le persone patologicamente narcisistiche sono soprattutto persone nella cui vita interiore <strong>manca</strong> qualcosa, che si sentono spesso vuoti, deboli, inferiori e temono di non essere adeguati, rimuginando in continuazione su risorse come la bellezza, la fama, la ricchezza, sull&#8217;<strong>apparenza</strong> piuttosto che sugli aspetti più privati della loro identità. L&#8217;immagine prende il posto della sostanza, e quella che Jung chiamava la <em>persona</em> (la parte di sé che si mostra al mondo), diventa più reale e sicura dell&#8217;essere autentico. Sono persone esibizioniste, distaccate, emotivamente inaccessibili, spesso dal portamento imponente e sicuro di sé, che solitamente anticipano ogni possibile attacco, attaccando. Caratteristiche nella maggior parte dei casi direttamente riconducibili a difficoltà di base con l&#8217;identità e l&#8217;autostima. Arroganza e sicurezza, quindi, si configurano come comportamenti compensatori di un&#8217;interiorità in cui predominano invidia, vergogna e sensi di colpa.</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217;importante soluzione difensiva in cui sono spesso intrappolate le persone narcisistiche è il <strong>perfezionismo</strong>: perseguono ideali irrealistici e se non li raggiungono rispondono al fallimento con la convinzione di avere in sé una grave pecca, non accettando la propria umana fallibilità.</p>
<p align="JUSTIFY">Conseguenza frequente del perfezionismo dei narcisisti è il tentativo di evitare ogni sentimento ed azione che esprima la consapevolezza sia della fallibilità personale, sia di una realistica dipendenza dagli altri. Per questo i narcisisti tendono a denegare rimorso e gratitudine: il primo implica l&#8217;ammissione di un difetto, la seconda vuol dire riconoscere il proprio bisogno. Poiché la persona narcisista tenta di edificare un senso di sé positivo sull&#8217;illusione di non avere né difetti, nè bisogni, teme che l&#8217;ammissione di un senso di colpa o di dipendenza tradisca qualcosa di vergognosamente inaccettabile. Scuse sincere e ringraziamenti sentiti, le espressioni comportamentali di rimorso e gratitudine, saranno quindi rigorosamente evitate in queste persone, che per gli stessi motivi si vergognano anche di chiedere qualcosa, trovandosi per questo in situazioni interpersonali in cui sono profondamente infelici perché gli altri non riescono ad intuire i loro bisogni.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli psicologi del sé hanno coniato il termine “<em>oggetto-se</em>” per indicare quelle persone che alimentano il senso di identità e di considerazione di ognuno di noi attraverso la loro conferma, ammirazione ed approvazione. Tutti hanno oggetti-se e ne hanno bisogno, ma la moralità esige che gli altri siano qualcosa di più di oggetti-se, che si riesca a vederli come realmente sono e nei loro bisogni, e non soltanto nei termini di ciò che fanno per noi. Nella persona narcisista, il bisogno degli altri è profondo, ma il suo amore per loro è superficiale.</p>
<p align="JUSTIFY">La letteratura sostiene che alcune persone si comportano in questo modo perché a loro volta sono state usate come appendici narcisistiche dai loro genitori, o da altre figure di accudimento che li hanno apprezzati non per quello che veramente erano, ma solo per il particolare ruolo che svolgevano, facendo credere al bambino che se fossero stati scoperti i suoi reali sentimenti, specialmente quelli ostili o egoistici, sarebbe stato rifiutato o umiliato. Questa situazione favorisce lo sviluppo di quello che Winnicott ha chiamato “falso-Sè”, e cioè la presentazione di quegli aspetti che conosciamo come accettabili.</p>
<p align="JUSTIFY">Da questa prospettiva, sarebbero i bisogni narcisistici nei confronti di un figlio a creare le condizioni per l&#8217;incapacità dello stesso di distinguere tra i propri sentimenti reali e gli sforzi di compiacere o impressionare gli altri.</p>
<h2 align="JUSTIFY">In qualche modo queste persone sono consapevoli della loro fragilità psicologica, temono di essere messe da parte, sentono ad un qualche livello di consapevolezza di avere un&#8217;identità troppo debole per tenerla insieme e per tollerare le tensioni. <span style="color: #800080;">Questi timori inoltre, vengono spesso spostati in una preoccupazione per la salute fisica, con conseguenti pensieri ipocondiraci e morbose paure di morire.</span></h2>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Autostima e immagine: l&#8217;ABC della prima impressione</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 07:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittoria Nervi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ti sei mai chiesto, dopo un colloquio di lavoro o ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Ti sei mai chiesto, dopo un colloquio di lavoro o il primo incontro con un/una potenziale partner che impressione hai dato?</span> E’ quella che tu volevi? Che impressione vuoi dare di te agli altri?Che immagine vuoi lanciare nel mondo?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/prima-impressione.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8239" title="prima impressione" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/prima-impressione.jpg" alt="" width="332" height="353" /></a></p>
<h2><span style="color: #800080;"> L’ABC della prima impressione</span></h2>
<p><strong>1 la logica non c’entra</strong></p>
<p>Il nostro cervello impiega pochi secondi per mettere l’etichetta su una persona nuova e decidere se è competente,affidabile,simpatica.. oppure il contrario.</p>
<p>Accade in campo professionale e privato in tutte le relazioni.</p>
<p>Il nostro cervello raccoglie rapidamente l’immagine come una Polaroid che si sviluppa all’istante,una fotografia da capo a piedi dell’altra persona,una istantanea che rimane impressa nella memoria:come si veste,come si presenta,come si muove e comunica. Questo primo giudizio non è affatto influenzato dalla logica. Se qualcuno all’inizio ’sente’ a pelle che tu sei una persona con cui non vuole avere a che fare è difficile che si instauri un dialogo,un business o una relazione.</p>
<p><strong>2 è una questione di percentuali</strong></p>
<p>Il giudizio che gli altri danno di te non dipende inizialmente da quello che dici,dalle parole che usi. Prima che tu dica una parola l’altra persona ha già la sua impressione su di te e viceversa.</p>
<p>Più dell’80% della prima impressione dipende dalla immagine che proietti (il tuo stile, gli abiti che indossi, i colori che preferisci, la tua pettinatura…)e dal linguaggio non verbale che usi ( la postura,il tono di voce, i tuoi gesti, le espressioni del tuo viso…)</p>
<p><strong><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/impressione.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-8240" title="impressione" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/impressione.jpg" alt="" width="252" height="252" /></a>L’aritmetica della prima impressione</strong></p>
<p>La prima impressione’ si basa sulla regola del 4×10</p>
<p>Secondo questa regola ognuno si forma la prima impressione di un’altra persona da:</p>
<p>1. primi 10 secondi</p>
<p>2. primi 10 passi</p>
<p>3. prime 10 parole</p>
<p>4. primi 10 cm del viso</p>
<p>Al telefono bastano 45 secondi. Negli incontri faccia a faccia occorrono circa 4 minuti.</p>
<p>Nei primi  secondi si colgono e si giudicano gli aspetti più immediati e visibili poi la tendenza è quella di confermare quello che hai captato in prima battuta</p>
<p>Pensa per esempio ad un colloquio di lavoro</p>
<p>La  parte più importante per i primi minuti del colloqui è costituita da tutto ciò che “non è parola”, il non-verbale.</p>
<p>Se fai una buona impressione allora hai buone chance per il resto</p>
<p>Quando dai una cattiva impressione quella rimarrà a lungo e non importa quello che farai per riaggiustare il tiro.Non è giusto..d’accordo..ma è un fatto. Certo la prima impressione può essere sbagliata e si può cambiare col tempo. Puoi,come tutti, prendere autentiche cantonate, supervalutare una persona che non se lo merita o evitare qualcuno che è davvero in gamba perché la prima opinione che ci facciamo dipende da aspetti emozionali.</p>
<p><strong>3 i  quattro  filtri</strong></p>
<p>Come si forma la prima impressione?In maniera subliminale. L’altra persona ti vede con i suoi occhi e ti giudica non solo se sei simpatica,competente,affidabile,sicuro di te o no ma anche quanto lo sei. Per farlo usa in maniera tutta personale 4 filtri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1 la tua credibilità</strong></p>
<p>La credibilità è un insieme di elementi diversi:onestà, intelligenza,sincera affidabilità,sicurezza di sé,competenza.</p>
<p><strong>2 la tua simpatia</strong></p>
<p>La simpatia è una questione di pelle,di capacità di mettere a suo agio l’altra persona e cosa potresti avere in comune con lei. Questa simpatia viene comunicata attraverso il tuo comportamento,i tuoi vestiti,la tua voce,l’età,l’esperienza,l’appartenenza o meno allo stesso genere o nazionalità.</p>
<p><strong>3 il tuo fascino personale</strong></p>
<p>Il fascino che eserciti sugli altri è una alchimia di come presenti te stessa a 360° (il tuo corpo, le tue emozioni,i tuoi pensieri,la tua anima) e come traduci tutto questo nella tua immagine. Il tuo total look comunica direttamente quanto stimi te stessa, quanto ti rispetti e quanto sei sicura di chi sei e cosa sai fare. Vorrei fare due citazioni di una icona della bellezza</p>
<p>Il sex appeal è qualcosa che ti senti dentro.</p>
<p>Posso trasmetterlo in ugual misura quando sono completamente vestita, quando raccolgo mele da un albero o quando me ne sto ferma sotto la pioggia.</p>
<blockquote><p><em>La mia vittoria più grande è stata quella di essere capace di convivere con me stessa, di accettare i miei difetti… Sono molto lontana dall’essere umano che vorrei essere. Ma ho deciso che non sono tanto male, dopo tutto.</em></p>
<p>Audrey Hepburn</p></blockquote>
<p><strong> 4 la fiducia in te stesso</strong></p>
<p>Tutto parte da te, da quanto conosci le tue doti,le tue qualità,le risorse che puoi mettere in campo nel mondo,da quanto dai spazio al tuo valore e quanto credi in te stesso.Se la fiducia è scarsa ti sottovaluti,hai paura di prendere l’iniziativa,di farti notare,di far rispettare il tuo spazio,le tue idee.</p>
<p>Forse costruisci una immagine poco autentica per sentirti a tuo agio e gli altri lo captano</p>
<h2>L’immagine è presentare e comunicare al meglio chi sei. Ci vogliono 30 secondi&#8230;e hai già dato agli altri la prima impressione.</h2>
<h2><span style="color: #800080;">Se dai la giusta impressione e comunichi con successo la tua personalità e le tue capacità gli altri risponderanno di conseguenza.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;adolescenza</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’adolescenza è quel periodo di vita che va indicativamente dagli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L’adolescenza è quel periodo di vita che va indicativamente dagli 11 ai 22 anni, caratterizzato da una serie di rivoluzioni e cambiamenti a livello fisico, morfologico, sessuale, cognitivo e sociale.</span></h2>
<h2>Questi molteplici e profondi stravolgimenti portano chiaramente una forte carica ansiogena che l’Io dell’adolescente interpreta come pericolosa per la propria integrità e contro la quale attua delle misure di difesa.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/giovani.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8135" title="giovani" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/giovani.jpg" alt="" width="479" height="323" /></a></p>
<p>Secondo <strong>Grossman</strong>, le caratteristiche stesse del periodo adolescenziale porrebbero il ragazzo o la ragazza in questione di fronte a dei fattori di rischio. Oltre alle difficoltà stesse dello sviluppo, la quantità e la qualità di risorse personali, identificabili nella personalità e nel temperamento, e di quelle interpersonali (vedi il supporto famigliare e/o sociale). Per far fronte a queste difficoltà, l’Autore individua dei fattori di protezione che aumenterebbero la capacità di resilience, la capacità di “resistere agli urti”. Questi fattori sono, ancora una volta, da individuare a tre livelli. Personale, dove troviamo la stima di sé stessi o il locus of control (la tendenza ad attribuire gli eventi che accadono alla propria responsabilità o a cause esterne al di fuori del proprio controllo), familiare, come ad esempio una buona comunicazione tra genitori e figli che permetta di risolvere in maniera adattiva le normali conflittualità, e infine a livello socio-ambientale rappresentano dei buoni fattori di protezione l’avere una solida rete sociale e il confronto con diversi adulti significativi.</p>
<p><strong>L’ingresso nella fase puberale</strong> è la manifestazione esterna più eclatante dell’inizio dell’adolescenza. I ragazzi e le ragazze la affrontano in maniera diversa, se per i primi sembra più preoccupante un ritardo nello sviluppo rispetto al proprio gruppo di pari, per le ragazze e invece più problematico andare incontro ad uno sviluppo precoce. Questo è spiegabile con il fatto che mentre per i ragazzi non ancora entrati in fase puberale il confronto con i coetanei è fonte di insicurezza e inquietudine, per le ragazze, è lo sviluppo precoce che porta con sé il rischio di essere trattate come giovani donne quando la maturazione emotiva e intellettiva è ancora lontana dall’essere raggiunta.</p>
<p>Con l’ingresso nella fase puberale, riprende anche lo <strong>sviluppo sessuale</strong>, l’adolescente esce dalla fase di latenza e la curiosità verso l’altro sesso è sempre più evidente. Anche qui, questi stimoli sono spesso vissuti con un forte senso di angoscia e di vergogna. Spesso gli adolescenti non riescono a ricevere le informazioni di cui hanno bisogno o non hanno affatto lo spazio per porre le domande che più li preoccupano riguardo la sfera sessuale. Secondo un’ottica psicoanalitica, inoltre, è questo il periodo in cui si ripresentano eventuali traumi o blocchi che fanno riferimento allo sviluppo psicosessuale dell’infanzia.</p>
<p>L’ingresso nell’adolescenza comporta anche un <strong>cambiamento intellettivo</strong> definito da Piaget come pensiero “ipotetico-deduttivo”. In pratica, a differenza del bambino, l’adolescente scopre man mano di essere in grado di raffigurarsi una situazione ipotetica e immaginare diverse situazioni alternative senza bisogno del dato reale. Questa possibilità di pensiero comporta la scoperta che tutto ciò che l’adolescente ha imparato fino a quel momento è criticabile e non necessariamente vero. In primo luogo, sono i genitori ad essere riconosciuti non più come onnipotenti e onniscienti, ma come passibili di errori. Se questa situazione pone le basi per una salutare separazione dal nucleo familiare e per la propria individuazione, genera ovviamente anche una forte dose di angoscia per la mancanza improvvisa di certe e punti di riferimento.</p>
<p>Tutte queste angosce e difficoltà sono talmente profonde che l’Io dell’adolescente non può affrontarle contemporaneamente e costantemente. Per questo lo sviluppo verso il diventare adulti è un processo non lineare, che comprende degli arresti e non procede in maniere omogenea su tutti i livelli della personalità.</p>
<p><strong>Se si ha un adolescente in famiglia</strong> non bisogna allarmarsi quindi di fronte ai repentini cambiamenti dello stesso. Una regressione temporanea verso comportamenti più infantili, a volte magari anche bizzarri, è facilmente ricollegabile ad una momentanea esigenza di sottrarsi al compito della crescita. Come anche episodi di forte aggressività verbale o ostinati mutismi, sono esempi di strategie che l’adolescente mette in atto con i mezzi che ha a disposizione per riuscire nel difficile compito di individuare il proprio Sé senza isolarsi dal mondo.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Un atteggiamento attento a fornire sostegno e protezione senza essere invadenti, e contemporaneamente delle chiare e semplici linee guida dei comportamenti tollerati e non sono sicuramente una buona base per affrontare e insieme superare questa impegnativa fase di sviluppo dell’individuo.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo stress degli operatori sociali: il burnout</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout può essere definito come una sindrome di <span style="color: #800080;"><strong>esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale</strong></span>, che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente.</h2>
<h2><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8130" title="medico-donna-482.jpg_370468210" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg" alt="" width="482" height="300" /></a></h2>
<h2>I principali destinatari, infatti, sono gli operatori delle cosiddette “helping profession”, cioè quelle professioni caratterizzate da:</h2>
<p>-          Uno stretto contatto tra operatore ed utente:</p>
<p>-          Situazioni in cui è richiesta la presenza costante dell’operatore;</p>
<p>-          Contesti che presuppongono un forte coinvolgimento emotivo alle problematiche dell’utente.</p>
<p>Rientrano in questa categoria, quindi, sia il personale sanitario e gli operatori sociali, che gli insegnanti.</p>
<p>È importante sottolineare come il burnout non sia un fenomeno legato solo al disagio individuale, ma è, invece, un malessere organizzativo generalizzato. Ciò è una delle <strong>differenze tra stress e burnout</strong> in quanto, il primo, riguarda prettamente la sfera individuale. Altre differenze riguardano, inoltre, il fatto che: lo stress è più caratterizzato da dimensioni fisiche, mentre il burnout da quelle emotive; lo stress ha una natura momentanea, mentre il burnout cronica; infine, nello stress il deterioramento della dimensione personale è una conseguenza, mentre nel burnout ne è una caratteristica intrinseca.</p>
<p>Maslach identifica tre <strong>fasi di sviluppo</strong> del burnout:</p>
<p>1)      In una prima fase, l’operatore si trova a dover affrontare una situazione di sovraccarico, che lo conduce ad un esaurimento emotivo, ciò avviene in quanto l’operatore percepisce un eccessivo divario tra le richieste che sente provenire dal mondo del lavoro e le sue risorse disponibili;</p>
<p>2)      L’operatore reagisce con atteggiamenti eccessivamente distaccati e burocratici: è la fase delle depersonalizzazione;</p>
<p>3)      Durante l’ultima fase, invece, si ha una ridotta realizzazione personale, con il conseguente abbassamento del livello di autostima.</p>
<p>I <strong>sintomi</strong> del burnout comprendono l’area:</p>
<p>-          Psichica: si fa riferimento a sintomi tipici degli stati ansioso-depressivo (riluttanza nel recarsi al lavoro, apatia, demoralizzazione, difficoltà di concentrazione, insonnia, instabilità, paure immotivate ed eccessive, ecc…), a sentimenti di distacco emotivo e perdita della capacità empatica, rifiuto ed ostilità verso gli utenti ed i colleghi, svalutazione professionale;</p>
<p>-          Comportamentale: assenteismo, disinvestimento dalla realtà lavorativa (es. presenziare passivamente alle riunioni senza intervenire), reazioni emotive violente ed impulsive sia verso gli utenti che verso i colleghi, tabagismo ed assunzione di sostanze psicoattive;</p>
<p>-          Fisica: senso di esaurimento e fatica, mal di testa e disturbi gastrointestinali, insonnia, vulnerabilità alle malattie e cambiamenti delle abitudini alimentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le <strong>cause</strong> del burnout riguardano sia fattori situazionali che personali.</p>
<p>Nella prima categoria rientrano, ad esempio, una comunicazione interna insufficiente, cause estrinseche relative al lavoro (scarsa retribuzione, straordinari poco retribuiti) ed all’utenza (utenti cronici, sovraccarico di lavoro e richieste troppo difficili) e fattori extraorganizzativi (nuovi stili di vita, venir meno dei sistemi di sostegno primari).</p>
<p>Per quanto concerne i fattori personali, invece, si fa riferimento sia a tratti di personalità (ansia nevrotica, locus of control esterno, introversione, ruolo delle esperienze personali) che ad aspettative professionali.</p>
<p>Il principale <strong>strumento</strong> di indagine per la rilevazione del burnout è il MBI &#8211; Maslach Burnout Inventory. Questo è un questionario, formato da 22 item, su scala Likert a 6 punti.</p>
<p><strong>L’intervento</strong> del burnout si articola su più livelli:</p>
<p>1)      Programmi di sviluppo professionale: gli operatori possono essere incoraggiati a ridurre il livello di stress lavorativo pianificando adeguatamente il lavoro, fornendo fonti alternative di gratificazione, utilizzando strategie quali il corretto utilizzo del tempo, ecc…;</p>
<p>2)      Cambiamento delle mansioni e delle strutture d ruolo: rendere i ruoli e le strutture flessibili, limitare il numero di utenti e distribuire i compiti più difficili e meno gratificanti tra tutti i membri dello staff;</p>
<p>3)      Miglioramento della gestione;</p>
<p>4)      Problem solving;</p>
<p>5)      Chiarezza degli obiettivi e dei modelli di management: rendere chiari e compatibili gli obiettivi, investire sulla formazione, sviluppare un adeguato modello gestionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        Licciardello, O., Costantino A. &#8211; a cura di &#8211; (2007) <em>Quale formazione continua? Climi relazionali e qualità della professionalità delle organizzazioni di servizio. </em>Bonanno Editore, Acireale &#8211; Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Sii perfetto!&#8221;: come ci impediamo di guarire</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 07:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Belleggia</dc:creator>
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Diversi autori di Analisi Transazionale, la teoria psicologica nata negli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img title="kidglass" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/kidglass.jpg" alt="" width="567" height="282" /></p>
<h2><span style="color: #800080;"><strong>Diversi autori di Analisi Transazionale, la teoria psicologica nata negli anni Sessanta e che ha avuto come maggior portavoce Eric Berne, sostenevano quanto fossero importanti i messaggi verbali e non verbali (espressivi, corporei), che i genitori inviano al bambino, per la costruzione della sua visione di se stesso, degli altri, del mondo. E quanto questa visione influenzi le sue prime decisioni relative a sé e alla vita.</strong></span></h2>
<p>Alcuni di questi messaggi genitoriali sono stati definiti messaggi spinta. Infatti, sono dei veri e propri comandi del genitore affinché il bambino faccia qualcosa. Questi, quando riceve tali comandi, sente una coazione a seguirli, poiché è convinto di poter essere amato fintanto che continuerà a comportarsi come il genitore gli dice di fare. Uno di questi messaggi spinta è quello che dice: &#8220;sii perfetto!&#8221;.</p>
<p>Il comando ad essere perfetto può consistere nel prendere sempre il voto più alto a scuola, oppure nel non sporcarsi mai i vestiti, oppure ancora nel cominciare a fare qualcosa solo se veramente sicuro di poterla fare perfettamente.<strong> La spinta ad essere perfetto è, a mio avviso, uno dei messaggi genitoriali che il bambino segue, che influenzano di più, da adulto, il suo percorso di guarigione, e in particolare la percezione che egli ha dei propri cambiamenti durante la terapia.</strong> La percezione non sarà allora aderente alla realtà, ma ad un ideale di perfezione soggettivo.</p>
<p>Spesso, chi ha una forte spinta ad essere perfetto, ha un&#8217;idea perfetta su come dovrà diventare alla fine della terapia, e su come la sua guarigione possa essere tale solo qualora implichi l&#8217;assenza totale di sintomi e di emozioni &#8220;spiacevoli&#8221;. Quando la persona vuole essere perfetta a tutti i costi, perché è l&#8217;unico modo che conosce per essere sicura di contare qualcosa per gli altri ed essere stimata, è molto probabile che anche quando proverà ad immaginare la propria guarigione, di qualunque natura essa sia (psicologica o fisica), la immaginerà aderente al proprio ideale di perfezione: &#8220;se guarisco perfettamente, allora valgo qualcosa&#8221;.</p>
<p><strong>Oltretutto, i modelli sociali, oggi, rinforzano moltissimo questo modo di pensare:</strong> va bene solo ciò che non ha difetti e risponde a certi ideali di perfezione. La sofferenza e l&#8217;imperfezione, sia psicologiche che fisiche, sono viste sempre di più come qualcosa da far passare in fretta, perché rivelano la fragilità umana. Ed ecco che allora quando abbiamo un raffreddore dobbiamo prendere di corsa qualcosa di chimico che ce lo faccia passare, piuttosto che aspettare che il nostro corpo attivi le sue difese naturali e lo combatta. Allo stesso modo, quando viviamo una sofferenza, cerchiamo di eliminarla senza farci il regalo più bello: scoprire le risorse che abbiamo per affrontarla e scoprirci forti nella nostra fragilità. Quando dico ai miei pazienti che la guarigione esiste ho in mente una concezione della guarigione che non è la cura del sintomo, e quindi l&#8217;eliminazione dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti &#8220;imperfetti&#8221;. La guarigione che intendo è il raggiungimento dell&#8217;armonia e dell&#8217;equilibrio, concetti da cui quello della perfezione è enormemente distante. Dell&#8217;armonia non si può certo dire che sia perfetta, visto che per definizione è l&#8217;integrazione di elementi opposti. Allo stesso modo non c&#8217;è niente di più instabile e imperfetto dell&#8217;equilibrio il quale, appena viene raggiunto, è necessario subito cominciare a fare un lavoro durissimo per non perderlo di nuovo.</p>
<p><strong>Pensare al funambolo in equilibrio sulla fune aiuta a capire ciò che sto dicendo.</strong> Questi allena braccia, gambe, ginocchia, e la propria mente alla concentrazione, e mette tutte queste abilità insieme quando sta per cadere. Comincia a fare movimenti disarmonici e sgraziati, che nulla hanno di perfetto, se non l&#8217;intenzione di rimanere in equilibrio. La guarigione, e quindi la salute, &#8220;non è assenza di malattia, ma armonico funzionamento dell&#8217;uomo, inteso nella sua unità mente-corpo e inserito nel proprio ambiente&#8221; (Frigoli, Cavallari, Ottolenghi, 2007). Comunicare alle persone quanto la salute possa essere definita tale nonostante ci siano dei sintomi fastidiosi nel corpo e delle difficoltà psicologiche nell&#8217;affrontare un problema, è un primo passo per aiutarle ad abbandonare la spinta ad essere perfette, almeno nella terapia. Mi piace stabilire insieme ai miei pazienti degli obiettivi &#8220;imperfetti&#8221; a cui arrivare e poi verificare insieme a loro se e in quale &#8220;modo imperfetto&#8221; ci siano arrivati. La guarigione esiste, ed è molto efficace porla come obiettivo finale, arrivandoci con gradualità e dando valore ai propri cambiamenti, piuttosto che alimentare frustrazioni perché non la si può raggiungere immediatamente e perfettamente.</p>
<h2><span style="color: #800080;"><strong>La realtà è che non esiste niente di immediato e di perfetto che sia anche autentico e che abbia a che fare con l&#8217;essere umano. La perfezione è una grande bugia che dicono alcuni genitori, e quando li &#8220;scopriamo&#8221; possiamo imparare a perdonarli e darci finalmente il permesso di vivere una vita imperfetta e felice.</strong></span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per approfondire:</strong></p>
<p>Frigoli D., Cavallari G., Ottolenghi D., <em>La psicosomatica. Il significato e il senso della malattia</em>, Xenia Edizioni, 2007</p>
<p>Stewart I., Joines, V., <em>L&#8217;Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani,</em> Garzanti, 1990</p>
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		<title>La Giornata Mondiale della Salute Mentale 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla ricerca i 10 consigli per potenziare il proprio benessere ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Dalla ricerca i 10 consigli per potenziare il proprio benessere psicologico</span></h2>
<h2><span style="color: #800080;"> 10 ottobre 2011:</span> un giorno per riflettere e per favorire, a livello mondiale, una maggiore consapevolezza sulle tematiche riguardanti la prevenzione, la promozione e le cure nell’ambito della salute mentale.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/salute-mentale.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7913" title="salute mentale" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/salute-mentale.jpeg" alt="" width="470" height="352" /></a></p>
<p>Quest&#8217;anno il focus dell’attenzione si concentra sulla gestione delle risorse globali umane e finanziare, che risultano purtroppo inadeguate, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. Da qui, la necessità di programmare maggiori investimenti in questo campo  e migliorare i servizi  già esistenti, rendendoli accessibili ad una fascia sempre più ampia di popolazione.</p>
<p><strong> Ma cosa si intende per “salute mentale”?</strong></p>
<p>Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute mentale non corrisponde ad una mera assenza di psicopatologia, ma viene descritta come uno stato di benessere, che si determina quando riusciamo ad esprimere le nostre potenzialità, quando ci sentiamo in grado di affrontare  le normali difficoltà della vita, quando possiamo lavorare in modo produttivo e quando contribuiamo al bene della nostra comunità.</p>
<p>La salute mentale e il benessere psicologico, dunque, non sono concetti astratti, ma riguardano da vicino le nostre famiglie, le scuole, i luoghi di lavoro. Come la salute fisica, anche quella mentale è determinata da un insieme di fattori sociali, psicologici e biologici ed è importante salvaguardarla in ogni fase dell’esistenza. Tutti dovrebbero prestare maggiore attenzione a questo tema, ogni cittadino, ogni politico, ogni istituzione.</p>
<p>Mantenere la salute mentale, infatti, non è sempre facile. Le preoccupazioni e le ansie legate alla crisi economica, le pressioni dovute a problemi personali, familiari o lavorativi, possono compromettere seriamente la salute psicofisica di un individuo, in termini di umore, di relazioni e di funzionamento generale.</p>
<p>In questi casi è fondamentale ricorrere all&#8217;aiuto di un professionista. I disturbi mentali sono frequenti, ma oggi abbiamo a disposizione molti trattamenti sicuri ed efficaci per combatterli e per tornare a sentirsi in forma.</p>
<p><strong>Come si mantiene una buona salute mentale?</strong></p>
<p>Anni di ricerche e di studi in questo campo dimostrano chiaramente che è possibile potenziare e mantenere il proprio benessere psicologico, anche in situazioni critiche, e, per raggiungere questo importantissimo obiettivo, gli esperti suggeriscono 10 strumenti di provata efficacia, indispensabili per poter vivere al meglio la vita.</p>
<p>1.Essere in contatto con gli altri. Le ricerche evidenziano che chi si sente coinvolto nei legami interpersonali è mediamente più felice, più sano e vive più a lungo.</p>
<p>2.Essere positivi. Le persone che si concentrano regolarmente sugli aspetti positivi della loro vita sono meno turbate da ricordi dolorosi.</p>
<p>3.Mantenersi fisicamente attivi. L’esercizio allevia la tensione muscolare, migliora l&#8217;umore e il sonno, aumenta l’energia e la forza.</p>
<p>4.Aiutare gli altri. Gli studi suggeriscono che aiutare altre persone rende meno inclini all’umore depresso e meno focalizzati sul proprio dolore.</p>
<p>5.Riposare a sufficienza. Chi non dorme abbastanza è maggiormente esposto ad un serie di rischi (aumento di peso, problemi di memoria, problemi nella guida).</p>
<p>6.Creare gioia e soddisfazione. Sperimentare emozioni positive può accrescere la capacità di riprendersi da un forte stress.</p>
<p>7.Mangiare bene. Cibi sani e pasti regolari possono aumentare l’energia, ridurre il rischio di sviluppare alcune malattie e migliorare l’umore.</p>
<p>8.Prendersi cura della proprio spirito. Le persone che dedicano tempo e cure alla propria sfera spirituale sembrerebbero essere più sane.</p>
<p>9.Affrontare meglio i momenti difficili. Le persone che ricevono aiuto e supporto, che cercano di risolvere i problemi in modo funzionale o che si concentrano sugli aspetti positivi della loro vita tendono a gestire molto meglio i periodi stressanti.</p>
<p>10.Ottenere un aiuto professionale, se necessario. Quando sembra che le difficoltà impediscano di vivere bene, ricevere un supporto professionale può fare una grande differenza. Non c&#8217;è bisogno di essere totalmente in crisi per chiedere aiuto. Il sostegno di un professionista della salute mentale, infatti, può essere utile anche per elaborare dei piani di soluzione ai problemi, per affrontare dei cambiamenti, per imparare a gestire i propri pensieri e le proprie emozioni, per “guarire” dalle ferite del passato, per capire i propri obiettivi e per costruire la fiducia in se stessi. Le persone che ottengono un aiuto professionale si sentono, in genere, molto meglio. Ad esempio, alcune terapie per il disturbo di panico raggiungono un tasso di successo del 90 per cento circa.</p>
<p>I trattamenti che si utilizzano per un problema di salute mentale possono essere di tipo psicologico (come la psicoterapia) o di tipo farmacologico; in alcuni casi, si utilizzano entrambi.</p>
<h2>Questi 10 strumenti non richiedono drastici cambiamenti per essere utilizzati. <span style="color: #800080;">Basterà dedicare loro un po’ di tempo ogni giorno per fortificare uno dei beni più grandi, la salute mentale, ritrovando così l’energia vitale, la positività e la speranza, anche di fronte alle sfide della vita.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Superare il fallimento: le strategie efficaci</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Saper perdere può costituire un grande vantaggio. Troppe volte, invece, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY"><span style="color: #800080;">Saper perdere può costituire un grande vantaggio. Troppe volte, invece, ci soffermiamo sugli aspetti negativi dell’insuccesso, ignorandone le potenzialità.</span> William Arthur Ward, scrittore ed insegnante americano del secolo scorso, diceva che “ il fallimento non è fatale. Il fallimento dovrebbe essere il nostro maestro, non il nostro becchino. Dovrebbe spingerci verso nuove stimolanti sfide, non gettarci nelle profondità della disperazione.”</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/superare-fallimento.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7755" title="superare fallimento" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/superare-fallimento.jpeg" alt="" width="462" height="346" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Oggi, anche i ricercatori sono giunti alla stessa conclusione. In un recente studio, Madsen e Desai (2010) hanno scoperto che, in termini di apprendimento, la lezione che una sconfitta ci insegna viene ricordata molto più a lungo delle informazioni collegate ad una nostra vittoria.</p>
<p align="JUSTIFY">In genere, però, le persone non hanno un buon rapporto con i loro piccoli o grandi insuccessi. Ho già descritto, nel mio precedente articolo, quanto lasciarsi dominare dalla paura di fallire o di essere rifiutati possa portare a conseguenze disastrose, in termini di autostima e di risultati concreti.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa fare allora? Alcune strategie efficaci possono aiutarci a trasformare una sconfitta in una rampa di lancio verso il miglioramento e la crescita.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non è la fine del mondo</strong> &#8211; La prima cosa da capire, quando non riusciamo a raggiungere un obiettivo, è che non dobbiamo farne un dramma. Si può sempre risorgere, qualunque sia l’entità della perdita. In alcune occasioni, infatti, tendiamo ad essere eccessivamente catastrofici, immaginando conseguenze irrimediabili (“è finita”, “senza di lei/lui non sarò mai più felice”, “sono condannato a..”). Tuttavia, le nostre aspettative pessimistiche non corrispondono quasi mai alla realtà dei fatti.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cadere è normale</strong> – Gli insuccessi dovrebbero essere<strong> </strong>considerati eventi normali &#8211; in una certa misura, inevitabili &#8211; e potenzialmente positivi, che vanno accettati e non demonizzati. Non possiamo pretendere che la nostra esistenza sia solo un susseguirsi di cose entusiasmanti. Certo, cerchiamo di massimizzare i buoni risultati e di ridurre al minimo le sconfitte, ma pensare che sia possibile evitarle del tutto è pura illusione.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Non durerà per sempre</strong> &#8211; Come insegna Martin Seligman (1990), se riteniamo che la causa del nostro fallimento sia permanente (“sono stupido”, “sono brutto”, “sono banale”) non faremo niente per miglioraci. Se invece crediamo che la causa sia temporanea (“ero solo un po’ stanco”, “non mi sono impegnato abbastanza”, “sono in sovrappeso”) allora potremo agire per cambiarla e raggiungere la meta.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Recuperare l’autostima</strong> – E’ importante riconoscere i propri errori e assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Ma questo non significa che la sconfitta sia sempre e solo colpa nostra (pensiamo ad un licenziamento a causa della cattiva gestione di un’azienda, ad un amico che smette di frequentarci semplicemente per mancanza di tempo). Passare ore interminabili ad incolparci di quello che è successo serve solo a consumare preziose energie mentali, che potrebbero essere utilizzate per trovare soluzioni alternative.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Modulare le emozioni &#8211; </strong>E’ il passo più difficile, perché le emozioni che seguono la scia di una delusione &#8211; siano esse imbarazzo, umiliazione, paura, rabbia, tristezza &#8211; possono travolgerci. Anche se tali emozioni sono perfettamente normali, è fondamentale riuscire a modularle. Non possiamo rispondere in modo efficace agli eventi della vita finché non decidiamo di mettere da parte l’angoscia. Quando siamo angosciati, la prospettiva viene distorta: è molto complicato, in questi casi, valutare oggettivamente la situazione e agire costruttivamente per rimediare all’accaduto.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cambiare direzione</strong> – Consideriamo l’insuccesso per quello che è: una momentanea battuta d&#8217;arresto, una deviazione, che sta rallentando i nostri progressi. Ovviamente un ritardo non equivale ad una sconfitta e non occorre interpretare una strada sbarrata come la fine del viaggio. Magari non potremo più procedere in un determinato senso, ma ci sono quasi sempre altre strade da percorrere per arrivare allo stesso risultato.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Essere proattivi</strong> &#8211; Mentre coloro che temono di fallire possono bloccarsi anche per molto tempo, nel tentativo di evitare ulteriori frustrazioni, gli individui che arrivano ad avere successo scelgono di rischiare e di essere proattivi. Per cambiare bisogna agire: portare a termine un progetto, per quanto modesto, dà sempre più soddisfazione di un’idea geniale che rimane chiusa in un cassetto.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Imparare e non arrendersi</strong> &#8211; Le delusioni offrono l&#8217;opportunità di aggiustare il tiro, di ripensare a come e perché la cosa non è andata come avevamo previsto. Il <em>feedback</em> è spesso determinante per raggiungere il successo. Le persone capaci di realizzare le loro ambizioni, quando mancano un obiettivo, analizzano la situazione senza “rapimenti emotivi”. Tenendo conto delle proprie risorse ed anche dei loro limiti, valutano l’opportunità di perseguire ancora una determinata meta o di cambiare direzione. Imparando dagli errori fatti, prendono di nuovo la mira facendo più attenzione, con la consapevolezza che ad ogni successivo tiro si avvicineranno sempre di più al centro del bersaglio. Ogni sbaglio, quindi, è calcolato non tanto in termini di fallimento quanto di progresso.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Fate attenzione</strong>, infine, a non rimanere intrappolati nel circolo vizioso dei pensieri catastrofici e delle emozioni negative. Se da troppo tempo vi tengono in ostaggio è opportuno consultare uno psicoterapeuta. Lo specialista può aiutarvi a superare le difficoltà nel modo migliore e, indipendentemente dal risultato, ad assaporare la gioia più autentica, quella che non deriva dalla vittoria e dal successo ma dal saper affrontare le prove della vita con saggezza e dignità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Arriva il momento della  pensione&#8230;e ora?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 08:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che credono che il pensionamento sia un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Ci sono persone che credono che il pensionamento sia un evento negativo della vita</span>, altri invece lo considerano come una risorsa, un modo per poter avere più tempo per se stessi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/Pensione-integrativa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7678" title="Older Man Sitting on Beach" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/Pensione-integrativa.jpg" alt="" width="461" height="307" /></a></p>
<p>Coloro che la considerano una risorsa sono persone attive, che hanno una rete di rapporti sociali, affrontano bene i vari problemi di salute, vedono il pensionamento come un momento di crescita, si dedicano ad altri interessi, coltivano i loro hobby abbandonati a causa del lavoro o si dedicano a dei nuovi, consoni sempre alla loro età.</p>
<p>Ci sono persone, invece, che chiedono di poter continuare a lavorare anche se è tempo di andare in pensione, e quindi, se il lavoro lo permette, ottengono un prolungamento part time. Tutto per evitare di stare a casa e non lavorare più. Il lavoro fa parte pienamente della loro  vita, non riescono ad immaginare la giornata senza , non riescono a sviluppare i loro interessi verso altre direzioni. Se non avessero la possibilità di continuare, si sentirebbero persi.</p>
<p>Chi, invece, considera il pensionamento come un evento negativo possiede risorse insufficienti per affrontare sfide in futuro. Si sentono amareggiate, sono sempre in ansia per la loro salute, non hanno interessi o svaghi, si potrebbe parlare in questo caso  di deterioramento dello sviluppo.</p>
<p>Spesso si pensa che avere tempo libero vuol dire invecchiare, stare a casa ad aspettare che gli anni passano, vuol dire essere inutili perché non si ha più nulla da fare.</p>
<p>Ma invecchiare non è questo, invecchiare è continuare ad evolversi, a crescere, e questo lo dimostrano molte persone che una volta andate  in pensione hanno intrapreso nuove strade, alcune impensabili.</p>
<p>Il tempo libero aiuta, in questi casi, a realizzare se stessi, a pensare di più ai propri bisogni, ad aiutare i familiari, quando se ne ha voglia o c’è la necessità. Molte persone affermano di iniziare nuove attività, come un corso di ballo, che offre l’opportunità di conoscere nuove persone, quindi frequentare posti nuovi e divertirsi, si sta bene con gli altri a qualsiasi età, chiudersi nella propria casa o nel proprio mondo pensando che è finita e che si è vecchi danneggia solo la persona e chi sta intorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SOS: bassa autostima</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 07:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziella Ceccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credere in se stessi e accettarsi per ciò che si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;"><em>Credere in se stessi e accettarsi per ciò che si è, con pregi e difetti, aiuta a superare momenti di grande scoraggiamento ed è fondamentale per una buona autostima.</em></span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><em><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/bassa_autostima.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7550" title="bassa_autostima" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/bassa_autostima.jpg" alt="" width="451" height="385" /></a><br />
</em></span></p>
<p>Si ascoltano sempre più spesso giovani adolescenti raccontare le proprie vite con tono svalorizzante e negativo; giovani, con tutte le carte in tavola per sperare in un futuro brillante e per poter intraprendere iniziative soddisfacenti, e invece ciò che dicono è: <em>“Non credo di poter essere in grado”, “Tanto è inutile so come va a finire”, </em>oppure<em> “Tanto so che andrà male come al solito”.</em> Sono questi giovani con bassa autostima che non credono nelle proprie qualità e risorse in quanto non riescono proprio a vederne la presenza.</p>
<p>Riconosciamo una persona con bassa autostima dal fatto che non ama essere criticata in quanto si offende molto e tende a dare poca importanza ai giudizi positivi che riceve dagli altri, mentre ingigantisce i propri difetti reali o immaginari che siano. Quando raggiunge un successo tende ad attribuirlo alla fortuna (e mai alle sue reali capacità), mentre gli insuccessi derivano dalle proprie mancanze. Naturalmente ciò comporta il non godersi i propri successi o a volte addirittura a non notarli nemmeno. Come si arriva a ciò?</p>
<p>L’autostima è l’immagine che noi abbiamo di noi stessi, questa è in continua evoluzione ed inizia la sua costruzione fin dall’infanzia: l’ambiente in cui viviamo, le opinioni che gli altri hanno di noi e tutti i messaggi provenienti dall’esterno, vengono miscelati in un enorme calderone (il nostro Sé) e poi interiorizzati. Può accadere quindi che, se ad esempio dai genitori o da altre figure di riferimento importanti arrivano messaggi molto esigenti, dentro di noi potrebbe costituirsi un <span style="text-decoration: underline;">sé ideale</span> formato da standard di comportamento troppo elevati che inevitabilmente andranno poi a scontrarsi con quelli reali. A questo punto potrebbe crearsi un circolo vizioso molto pericoloso:  posta una meta lontana da raggiungere rispetto alle potenzialità, il fallimento arriva ed inevitabilmente lo si attribuisce alle proprie scarse qualità, piuttosto che alle oggettive difficoltà. Agendo così, l’immagine negativa viene alimentata in modo tale che la prossima volta che ci si trova a portare a termine un altro compito, lo si farà con un approccio poco convinto rischiando l’ennesimo fallimento e confermando l’immagine negativa di partenza, di persona poco capace. In questi casi e, soprattutto quando l’unica fonte della propria autostima diventa l’approvazione degli altri, è utile individuare, in maniera tempestiva attraverso un percorso psicologico, le fonti di questi standard poco realistici, al fine di prenderne coscienza e iniziare a ridimensionarli.</p>
<p>Dobbiamo ricordare che ciò che è importante per una persona può non esserlo per noi e, anche se questa sembra una banalità purtroppo, al giorno d’oggi, il dover per forza piacere e soddisfare le aspettative degli altri è spesso alla base di svalorizzazioni importanti che possono vedere un giovane di 18 anni divenire privo di motivazioni, spirito di iniziativa e aspirazioni…e questo si che è un gran peccato.</p>
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		<title>Psicoterapia breve: la cura facile</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 07:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziella Ceccarelli</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Psicoterapia breve: prendersi cura di se’ non e’ mai stato cosi’ facile</span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/psicoterapia2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7543" title="psicoterapia2" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/psicoterapia2.jpg" alt="" width="360" height="271" /></a><br />
</span></p>
<p>Quando si pronunciano frasi del tipo: “Prendersi cura di sé”, “Bisogna trovare il modo per stare bene” oppure “E’ importante imparare a volersi bene”, ad alcune persone la prima cosa che viene in mente è quella di curare il proprio corpo. Ecco quindi che, la reazione quasi automatica è quella di correre dal parrucchiere, dall’estetista o in palestra per cercare il modo di rilassare il proprio corpo e di migliorare la propria immagine allo specchio per poi aspettare conferme esterne su quanto siamo cambiati in positivo. Altre persone invece rievocano nella loro mente l’immagine hollywoodiana a cui Woody Allen ci ha abituati: sdraiati sul lettino con occhi chiusi a raccontare i propri sogni con alle spalle uno psicoanalista un po’stralunato e annoiato che prende appunti. Entrambe queste immagini ci tramandano una confusione di fondo che purtroppo ancora esiste riguardo un argomento molto importante: Chi e cosa ci può aiutare veramente per raggiungere il benessere psicologico?</p>
<p>Migliorare la propria qualità della vita è spesso difficile, soprattutto se si è in presenza di un malessere esistenziale ed è solo un cambiamento significativo dello stile di pensiero e comportamento che può portare alla meta, ciò si può fare solo in un modo: prendendosi cura della propria “psiche”. La psicoterapia (dal greco psichè “anima, soffio vitale e “therapeia” cura) ha come scopo proprio ciò, e la strada che intraprende per arrivare al cambiamento è quella del colloquio.</p>
<p>Da diversi anni poi, si è diffusa anche in Italia la psicoterapia breve che a differenza della psicoterapia classica ha come fulcro centrale la comprensione del problema nel qui ed ora, effettuando quindi, un’analisi del sintomo, fonte di disagio per il paziente. A differenza della psicoterapia classica, questa nuova forma ha tempi di risoluzione più brevi ma allo stesso modo è capace di dare risultati stabili. Chi si troverà quindi di fronte ad uno psicoterapeuta ad approccio breve, innanzitutto non avrà alle spalle nessuno taccuino e non sarà nemmeno sdraiato su di un lettino, non scaverà l’intera esistenza anno dopo anno, ma affronterà il problema attuale e il malessere legato al sintomo, per poi arrivare a delle soluzioni pratiche. Il terapeuta e il paziente istaurano un rapporto fondato sulla fiducia ma soprattutto sulla collaborazione in quanto sono entrambi fondamentali nella risoluzione del problema e nel trovare le soluzioni più efficaci. Le tappe da superare sono: la comprensione del sé e la ridefinizione degli obiettivi, queste vanno affrontate allenando le risorse possedute dal paziente in modo da renderle forti per poter arrivare agli obiettivi preposti e all’ambito traguardo: il cambiamento. I risultati ottenuti da questo tipo di psicoterapie sono riferiti alla percezione che ha il paziente riguardo il livello raggiunto e la sua stabilità nel tempo. Le tecniche maggiormente utilizzate dal terapeuta sono quelle di rilassamento per ridurre la risposta emotiva all’ansia e far rilassare il paziente.</p>
<p>Le critiche mosse nei confronti delle psicoterapie brevi sono quelle riferite al fatto che non arrivando alla conoscenza dell’origine del sintomo le soluzioni possono risultare superficiali e poco stabili nel tempo, non permettendo  la completa ristrutturazione della personalità. E’ però anche vero che, mentre un tempo, la psicoterapia poteva permettersela solo una persona benestante oggigiorno con questo tipo di terapie è possibile intraprendere un percorso di crescita personale ogni qual volta se ne sente la necessità, come è giusto che sia.</p>
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