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	<title>Psicozoo - Notizie e Risposte dagli psicologi &#187; esperienze</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>La conversazione: famigliarita&#8217; e intimita&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 07:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le regole di una buona conduzione di un incontro sottostanno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le regole di una buona conduzione di un incontro sottostanno alla competenza sociale che l’individuo possiede.</span> Le prime occasioni sociali sono quelle familiari; la famiglia è infatti la prima istituzione che l’individuo incontra e dalla quale impara a conoscere il mondo, anche se non esclude la tendenza a cercare altre relazioni sociali e quindi spazi di intimità e di esperienze di scambio interpersonale calorosi ed empatici.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/Scanno_donne_chiacchiere_01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8257" title="Scanno_donne_chiacchiere_01" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/Scanno_donne_chiacchiere_01.jpg" alt="" width="469" height="311" /></a></p>
<p>Comprende inoltre il bisogno di appartenenza che si attua nella costruzione di relazioni interpersonali forti e stabili. Nel rapporto di amicizia si ha una negoziazione del tipo “io ascolto te poi tu ascolti me”: esiste perciò un tacito patteggiamento che può essere riassunto nel concedere e nel rivendicare l’ascolto.</p>
<p><strong> La capacità di metacomunicare</strong> non solo è la condizione imprescindibile per una comunicazione efficace, ma è anche strettamente connessa al livello di consapevolezza che un individuo ha di sé e degli altri. Il ricorso alla convenzionalità può contribuire a diminuire l’ambiguità della comunicazione. L’interrogarsi sulla propria capacità e completezza di comprensione è alla base di un buon rapporto comunicativo. Per questo nei rapporti che implicano intimità si instaurano legami basati su reciproca fiducia, sincerità, cura, risposta al bisogno di stima; si tende a diminuire la distanza tra l’io e il tu per realizzare un noi.</p>
<p>Tra le modalità comunicative che implicano affettività si deve comprendere la <strong>sessualità</strong>. Si ha infatti interazione rituale quando due o più individui sono compresenti, hanno un focus di attenzione condiviso, i loro corpi sono aritmicamente sintonizzati e vi è una chiara percezione dei confini dell’attività in corso, e, quindi, anche dell’eventuale violazione. L’interazione sessuale, anche se esplicata in una diade, contiene tutti gli ingredienti dell’interazione sociale. Il voler bene nascerebbe dall’aver intuito gli obiettivi dell’altro e dall’averli legittimati all’interno del proprio quadro esistenziale. È difficile parlare delle proprie emozioni.</p>
<p><strong> L’emozione spesso blocca il linguaggio</strong>, ma anche quando non lo blocca colui che è emozionato non riesce ad esprimersi completamente. Argyle avanza l’ipotesi secondo la quale le persone tenderebbero tanto ad attrarsi quanto a respingersi e nell’interazione i partner assumerebbero una posizione di equilibrio tra le due tendenze. Proprio per la possibilità che ego possa rendere alter oggetto della sua azione si pone il problema della giusta distanza perché troppa familiarità può portare alla depersonalizzazione. Nell’incontro con l’altro si deve usare discrezione, non violare quelle sfere dell’intimità che rappresentano un vissuto personale e in quanto tale non si vogliono manifestare espressamente.</p>
<p><strong> Discrezione e tatto</strong> devono essere sempre rispettati se non si vuole violare la norma dell’intimità. Nella nostra epoca l’amore è diventato l’unico spazio in cui l’uomo può esprimere veramente se stesso. Essere intimi significa essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro. Il riconoscimento delle differenze individuali evita l’inganno dell’immedesimazione ed evidenzia che, anche nel più intenso trasporto d’amore, non si oltrepassa mai la soglia della propria radicale individualità.</p>
<h2>Il noi è dato dalla comunione di benessere e di autonomia, principio presente in tutti i tipi di conversazione, <span style="color: #800080;">in cui deve essere mantenuta l’autonomia e la giusta distanza.</span></h2>
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		<title>Lo stress degli operatori sociali: il burnout</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout può essere definito come una sindrome di <span style="color: #800080;"><strong>esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale</strong></span>, che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente.</h2>
<h2><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8130" title="medico-donna-482.jpg_370468210" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg" alt="" width="482" height="300" /></a></h2>
<h2>I principali destinatari, infatti, sono gli operatori delle cosiddette “helping profession”, cioè quelle professioni caratterizzate da:</h2>
<p>-          Uno stretto contatto tra operatore ed utente:</p>
<p>-          Situazioni in cui è richiesta la presenza costante dell’operatore;</p>
<p>-          Contesti che presuppongono un forte coinvolgimento emotivo alle problematiche dell’utente.</p>
<p>Rientrano in questa categoria, quindi, sia il personale sanitario e gli operatori sociali, che gli insegnanti.</p>
<p>È importante sottolineare come il burnout non sia un fenomeno legato solo al disagio individuale, ma è, invece, un malessere organizzativo generalizzato. Ciò è una delle <strong>differenze tra stress e burnout</strong> in quanto, il primo, riguarda prettamente la sfera individuale. Altre differenze riguardano, inoltre, il fatto che: lo stress è più caratterizzato da dimensioni fisiche, mentre il burnout da quelle emotive; lo stress ha una natura momentanea, mentre il burnout cronica; infine, nello stress il deterioramento della dimensione personale è una conseguenza, mentre nel burnout ne è una caratteristica intrinseca.</p>
<p>Maslach identifica tre <strong>fasi di sviluppo</strong> del burnout:</p>
<p>1)      In una prima fase, l’operatore si trova a dover affrontare una situazione di sovraccarico, che lo conduce ad un esaurimento emotivo, ciò avviene in quanto l’operatore percepisce un eccessivo divario tra le richieste che sente provenire dal mondo del lavoro e le sue risorse disponibili;</p>
<p>2)      L’operatore reagisce con atteggiamenti eccessivamente distaccati e burocratici: è la fase delle depersonalizzazione;</p>
<p>3)      Durante l’ultima fase, invece, si ha una ridotta realizzazione personale, con il conseguente abbassamento del livello di autostima.</p>
<p>I <strong>sintomi</strong> del burnout comprendono l’area:</p>
<p>-          Psichica: si fa riferimento a sintomi tipici degli stati ansioso-depressivo (riluttanza nel recarsi al lavoro, apatia, demoralizzazione, difficoltà di concentrazione, insonnia, instabilità, paure immotivate ed eccessive, ecc…), a sentimenti di distacco emotivo e perdita della capacità empatica, rifiuto ed ostilità verso gli utenti ed i colleghi, svalutazione professionale;</p>
<p>-          Comportamentale: assenteismo, disinvestimento dalla realtà lavorativa (es. presenziare passivamente alle riunioni senza intervenire), reazioni emotive violente ed impulsive sia verso gli utenti che verso i colleghi, tabagismo ed assunzione di sostanze psicoattive;</p>
<p>-          Fisica: senso di esaurimento e fatica, mal di testa e disturbi gastrointestinali, insonnia, vulnerabilità alle malattie e cambiamenti delle abitudini alimentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le <strong>cause</strong> del burnout riguardano sia fattori situazionali che personali.</p>
<p>Nella prima categoria rientrano, ad esempio, una comunicazione interna insufficiente, cause estrinseche relative al lavoro (scarsa retribuzione, straordinari poco retribuiti) ed all’utenza (utenti cronici, sovraccarico di lavoro e richieste troppo difficili) e fattori extraorganizzativi (nuovi stili di vita, venir meno dei sistemi di sostegno primari).</p>
<p>Per quanto concerne i fattori personali, invece, si fa riferimento sia a tratti di personalità (ansia nevrotica, locus of control esterno, introversione, ruolo delle esperienze personali) che ad aspettative professionali.</p>
<p>Il principale <strong>strumento</strong> di indagine per la rilevazione del burnout è il MBI &#8211; Maslach Burnout Inventory. Questo è un questionario, formato da 22 item, su scala Likert a 6 punti.</p>
<p><strong>L’intervento</strong> del burnout si articola su più livelli:</p>
<p>1)      Programmi di sviluppo professionale: gli operatori possono essere incoraggiati a ridurre il livello di stress lavorativo pianificando adeguatamente il lavoro, fornendo fonti alternative di gratificazione, utilizzando strategie quali il corretto utilizzo del tempo, ecc…;</p>
<p>2)      Cambiamento delle mansioni e delle strutture d ruolo: rendere i ruoli e le strutture flessibili, limitare il numero di utenti e distribuire i compiti più difficili e meno gratificanti tra tutti i membri dello staff;</p>
<p>3)      Miglioramento della gestione;</p>
<p>4)      Problem solving;</p>
<p>5)      Chiarezza degli obiettivi e dei modelli di management: rendere chiari e compatibili gli obiettivi, investire sulla formazione, sviluppare un adeguato modello gestionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        Licciardello, O., Costantino A. &#8211; a cura di &#8211; (2007) <em>Quale formazione continua? Climi relazionali e qualità della professionalità delle organizzazioni di servizio. </em>Bonanno Editore, Acireale &#8211; Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando l&#8217;emozione non ha voce</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 14:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati dai sistemi subcorticali e limbici, funzionali alla sopravvivenza della specie e basati su segnali non verbali, quali la mimica facciale, la gestualità, la postura corporea e il tono di voce.</span></h2>
<h2>Sono, in sostanza, la componente biologica dell&#8217;affetto.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8108" title="mask" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg" alt="" width="474" height="316" /></a></p>
<p>I <strong>SENTIMENTI</strong> (feelings) sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi, perchè implicano l&#8217;elaborazione cognitiva e il vissuto soggettivo mediato dalle funzioni neocorticali. tale componente psicologica dell&#8217;affetto consente di valutare la risposta emotiva a stimoli esterni ed interpersonali e di comunicare intenzionalmente le emozioni mediante la funzione linguistica verbale ed extraverbale di simbolizzazione. Essi, pertanto, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalle esperienze infantili, dalle rappresentazioni di sè e degli altri, da ricordi, fantasie e sogni.</p>
<p><strong>L&#8217;ALESSITIMIA</strong> (lett. senza parole per le emozioni) non indica individui senza emozioni, ma soggetti con un deficit della componente psicologica dell&#8217;affetto (feelings). Quindi persone che hanno emozioni espresse dalle componenti biologiche degli affetti, ma con scarsa o nessuna possibilità di ricorrere agli strumenti psicologici (immagini, pensieri, fantasie) per rappresentarle.</p>
<p>Il costrutto di ALESSITIMIA, comprende le seguenti caratteristiche:</p>
<p>1) Difficoltà ad identificare i sentimenti,</p>
<p>2) Difficoltà a descrivere i sentimenti,</p>
<p>3) Limitata capacità immaginativa,</p>
<p>4) Stile di pensiero orientato verso la realtà esterna.</p>
<p>Sebbene la difficoltà di monitorare sentimenti ed emozioni degli altri non sia compresa nella definizione del costrutto, vi sono resoconti clinici ed evidenze empiriche che indicano che individui con elevati livelli di alessitimia hanno marcate difficoltà nell&#8217;identificare emozioni dall&#8217;espressione facciale degli altri.</p>
<p>Altre evidenze empiriche mostrano che l&#8217;alessitimia è associata alla difficoltà di discriminare fra diversi stati emozionali, e alla limitata capacità di pensare sulle emozioni ed usarle per affrontare situazioni stressanti.</p>
<h2><span style="color: #800080;">La limitata capacità di rappresentare e regolare cognitivamente le emozioni rende probabilmente gli individui alessitimici maggiormente vulnerabili verso una varietà di disturbi medici e psichiatrici.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Aborto del primo trimestre evento stressogeno</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 07:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana De Santis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;evento dell&#8217;aborto nella vita della donna giunge totalmente inaspettato; è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L&#8217;evento dell&#8217;aborto nella vita della donna giunge totalmente inaspettato;</span> è un&#8217;evenienza che non può essere controllata e, come tutte le esperienze al di fuori del nostro controllo, psicologicamente intollerabile.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/test-esami-gravidanza.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8085" title="test-esami-gravidanza" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/test-esami-gravidanza.jpg" alt="" width="479" height="318" /></a></p>
<p>Un aborto spontaneo rappresenta un fattore particolarmente stressogeno e, per superare e alleviare la risposta emozionale allo stress, la persona deve mettere in atto una risposta adattativa per ritrovare equilibrio; quando ciò non avviene, si sviluppa un disagio emotivo/psicologico più o meno duraturo.</p>
<p>Non tutte le donne reagiscono all&#8217;esperienza dell&#8217;aborto nello stesso modo. Normalmente la donna vive dei sentimenti di dolore, di tristezza, di perdita, di insicurezza, di inadeguatezza, di isolamento, ma talvolta si possono sviluppare reazioni più forti, fino all&#8217;ansia e alla depressione.</p>
<p>La donna tende spesso a a chiudersi in se stessa, inizia a tormentarsi, a rimuginare; nelle sua mente continuano ad affiorare domande come: <em>&#8220;Riuscirò mai a portare a termine una gravidanza?</em>&#8220;;&#8221;<em>Perché è successo a me?</em>&#8220;; &#8220;<em>Avrò qualche malattia, qualche cosa che non va?&#8221; . </em>Queste domande possono diventare ossessionanti e arrivare a distogliere la sua mente da qualunque altra attività, riducendo la produttività lavorativa, la qualità delle relazioni e in generale della vita.</p>
<p>Utilizzando scale e questionari codificati per la diagnosi di disturbi psichiatrici, molti studi hanno evidenziato che nel periodo successivo all&#8217;aborto spontaneo nel primo trimestre emergono quadri clinici ben caratterizzati.</p>
<p>Uno studio di Friedman e Gath (1989) utilizzando il<em> Present State Examination</em> ha mostrato come, dopo 4 settimane dall&#8217;evento, nel 48% delle donne emergessero punteggi positivi per una sintomatologia di tipo ansioso-depressivo.</p>
<p>Prettyman e coll. (1992) hanno utilizzato la <em>Hospital Anxiety and Depression Scale</em> osservando una predominanza di sintomi ansiosi piuttosto che depressivi. In particolare, dopo una settimana, il 22% delle donne presentava sintomi da depressione e il 41% sintomi da ansia, mentre dopo 12 settimane la sintomatologia depressiva era scesa al 6%. Al contrario, si è osservato come dopo un&#8217;iniziale calo della sintomatologia ansiosa nel 18% delle donne (alla 6° settimana), questa sia nuovamente comparsa alla 12a settimana nel 32% delle donne; ciò potrebbe essere giustificato da una reale presa di coscienza del fatto che esse non sono più gravide e che dovranno attendere qualche mese prima di esserlo nuovamente. Questo periodo di attesa crea un&#8217;aspettativa nei confronti della successiva gravidanza, oppure fa sì che insorgano dei dubbi riguardo alla decisione di concepire nuovamente.</p>
<p><strong> </strong>L&#8217;analisi della letteratura fin qui riportata dimostra in modo assai chiaro che l&#8217;interruzione spontanea di una gravidanza, anche se rappresenta un episodio sporadico e non si configura in un vero e proprio disturbo riproduttivo (come per l&#8217;abortività ricorrente) può rappresentare un certo rischio per la salute mentale della paziente.</p>
<p>Questo fenomeno è forse cambiato negli ultimi anni: la possibilità di una maggior pianificazione della gravidanza, associato alla dilazione temporale della ricerca del primo figlio, sono due tra i fattori che hanno portato ad un maggior investimento emotivo sulla riproduzione e quindi determinano una più vasta reattività psicologica rispetto anche al primo fallimento. Inoltre, grazie ad esempio all&#8217;ecografia effettuata alla 6a settimana di amenorrea con ascolto del battito cardiaco fetale, l&#8217;immaginario materno (e paterno) del proprio figlio si fonda su sensazioni visive ed acustiche notevolmente concrete, tali da rendere decisamente plausibili reazioni emotive forti. La perdita diventa un qualcosa di assolutamente reale.</p>
<p>Per tutti questi motivi non si possono trascurare le reazione emotive delle donne e delle coppie che subiscono e affrontano l&#8217;evento di un aborto spontaneo. Farlo, sarebbe negare una bella parte del problema. Un supporto psicologico in queste situazioni è assolutamente necessario e fondante di una presa un carico in toto dei pazienti, laddove un atteggiamento somato-psichico, che non trascuri dunque nessun aspetto dell&#8217;evento, è sicuramente l&#8217;approccio più funzionale ed efficace.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Friedman E. and Gath B. <em>The consequences of spontaneous abortion</em>. BJP 1989; 155: 810-813.</li>
<li>Prettyman RJ, Cordle C. <em>Psychological aspects of miscarriage: attitudes of the primary health care team.</em> Br J Gen Pract. 1992 Mar; 42 (356):97–99.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;innamoramento</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ innamoramento è una forma di felicità che unisce una ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L’ innamoramento è una forma di felicità che unisce una persona ad un’altra.</span> Quando siamo innamorati includiamo l’altro nella nostra vita, diventa la persona eletta, ovvero colui con il quale è possibile condividere le proprie esperienze.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/innamorarsi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8069" title="innamorarsi" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/innamorarsi.jpg" alt="" width="467" height="291" /></a></p>
<p>Si vive un momento speciale e spesso si tendono ad abbandonare le attività precedenti. Amare è involontario, è un sentimento difficile da gestire, è allo stesso tempo bello e brutto, poiché si passa dall’ incanto al dolore. La persona amata, anche se non è fisicamente piacevole, diventa ai nostri occhi la persona più bella del mondo.</p>
<p>Ogni volta che ci si innamora si fa un’esperienza diversa, anche se ci innamoriamo più volte non proviamo mai la stessa emozione. Sarà sempre piacevole e coinvolgente, ma sarà diversa.</p>
<p>L’innamoramento dà una sensazione di smarrimento, e non è facilmente gestibile.</p>
<p>Innamorarsi non è meccanico, ci vuole una predisposizione, può dipendere dalla solitudine, da un bisogno sessuale, da un’insoddisfazione, dal desiderio di cambiare, o da cose del genere.</p>
<p>L’interesse stimolato da una determinata persona, quella giusta, può avvenire per caso. Si attuano così comportamenti finalizzati ad attirare l’attenzione della persona desiderata.</p>
<p>L’innamoramento può essere graduale o può essere istantaneo. Dopo una prima fase, in cui sembra che tutto sia meraviglioso e perfetto, ci si rende conto che abbiamo idealizzato troppo la persona amata e ci scontriamo con la realtà, l’innamoramento  prende un’altra forma, dopo la passione, viene la razionalità, la voglia di stabilità. L’appagamento sessuale perdura.</p>
<p>E qui decidiamo se impegnarci seriamente con la persona, e quindi continuare la storia con i suoi pro e contro, o meno.</p>
<p>Che si tratti di un’avventura e di una passione, l’essere innamorato è un momento transitorio, ma che trasforma le persone, fa fare loro cose uniche e sorprendenti .</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;obesita&#8217; infantile</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le preoccupazioni dei genitori spesso sono dirette a bambini che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le preoccupazioni dei genitori spesso sono dirette a bambini che mangiano poco e raramente a bambini che mangiano troppo.</span></h2>
<h2>Un bambino che ha un eccessivo peso dovrebbe allarmare i genitori che lo dovranno accompagnare dal pediatra, per capire se si tratta di obesità infantile o meno.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/obesit%C3%A0-infantile.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8020" title="obesità-infantile" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/obesit%C3%A0-infantile.jpg" alt="" width="450" height="316" /></a></p>
<p>Un forte appetito, manifestato con una forte voracità, viene visto dai genitori come segno di “buona salute”, quindi il bambino non viene fermato, anzi, nella maggior parte dei casi, viene incentivato a mangiare.</p>
<p>Il bambino mangia troppo e male, a qualsiasi ora apre la credenza e mangia tante merendine, apre il frigorifero che di solito è strapieno, e non riesce a regolarsi. È difficile che i bambini riescano a regolarsi da soli, è importante l’aiuto dei genitori.</p>
<p>I genitori credono che i chili in eccesso andranno via con lo sviluppo.</p>
<p>A tutto ciò si unisce una vita sedentaria. I bambini, essendo pesanti, hanno difficoltà ad iniziare uno sport, spesso la difficoltà nasce anche dall’imbarazzo che provano sentendosi obesi, guardano i loro compagni, vengono presi in giro e da loro, preferiscono così stare a casa davanti alla tv o al pc e non fare attività fisica.</p>
<p><strong>L’obesità infantile è dunque il risultato di diverse cause.</strong></p>
<p>Il bambino usa il cibo per reprimere tensioni emotive e per reggere difficoltà personali. Se i genitori non si rendono conto di questo atteggiamento, ma anzi lo rinforzano, il bambino impara che questa è la modalità giusta per affrontare le esperienze di disagio.</p>
<p>Le relazioni con i genitori hanno un ruolo determinante per la crescita del bambino, se ad esempio la madre soffre di depressione, il bambino compensa il vuoto affettivo della madre con il cibo.</p>
<p>Se invece uno dei due genitori, o entrambi, hanno comportamenti compulsivi con il cibo, o mangiano in modo disordinato, il bambino li considererà come esempi da seguire e quindi mangerà allo stesso modo.</p>
<p>Se si fa mangiare molto il bambino, non rispettando la sua fame, e quindi insistendo a dargli cibo quando lui non ha più voglia di mangiare, si rischierà di alterare il suo senso di sazietà e il bambino non saprà correttamente controllare il suo bisogno di cibo.</p>
<p>Il bambino obeso rischia di avere una bassa autostima che può determinare i suoi rapporti sociali con i suoi compagni; tendenza alla passività; immagine negativa di sé; si può sentire responsabile della sua condizione di obesità, con il rischio di una conseguente depressione.</p>
<p>Spesso in famiglia c’è scarsa comunicazione e una mancanza di educazione dell’uso e consumo del cibo.</p>
<h2>Osservare con più attenzione i comportamenti dei nostri figli, con l’aiuto del pediatra, potrebbe essere un primo passo per aiutare il nostro bambino ad affrontare lo stato di obesità infantile, <span style="color: #800080;">nel caso abbia dei chili in più, o educarlo ad un’alimentazione corretta per prevenire questo disagio.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La fobia dei temporali</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 07:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
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		<description><![CDATA[In autunno piogge e temporali tornano a presentarsi con maggiore ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In autunno piogge e temporali tornano a presentarsi con maggiore frequenza. Si tratta di fenomeni naturali in grado di suscitare intense reazioni emotive, sia negli uomini che negli animali.</span> Sono soprattutto i lampi di luce ed i forti rumori prodotti dai fulmini ad attrarre l’attenzione: molte persone apprezzano un tale spettacolo della natura, tanto che spesso si soffermano accanto ad una finestra a guardare di fuori, come ipnotizzati.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/temporale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7939" title="temporale" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/temporale.jpg" alt="" width="478" height="309" /></a></p>
<p>All&#8217;estremo opposto, c’è chi sviluppa delle vere e proprie <strong>fobie legate ai temporali</strong>. <strong>Brontofobia</strong>, <strong>astrafobia</strong>, <strong>tonitrofobia,</strong> <strong>ceraunofobia, cheimofobia</strong> sono termini che indicano una paura dei tuoni e dei lampi, percepita come eccessiva ed incontrollabile.</p>
<p>I sintomi fisiologici e le reazioni comportamentali sono in parte simili a quelli di altre fobie: tachicardia, disturbi gastrici, nausea, senso di soffocamento, sudorazione eccessiva, tremori, e, sul piano delle azioni, la tendenza ad evitare qualunque situazione possa avere a che fare con i temporali.</p>
<p>Durante il temporale, infatti, o anche prima che cominci, le persone che ne soffrono possono sperimentare un continuo stato di allerta, un&#8217;intensa <strong>preoccupazione</strong>, fino al panico, nei casi più gravi.</p>
<p>Molto spesso non riescono a fare a meno di piangere, cercando negli altri conforto e rassicurazione. Ovviamente, la situazione peggiora quando sono soli.</p>
<p>Nonostante sappiano di essere in un ambiente sicuro, alcuni tentano di trovare maggiore protezione sotto le coperte, in una stanza interna della casa, in cantina o, addirittura, in un armadio. Per cercare di attutire i suoni, chiudono immediatamente persiane e tende.</p>
<p>Un altro sintomo piuttosto comune è l&#8217;ossessione per le previsioni del tempo. Chi soffre di questo tipo di fobie può restare incollato ai canali televisivi o ai siti internet che forniscono <strong>informazioni meteorologiche</strong><strong>,</strong> durante tutto il periodo invernale. Si può arrivare a non uscire di casa, senza aver prima controllato le <strong>previsioni</strong>, poiché si vive con l’angoscia che il temporale possa scoppiare in qualsiasi momento.</p>
<p>Cosa fare allora?</p>
<p>I temporali hanno il potere di risvegliare paure ancestrali, legate alla nostra vita preistorica in un ambiente fondamentalmente ostile, con scarse protezioni. L&#8217;uomo ha imparato a temere tutto ciò che costituiva un pericolo reale per la sopravvivenza, compresi i fenomeni atmosferici capaci di provocare danni o morte.</p>
<p>Oggi, tuttavia, nella maggior parte dei casi, il temporale per noi non è veramente pericoloso. L&#8217;insorgenza di una fobia legata a questo evento, dovrebbe quindi indurci ad ulteriori riflessioni. Se, a causa del timore di tuoni e lampi, cominciamo ad evitare trasferte di lavoro o luoghi di villeggiatura, se in macchina ci blocchiamo al solo pensiero che tra poco pioverà, se continuiamo ad essere terrorizzati anche in casa nostra, allora dovremmo ricorrere alla consulenza dello specialista.</p>
<p>Le fobie specifiche, come quelle per i fenomeni atmosferici, sono legate ad esperienze di apprendimento disfunzionali, a volte talmente precoci da non essere ricordate, per cui il soggetto associa involontariamente la caratteristica della pericolosità ad una situazione innocua, imparando a temerla e ad evitarla. Così il disturbo può mantenersi inalterato anche per anni.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Ecco perché, in questi casi, i trattamenti sono fondamentali. Le fobie rispondono bene alla <span style="color: #000000;"><strong>psicoterapia</strong> </span><strong><span style="color: #000000;">cognitivo-comportamentale</span>,</strong> in genere di breve durata, che prevede l&#8217;utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti e alcune strategie di rilassamento fisiologico. In questo modo, le persone possono riapprendere modalità più funzionali per affrontare e superare le proprie paure irrazionali.</span></h2>
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		<title>E se il lavoro diventa una dipendenza? Il workaholism</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando si sente parlare di “dipendenze”, si pensa subito alle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Quando si sente parlare di “dipendenze”, si pensa subito alle tossicodipendenze, o alle dipendenze da alcool o da cibo.</span> Negli ultimi anni stanno invece emergendo le cosiddette “nuove dipendenze”, quali quelle da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo, da internet, ecc… In questa categoria rientra anche una forma di dipendenza più “sommersa”, in quanto socialmente accettata: stiamo parlando della <span style="color: #800080;"><strong>dipendenza da lavoro</strong></span>, o workaholism.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/workaholic.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7928" title="workaholic" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/workaholic.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p>Questa viene definita socialmente accettata in quanto è incoraggiata dalla società: del resto, alcuni dei falsi miti si riferiscono proprio al fatto che il lavoro dà potere e soldi e “non si muore di troppo lavoro”.  Si pensa inoltre che una persona che si dedica interamente al lavoro è da ammirare e stimare, e di certo non può essere una “malattia” lavorare tanto.</p>
<p>Il termine workaholic è stato coniato da Oates nel 1971, per definire una persona il cui comportamento è compulsivo nei confronti del lavoro, nello stesso modo in cui quello dell’alcolista lo è nei confronti dell’alcool: da qui deriva il neologismo che, infatti, tradotto letteralmente, vuol dire “<em>ubriaco di lavoro</em>”.</p>
<p>Nella letteratura specialistica non esiste ancora una <strong>definizione</strong> universalmente accettata di workaholism, ma c’è un accordo nel definire le tre caratteristiche del fenomeno, cioè: un <span style="text-decoration: underline;">elevato interesse</span> per il lavoro, <span style="text-decoration: underline;">un’elevata motivazione</span> ed uno <span style="text-decoration: underline;">scarso piacere</span> nel lavorare.</p>
<p>È possibile rintracciare un’<strong>evoluzione della dipendenza da lavoro</strong>, identificata da Guerreschi, nel 2005, in tre fasi:</p>
<p>1)          nella fase <em>iniziale</em>, il pericolo emerge in modo apparentemente innocuo: l’individuo inizia a lavorare di nascosto, trascorre il suo tempo libero leggendo materiale che riguarda il lavoro e lo stile di vita diventa frenetico. In questa fase mancano ancora i disturbi fisici, che invece compariranno nelle successive;</p>
<p>2)          nella fase <em>critica</em> la persona inizia a cercare delle scuse per giustificare la sua mania di lavorare troppo e mette in atto un comportamento aggressivo verso i colleghi. In questa fase compaiono i primi sintomi fisici, quali pressione alta, ulcera e depressione;</p>
<p>3)          l’ultima fase è quella <em>cronica</em>, caratterizzata da lavoro notturno, feriale e festivo. Il workaholic tratta con eccessiva durezza ed ingiustizia i colleghi che non condividono il suo stile di lavoro e mette da parte la sua vita privata, fino a rinunciarci del tutto.</p>
<p>In letteratura sono stata individuate <strong>diverse tipologie di workaholics</strong>. Nello specifico, Oates, l’Autore che ha coniato il termine, ne identifica cinque. <em>L’incallito</em> è un individuo molto perfezionista, dedito al lavoro ed intollerante verso l’incompetenza altrui; il <em>convertito</em> è un valido professionista, che si impegna nelle regolari ore lavorative e richiede le giuste ricompense per gli straordinari. Il terzo tipo identificato dall’Autore è il workaholic <em>occasionale</em>, che sostiene ritmi intensi al lavoro allo scopo di fronteggiare delle difficoltà economiche. Lo <em>pseudo-workaholic</em>, inoltre, presenta molte caratteristiche simili all’incallito, ma si differenzia da questo per le motivazioni del comportamento: mentre il primo è motivato dal bisogno di potere, il secondo è più orientato al raggiungimento di un prodotto. L’ultima tipologia di workaholic identificata da Oates è <em>l’escapista</em>, colui che lavora a lungo per ritardare il ritorno ad una vita familiare del tutto insoddisfacente: il lavoro viene vissuto quindi come mezzo di fuga.</p>
<p>In riferimento <strong>all’intervento</strong> nei casi di workaholic, questo può assumere diverse forme, quali psicoterapia individuale, familiare, il ricovero ospedaliero, la partecipazione a gruppi di auto-aiuto e complessi programmi a livello sistemico. Affinché l’intervento risulti efficace, è necessario che il soggetto prenda consapevolezza della propria dipendenza e vada alla ricerca della fonte dell’ansia che ne causa l’ossessione per il lavoro, sia disposto ad impegnarsi nel superare tale situazione, metta in atto dei comportamenti di contro-condizionamento, sostituendo cioè il comportamento problematico con altri più funzionali. Per realizzare un percorso di cura, quindi, è necessario che il soggetto si confronti con se stesso e con gli altri, ristabilisca le priorità, senza trascurare gli affetti familiari, sviluppi abilità di ascolto efficaci e cerchi un contatto spontaneo con gli altri.</p>
<p>Il terapeuta, da parte sua, deve esplorare le relazioni all’interno della famiglia d’origine del paziente, cosi da rintracciare le cause della sua scarsa autostima, del perfezionismo, delle ossessioni e della tendenza al controlla tipica dei soggetti workaholics.</p>
<p>Un’altra importante area da indagare si riferisce al rapporto con i figli: in che modo il soggetto si relazione con loro? Ci sono tempi ed attività interamente dedicati alla diade padre-figlio?</p>
<p>Durante il percorso di cura è necessario che anche il lavoro venga riorganizzato, stabilendo dei limiti alla propria giornata lavorativa ed usando il tempo in maniera produttiva. Si punterà a condividere le responsabilità con i colleghi di lavoro, chiedendo aiuto agli altri, quando necessario, e lasciandogli la possibilità di svolgere il lavoro a modo proprio, anche se non coincide con quello che il soggetto avrebbe messo in atto.</p>
<p>Due delle metodologie di intervento più utili nel trattamento del paziente workaholic fanno riferimento all’elaborazione di un <em>programma di self-care personalizzato</em> in base ai bisogni ed allo stile di vita del soggetto, e l’introduzione nei <em>gruppi di Workaholics Anonymus.</em></p>
<p>Il primo trattamento include strategie per introdurre nella propria vita degli spazi dedicati agli hobby, al divertimento ed alle relazioni interpersonali, mentre rispetto al lavoro si punterà a stabilire orari ragionevoli e scadenze realistiche. Al soggetto si chiede di immaginare la propria vita come un cerchio diviso in quattro parti, quali: se stesso, la famiglia, il divertimento ed il lavoro. Il workaholic deve, in un primo momento, segnare la percentuale di tempo che dedica ad ognuna delle quattro aree, per poi indicare quella che vorrebbe invece dedicare ad esse, cosi da puntare al cambiamento. Infine, per ogni area, si devono individuare tre o quattro obiettivi necessari per raggiungere lo scopo.</p>
<p>Il Workaholics Anonymous, invece, è un gruppo di individui accomunati dalle medesime difficoltà, che si incontrano per condividere le proprie esperienze, nel tentativo di risolvere il loro comune problema.</p>
<p>L’intervento del soggetto workaholic, inoltre, dovendo agire su più livelli, deve anche coinvolgere il sistema familiare, ristabilendo i confini generazionali, e quello organizzativo, migliorando il clima all’interno dell’ambiente lavorativo e facendo attenzione alle abitudini ed alle prestazioni lavorative dei dipendenti, assicurandosi che questi usufruiscano delle ferie e dei periodi di riposo.</p>
<h2>Si evince quindi, come, anche il lavoro, da sempre a da tutti considerato “nobilitante” per l’uomo, se portato all’eccesso ed all’esasperazione, può trasformarsi in qualcosa di poco funzionale alla vita del soggetto, della sua famiglia e dell’intero luogo di lavoro. <span style="color: #800080;">Sono necessari dunque interventi precoci, al fine di ridurre le problematicità fisiche e psicologiche che tale condizione determina.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        Guerreschi, C., (2005) <em>New addictions. Le nuove dipendenze. </em>San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo (MI)</p>
<p>-        Lavanco, G., Milia, A., (2006) <em>Psicologia della dipendenza da lavoro. Work addiction e workaholic. </em>Astrolabio Editore, Roma.</p>
<p>-        Oates, W., (1971) <em>Confessions of a workaholic: The facts about work addiction. </em>World Publishing, New York.</p>
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		<title>Conoscersi all&#8217;Universita&#8217;: come trovare nuovi amici</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 11:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cominciare l’Università o cambiare Facoltà sono esperienze senza dubbio emozionanti.
Nell’affrontare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Cominciare l’Università o cambiare Facoltà sono esperienze senza dubbio emozionanti.</span></h2>
<h2>Nell’affrontare la nuova situazione si possono provare sentimenti contrastanti: un misto di eccitazione, ansia, preoccupazione, curiosità. E’ normale, dunque, avere voglia di condividere con gli altri questa nuova fase della vita.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/college-friendshi-quotes.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7867" title="college-friendshi-quotes" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/college-friendshi-quotes.jpg" alt="" width="472" height="314" /></a></p>
<p>All’inizio dell’anno accademico, i gruppi che si formano sono composti, letteralmente, dalle prime persone che si incontrano. Con questi nuovi “amici” si comincia volentieri ad uscire: un cinema, una pizza o una birra il venerdì sera. Per circa un paio di mesi le cose vanno a gonfie vele, ma poi tutto cambia. Nonostante le apparenze, le relazioni stabilite sembrano perdere di significato.</p>
<p><strong>Cosa è accaduto?</strong></p>
<p>Niente di strano. Quando le persone si trovano in un nuovo ambiente, tendono a sentirsi un po’ insicure. Questo, in genere, conduce a cercare negli altri supporto e rassicurazione. Non abbiamo bisogno di qualcuno che condivida con noi gli stessi valori o gli stessi obiettivi. Cerchiamo solo un compagno di viaggio, per non sentirci soli, e di fatto può andar bene chiunque.</p>
<p>Ma quando i corsi di studio e la nuova città diventano più familiari, guardandoci intorno, potremmo scoprire persone ben più interessanti di queste prime conoscenze. Così, finiamo per sentirci attratti dall’idea di incontrare gente nuova e, contemporaneamente, anche in colpa per non avere più voglia di frequentare il gruppo iniziale.</p>
<p>In realtà, siamo di fronte ad una naturale evoluzione dei rapporti sociali: succede quando passiamo da relazioni nate quasi per caso, sulla base di bisogni stringenti, a relazioni che scegliamo di intrattenere con persone simili a noi, per stile di vita o interessi.</p>
<p>La verità è che possiamo andare d’accordo praticamente con chiunque, se vogliamo. Per fare due chiacchiere senza impegno, non è necessario scegliere in modo accurato il nostro interlocutore. Ma quando questa superficialità comincerà a pesarci e si farà strada in noi il desiderio di stare con persone che ci capiscano, dovremo impegnarci maggiormente: l’amicizia vera non è cosa da poco.</p>
<p>Se vi trovate a frequentare un gruppo di cui non siete soddisfatti e non riuscite a stabilire un contatto con chi, invece, potrebbe interessarvi davvero, <strong>tenete in considerazione alcuni consigli.</strong></p>
<p><strong>1.Siate comunque gentili con i vostri “primi amici”</strong></p>
<p>Non ha senso tagliare i ponti con persone che sicuramente rivedrete in giro e che, in ogni caso, arricchiscono la vostra rete sociale. Non è necessario provocare un brutto litigio, per sentirsi liberi di frequentare altri ragazzi. Cominciate a fare un passo indietro, declinate qualche invito e date spazio anche a nuove conoscenze. Provate a coinvolgerli, invece, in alcune delle vostre attività, anche se probabilmente non avranno molta voglia di seguirvi. Se lo faranno, forse la relazione stabilita non era poi così superficiale come avevate creduto.</p>
<p><strong> 2.Resistete alla tentazione di frequentare sempre e solo gli amici del liceo anche all’Università</strong></p>
<p>E’ vero: sono rassicuranti e familiari. Ma rimanere sempre nello stessa cerchia di persone può pregiudicare l’opportunità di stringere nuove amicizie ed allargare gli orizzonti.</p>
<p><strong>3.Datevi da fare e frequentate posti diversi</strong></p>
<p>Ora che conoscete un po’ meglio la città universitaria ed avete imparato a muovervi, non restate bloccati. Se sapete dove la gente che vi piace si incontra o va a studiare, raggiungetela. Anche se siete da soli, se piove, anche se bisogna cambiare un paio di autobus o se è più semplice restarvene comodi nella vostra stanza.</p>
<p><strong>4.Fate un po’ di conversazione con i colleghi, prima e dopo le lezioni</strong></p>
<p>Studiare le stesse materie significa, spesso, condividere una grande passione, che si tratti di storia moderna o di meccanica razionale. E questo rende le cose un po’ più facili. Invitate i colleghi a prendere un caffè dopo le lezioni: persone con gli stessi interessi sono naturalmente più disponibili a frequentarsi.</p>
<p><strong>5.Prendetevi qualche rischio e iniziate voi per primi</strong></p>
<p>Siate i primi a fare delle proposte. Invitate i nuovi amici a concerti, seminari, eventi. Troverete sempre qualcuno interessato alle cose che vi piacciono o semplicemente interessato… a voi.</p>
<p><strong>6.Persone che sperimentano qualcosa di significativo insieme, stabiliscono rapporti più profondi</strong></p>
<p>Se, dunque, avrete l’opportunità di condividere un progetto, del volontariato o un corso al di fuori dell’Università con un collega, non rinunciate. Vi aiuterà a rafforzare l’amicizia.</p>
<p>Troppo spaventati all’idea di tutto questo? Forse è arrivato il momento di migliorare le vostre abilità sociali. L’Università può essere un momento di vita straordinariamente fertile, ma può anche trasformarsi in un’esperienza alienante, per chi magari, sentendosi preoccupato ed ansioso, non riesce ad approfittare delle occasioni offerte dalla comunità degli studenti.</p>
<p>Ricordate che questi sono anni perfetti per promuovere dei cambiamenti, anche interiori. Rappresentano un momento ideale per crescere ed evolvere, per affrontare paure irrisolte, ponendosi in modo diverso nei confronti degli altri. Se avete di questi problemi, potete rivolgervi con fiducia ad uno psicologo, che, come un allenatore, vi aiuterà a sviluppare capacità pratiche e vi darà il supporto necessario per metterle in atto.</p>
<h2>In conclusione, c’è chi inizia il percorso universitario con persone stimolanti, con le quali arriverà diritto fino alla laurea. Più spesso, però, gli amici incontrati nei primi mesi non sono necessariamente quelli giusti per noi. Molti ragazzi si perdono di vista. <span style="color: #800080;">Ci accompagneranno, invece, per un lungo periodo di tempo, le persone che sceglieremo consapevolmente e con le quali stabiliremo un rapporto autentico e significativo.</span></h2>
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		<title>EMDR: una strategia per il trauma</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana De Santis</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">EMDR – EYE MOVEMENT DESENSITIZATION AND REPROCESSING <span style="color: #000000;">(DESENSIBILIZZAZIONE E RIELABORAZIONE ATTRAVERSO I MOVIMENTI OCULARI)</span></span></h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/trauma.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7748" title="RSO&amp;I/FE '07'" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/trauma.jpg" alt="" width="442" height="288" /></a></p>
<p>L’EMDR è un approccio complesso ma ben strutturato che può essere integrato nei programmi terapeutici aumentandone l’efficacia. L&#8217;EMDR Considera tutti gli aspetti di una esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi, che quelli comportamentali e neurofisiologici. Questa metodologia utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali. Si basa su un processo neurofisiologico naturale, legato all’elaborazione accelerata dell’informazione.</p>
<p>L’EMDR vede la patologia come informazione immagazzinata in modo non funzionale e si basa sull’ipotesi che c’è una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico.  Quando avviene un evento ”traumatico” viene disturbato l’equilibrio eccitatorio/inibitorio  necessario per l’elaborazione dell’informazione.  Si può affermare che questo provochi il ”congelamento” dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto. Questa informazione ”congelata” e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici (ansia, disturbi dell&#8217;umore&#8230;).</p>
<p>I movimenti oculari saccadici e ritmici usati con l’immagine traumatica, con le convinzioni negative ad essa legate e con il disagio emotivo facilitano la rielaborazione dell’informazione fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. Nella risoluzione adattiva l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.</p>
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<p>L’EMDR è usato fondamentalmente per accedere, neutralizzare e portare a una risoluzione adattiva i ricordi di esperienze traumatiche che stanno alla base di disturbi psicologici attuali del paziente. Queste esperienze traumatiche possono consistere in:</p>
<p>Piccoli/grandi traumi subiti nell’età  dello sviluppo</p>
<p>Eventi stressanti  nell’ambito delle esperienze comuni (lutto, malattia cronica, perdite finanziarie, conflitti coniugali, cambiamenti)</p>
<p>Eventi stressanti al di fuori dell’esperienza umana consueta quali disastri naturali (terremoti, inondazioni) o disastri provocati dall’uomo (incidenti gravi, torture, violenza).</p>
<p>È una metodologia che può essere utilizzata anche con i bambini.</p>
<p>Le ricerche condotte indicano che il metodo permette una desensibilizzazione rapida nei confronti dei ricordi traumatici e una ristrutturazione cognitiva che porta a una riduzione significativa dei sintomi del paziente (stress emotivo, pensieri invadenti, ansia, flashbacks, incubi).</p>
<p>Infatti, inizialmente questa nuova forma di psicoterapia è stata rivolta al trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, ma attualmente è un metodo ampiamente utilizzato per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici.</p>
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<p>Per maggiori info www.emdritalia.it</p>
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