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	<title>Psicozoo - Notizie e Risposte dagli psicologi &#187; dolore</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Mini kit anti-preoccupazioni: le 3 domande ecologiche</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 23:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittoria Nervi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questo periodo di incertezze i motivi concreti per preoccuparsi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In questo periodo di incertezze i motivi concreti per preoccuparsi spuntano ogni giorno</span> ed è necessario in qualche modo gestire l’ansia, la paura per il futuro.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/PREOCCUPARSI-3.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8423" title="PREOCCUPARSI 3" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/PREOCCUPARSI-3.jpg" alt="" width="478" height="317" /></a></p>
<p>Molte  persone però sembrano essere programmate per  preoccuparsi come se avessero un timer settato. Quando tutto va per il verso giusto o non ci sono particolari preoccupazioni ecco che incominciano a preoccuparsi che le cose stiano andando troppo bene. Certamente, pensano, arriverà qualcosa a rompere l’incantesimo.</p>
<p>L’obiettivo inconscio è poter dire ‘ecco lo sapevo’ o variazioni sul tema del tipo’capitano sempre a me’ a me. La preoccupazione dà a una piccola cosa una grande ombra.</p>
<p><strong> Proverbio svedese</strong></p>
<p>il cast dei fantasmi</p>
<p>♦quello del futuro incerto</p>
<p>♦quello del “cosa dirà xy,cosa penserà  la gente”</p>
<p>♦quello dell’ ipocondria nei propri riguardi o di qualcun altro per cui un dolore a sinistra potrebbe essere la fine e via dicendo</p>
<p>Quelli che ’nel dubbio, meglio che succeda qualcosa’</p>
<p>Ci sono persone che non tollerano l’incertezza, il non sapere, l’imprevisto. Ogni dubbio deve essere risolto su-bi-to, ad ogni costo e ogni punto di domanda deve avere la risposta IMMEDIATA. Se progettano una vacanza, qualcosa di nuovo devono essere sicuri al 100% che tutto sia in ordine al millesimo di micron. Se incontrano la potenziale anima gemella devono sapere,capire ‘mi ama o non mi ama? Come andrà a finire?</p>
<p>Vogliono un certificato di garanzia  prima di continuare. Vorrebbero la sfera di cristallo ma in mancanza chiedono a destra e a manca ‘tu che ne pensi? Meglio che accada qualcosa subito piuttosto che aspettare sui carboni ardenti. Preoccuparsi in anticipo è per loro una specie di ‘prove di trasmissione’ per prepararsi a un probabile e fantomatico peggio.</p>
<p>Tutto DEVE essere sotto controllo. La preoccupazione è come la pressione del sangue. Se è ok si vive bene ma troppo alta può spedirti a miglior vita</p>
<p><strong>L’altra faccia della medaglia</strong></p>
<p>Preoccuparsi non è sempre negativo. E’ la intensità che non va.</p>
<p>Una giusta dose di preoccupazione è utile per</p>
<p>♦motivarci ad agire</p>
<p>♦trovare la soluzione a un problema</p>
<p>♦trovarci attrezzati per gli imprevisti</p>
<p>♦evitare di lasciarci travolgere a sorpresa dagli eventi</p>
<p>Preoccuparsi è utile se la tensione ti spinge ad agire,a  passare da un atteggiamento passivo di standby che ti paralizza  nella tua paura a un atteggiamento proattivo</p>
<h2>Che credenze hai a proposito delle preoccupazioni positive?</h2>
<p><strong>STRATEGIE OK</strong></p>
<p>Tollerare  L’INCERTEZZA</p>
<p>Preoccuparsi non fa aumentare la certezza, non da’ la giusta lucidità per agire. Affrontare il bisogno di avere sempre tutto sotto controllo è importante perché questo è il fattore chiave che fa scattare il meccanismo-preoccupati</p>
<p>Più si tollera di rimanere in questa specie di limbo,più si accetta di non poter sapere, più si riduce il ‘doversi preoccupare’</p>
<p><strong>6 domande-chiave</strong></p>
<p>1 posso ottenere la certezza in qualche modo?</p>
<p>2 quali sono i vantaggi e gli svantaggi del cercare  certezze in questa situazione</p>
<p>3 faccio previsioni negative quando  non sono certo di qualcosa?Potrebbero probabilmente accadere  anche cose positive?</p>
<p>4 quale è la probabilità che le cose che prevedo possano avverarsi?</p>
<p>5 ci sono dei momenti o delle situazioni nelle quali posso tollerare l’incertezza,il non sapere o capire?</p>
<p>6 come fanno gli altri a tollerare l’incertezza? Posso imparare qualcosa da loro?</p>
<h2>La tecnica delle 3 domande</h2>
<p>Quando inizi a preoccuparti troppo e non riesci a pensare ad altro prova subito a bloccare i pensieri negativi per spegnere l’interruttore ‘mi preoccupo’</p>
<p>E’ VERO? (quello che penso)</p>
<p>se la riposta è sì passa a ‘come lo so che è vero?</p>
<p>( lo sai per certo o presupponi,immagini…)</p>
<p>E’ UTILE? (quello che penso)</p>
<p>in altre parole..tutto questo mi aiuta a chiarire,ad essere lucido o mi confonde di più)</p>
<p>Se la risposta a una qualsiasi delle domande è NO allora pensa a qualcosa d’altro,qualcosa che ti faccia sentire bene o prova a passare all’azione staccando per un momento per fare altro.</p>
<p>Il segreto è fermarti nell’esatto secondo quando ti accorgi che i primi pensieri inquinanti stanno per mettere fuori uso il tuo sistema di allarme.</p>
<p>MI FA SENTIRE BENE?</p>
<p>(dentro di me,nei miei riguardi,nei riguardi di xx,in questa situazione)</p>
<p><strong>In pratica</strong></p>
<ul>
<li>cerca un modo più realistico di guardare alla situazione</li>
<li>quantifica la probabilità da 1 a 10 che quello che ti fa paura accada.</li>
<li>Se la probabilità è bassa quali potrebbero essere i risultati?</li>
<li>quanto mi costa preoccuparmi?</li>
<li>cosa direi a un mio amico se avesse questa preoccupazione?</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scommettiamo che divento felice?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi anni il mio interesse si è focalizzato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In questi ultimi anni il mio interesse si è focalizzato sulla patologia dalle dipendenze senza sostanza,</span> in particolare il gioco d’azzardo, dove troviamo anche: dipendenze affettive, da sesso, da internet, da acquisti compulsivi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8154" title="dipendenza gioco" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg" alt="" width="489" height="371" /></a></p>
<p>Si tratta di una patologia in preoccupante espansione che a mio modesto avviso non viene sufficientemente attenzionata, probabilmente perché socialmente condivisa da sempre più persone e nel caso del gioco d’azzardo, “benedetta dallo Stato”. Le caratteristiche indicative della dipendenza ( tolleranza, astinenza, controllo), insorgono tramite l’attivazione dell’escalation: ”passatempo vizio patologia”. La dipendenza da gioco d’azzardo è subdola e insidiosa, perchè difficilmente individuabile, ad alta recidività e difficilmente trattabile con gli odierni mezzi terapeutici.</p>
<p><strong>A proposito di gioco d’azzardo&#8230;</strong></p>
<h2>SCOMMETTIAMO CHE DIVENTO FELICE ?</h2>
<p>Vorrei iniziare con una disamina di carattere semantico in riferimento al termine dipendenza, che proviene etimologicamente dal latino: dipendere “pendere in giù”, quindi parlare di dipendenza come di un fatto negativo evoca necessariamente il contrario; indipendenza che è sinonimo di libertà; l’assioma principale che dovrebbe guidare l’agire umano cosi da condurre alla felicità.</p>
<p><strong>Breve riflessione &#8230;</strong></p>
<p>Ma essere felici che cos’è, desiderio o piacere? E’ desiderio, lo postula la filosofia e la letteratura (non amo che le rose che non colsi), lo conferma la scienza.</p>
<p>In neurofisiologia si afferma che il piacere viene attivato dal rilascio di ormoni; le endorfine, come la morfina e l’oppio; “calmanti”, mentre il desiderio e generato da un altro ormone; la dopamina, l’ormone della”ricompensa”, che è un eccitante = “energia” .</p>
<p>L’energia è vita , è stimolo continuo, mai effimero o fine a se stesso come il piacere. E’ necessario rimanere nel desiderio, cavalcarlo, pena il vederlo trasformare in bisogno = “dipendenza”.</p>
<p>Ma quali sono le cause che fanno si che l’uomo assuma comportamenti dannosi per la propria salute e si renda schiavo dalle dipendenze?</p>
<p><strong> Per dirla con Dostoevskij:</strong></p>
<p><em>“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…” “ma allora è tutta colpa della stupidità?”</em></p>
<p>Forse è meglio consultare la <strong>TEORIA DI EYSENCK</strong>. Eysenck scoprì due dimensioni di base della personalità, che indicò come introversione-estroversione e nevroticismo (stabile-instabile). L’estroversione ha una base fisiologica. L’individuo estroverso sarebbe corticalmente sotto-attivato è quindi avrà una fisiologica tendenza per la ricerca di stimoli eccitanti e pericolosi, l’impulsività è una componente principale della personalità dell’estroverso, vi è insomma una predisposizione a mettersi nei guai.</p>
<p><strong>E avvalersi del contributo di FREUD con Eros e Thanatos</strong></p>
<p>Nell’antichità Eros &amp; Thanatos, originariamente fratelli e figli della Notte e di Erebo erano legati al mito dell’amore e della morte, entrambi erano mediatori tra il caos e la perfezione, tra l’irrazionale e il razionale. Eros e Thanatos sono complementari, non possono esistere l’uno senza l’altro. Non si può prescindere da fisiologici stadi di dolore, in quanto il dolore è il rovescio della medaglia del piacere.</p>
<p>Ma quale che sia la interpretazione eziologica il problema è che l’individuo è costantemente assorbito dal pensiero del gioco, il quale diventa una strategia fallimentare di evitamento dai problemi, vi è un continuo affidarsi alla sorte, per raggiungere la “felicità”, per mezzo di somme di denaro sempre più consistenti, (comportamento favorito dalla sindrome della tolleranza e dell’astinenza), fino a portarsi al tracollo economico, dopodiché non esiterà a procurarsi il denaro anche con mezzi illegali compromettendo gravemente la sua vita familiare e sociale, in danno della propria autostima e dignità , allora è facile rimanere soli e vedere affacciare l’ombra della depressione, nei casi piu gravi accompagnata dall’estremo tentativo di rimettere tutto a posto attraverso il suicidio, spesso attuato anche per mezzo dell’ “accoppiata vincente” fumo e alcol.</p>
<h2><span style="color: #800080;">E pensare che è solo un gioco…</span></h2>
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		<title>L&#8217;importanza dei corsi pre parto</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 21:25:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corso di preparazione al parto ha lo scopo di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Il corso di preparazione al parto ha lo scopo di preparare le future madri ad affrontare più serenamente la gravidanz</span>a, attraverso esercizi per il corpo, consigli sulla salute, si danno informazioni sull’essere genitore, sull’allattamento e sul primo anno di vita del bambino.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/corso-preparto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8147" title="corso-preparto" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/corso-preparto.jpg" alt="" width="455" height="341" /></a></p>
<p>Sono un luogo di incontro per donne che vivono la stessa condizione. È una sorta di condivisione reciproca di paure e curiosità riguardo la situazione nuova che stanno vivendo. Sono molte le paure che le donne in gravidanza hanno, e non è sempre facile esprimerle, ma in un ambiente comune, in cui tutte vivono la stessa situazione, aprirsi diventa più facile.</p>
<p>Sotto la guida di esperti (ostetrico, ginecologo e psicologo) è possibile riscoprire le proprie capacità. Si preparano le future mamme fisicamente, con esercizi per il corpo, di respirazione, rilassamento, postura, consigli sull’alimentazione, con il <strong>RAT (Training Autogeno Respiratorio)</strong>, e si preparano psicologicamente, con informazioni sulla salute, informazioni sul bambino e sulla nuova coppia genitoriale.</p>
<p>Questi esercizi possono aiutare a gestire meglio il dolore del parto, alle doglie. Insegnano a rilassarsi profondamente, a recuperare le energie, ad aprire il bacino per un passaggio più facile per il bambino.</p>
<p>Seguire un corso pre parto può aiutare a cambiare uno stile di vita non del tutto salutare, come fumare, mangiare troppi dolci, bere alcolici… È utile ascoltare il proprio corpo, cambiare i ritmi giornalieri, camminare di più e mangiare sano. Il corso aiuta ad ascoltare meglio il proprio corpo.</p>
<h2>Frequentare questo tipo di corso vuol dire prendersi un momento per sé stesse, se, invece, il corso viene frequentato in coppia, è ancora più utile, poiché permette alla coppia di condividere un’intimità legata alla gravidanza insieme. <span style="color: #800080;">In questo caso il corso ha l’obiettivo di preparare i futuri genitori alla genitorialità, di avere più confidenza con la gravidanza e il parto.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Aborto del primo trimestre evento stressogeno</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 07:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana De Santis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;evento dell&#8217;aborto nella vita della donna giunge totalmente inaspettato; è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L&#8217;evento dell&#8217;aborto nella vita della donna giunge totalmente inaspettato;</span> è un&#8217;evenienza che non può essere controllata e, come tutte le esperienze al di fuori del nostro controllo, psicologicamente intollerabile.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/test-esami-gravidanza.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8085" title="test-esami-gravidanza" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/test-esami-gravidanza.jpg" alt="" width="479" height="318" /></a></p>
<p>Un aborto spontaneo rappresenta un fattore particolarmente stressogeno e, per superare e alleviare la risposta emozionale allo stress, la persona deve mettere in atto una risposta adattativa per ritrovare equilibrio; quando ciò non avviene, si sviluppa un disagio emotivo/psicologico più o meno duraturo.</p>
<p>Non tutte le donne reagiscono all&#8217;esperienza dell&#8217;aborto nello stesso modo. Normalmente la donna vive dei sentimenti di dolore, di tristezza, di perdita, di insicurezza, di inadeguatezza, di isolamento, ma talvolta si possono sviluppare reazioni più forti, fino all&#8217;ansia e alla depressione.</p>
<p>La donna tende spesso a a chiudersi in se stessa, inizia a tormentarsi, a rimuginare; nelle sua mente continuano ad affiorare domande come: <em>&#8220;Riuscirò mai a portare a termine una gravidanza?</em>&#8220;;&#8221;<em>Perché è successo a me?</em>&#8220;; &#8220;<em>Avrò qualche malattia, qualche cosa che non va?&#8221; . </em>Queste domande possono diventare ossessionanti e arrivare a distogliere la sua mente da qualunque altra attività, riducendo la produttività lavorativa, la qualità delle relazioni e in generale della vita.</p>
<p>Utilizzando scale e questionari codificati per la diagnosi di disturbi psichiatrici, molti studi hanno evidenziato che nel periodo successivo all&#8217;aborto spontaneo nel primo trimestre emergono quadri clinici ben caratterizzati.</p>
<p>Uno studio di Friedman e Gath (1989) utilizzando il<em> Present State Examination</em> ha mostrato come, dopo 4 settimane dall&#8217;evento, nel 48% delle donne emergessero punteggi positivi per una sintomatologia di tipo ansioso-depressivo.</p>
<p>Prettyman e coll. (1992) hanno utilizzato la <em>Hospital Anxiety and Depression Scale</em> osservando una predominanza di sintomi ansiosi piuttosto che depressivi. In particolare, dopo una settimana, il 22% delle donne presentava sintomi da depressione e il 41% sintomi da ansia, mentre dopo 12 settimane la sintomatologia depressiva era scesa al 6%. Al contrario, si è osservato come dopo un&#8217;iniziale calo della sintomatologia ansiosa nel 18% delle donne (alla 6° settimana), questa sia nuovamente comparsa alla 12a settimana nel 32% delle donne; ciò potrebbe essere giustificato da una reale presa di coscienza del fatto che esse non sono più gravide e che dovranno attendere qualche mese prima di esserlo nuovamente. Questo periodo di attesa crea un&#8217;aspettativa nei confronti della successiva gravidanza, oppure fa sì che insorgano dei dubbi riguardo alla decisione di concepire nuovamente.</p>
<p><strong> </strong>L&#8217;analisi della letteratura fin qui riportata dimostra in modo assai chiaro che l&#8217;interruzione spontanea di una gravidanza, anche se rappresenta un episodio sporadico e non si configura in un vero e proprio disturbo riproduttivo (come per l&#8217;abortività ricorrente) può rappresentare un certo rischio per la salute mentale della paziente.</p>
<p>Questo fenomeno è forse cambiato negli ultimi anni: la possibilità di una maggior pianificazione della gravidanza, associato alla dilazione temporale della ricerca del primo figlio, sono due tra i fattori che hanno portato ad un maggior investimento emotivo sulla riproduzione e quindi determinano una più vasta reattività psicologica rispetto anche al primo fallimento. Inoltre, grazie ad esempio all&#8217;ecografia effettuata alla 6a settimana di amenorrea con ascolto del battito cardiaco fetale, l&#8217;immaginario materno (e paterno) del proprio figlio si fonda su sensazioni visive ed acustiche notevolmente concrete, tali da rendere decisamente plausibili reazioni emotive forti. La perdita diventa un qualcosa di assolutamente reale.</p>
<p>Per tutti questi motivi non si possono trascurare le reazione emotive delle donne e delle coppie che subiscono e affrontano l&#8217;evento di un aborto spontaneo. Farlo, sarebbe negare una bella parte del problema. Un supporto psicologico in queste situazioni è assolutamente necessario e fondante di una presa un carico in toto dei pazienti, laddove un atteggiamento somato-psichico, che non trascuri dunque nessun aspetto dell&#8217;evento, è sicuramente l&#8217;approccio più funzionale ed efficace.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Friedman E. and Gath B. <em>The consequences of spontaneous abortion</em>. BJP 1989; 155: 810-813.</li>
<li>Prettyman RJ, Cordle C. <em>Psychological aspects of miscarriage: attitudes of the primary health care team.</em> Br J Gen Pract. 1992 Mar; 42 (356):97–99.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;innamoramento</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ innamoramento è una forma di felicità che unisce una ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L’ innamoramento è una forma di felicità che unisce una persona ad un’altra.</span> Quando siamo innamorati includiamo l’altro nella nostra vita, diventa la persona eletta, ovvero colui con il quale è possibile condividere le proprie esperienze.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/innamorarsi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8069" title="innamorarsi" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/innamorarsi.jpg" alt="" width="467" height="291" /></a></p>
<p>Si vive un momento speciale e spesso si tendono ad abbandonare le attività precedenti. Amare è involontario, è un sentimento difficile da gestire, è allo stesso tempo bello e brutto, poiché si passa dall’ incanto al dolore. La persona amata, anche se non è fisicamente piacevole, diventa ai nostri occhi la persona più bella del mondo.</p>
<p>Ogni volta che ci si innamora si fa un’esperienza diversa, anche se ci innamoriamo più volte non proviamo mai la stessa emozione. Sarà sempre piacevole e coinvolgente, ma sarà diversa.</p>
<p>L’innamoramento dà una sensazione di smarrimento, e non è facilmente gestibile.</p>
<p>Innamorarsi non è meccanico, ci vuole una predisposizione, può dipendere dalla solitudine, da un bisogno sessuale, da un’insoddisfazione, dal desiderio di cambiare, o da cose del genere.</p>
<p>L’interesse stimolato da una determinata persona, quella giusta, può avvenire per caso. Si attuano così comportamenti finalizzati ad attirare l’attenzione della persona desiderata.</p>
<p>L’innamoramento può essere graduale o può essere istantaneo. Dopo una prima fase, in cui sembra che tutto sia meraviglioso e perfetto, ci si rende conto che abbiamo idealizzato troppo la persona amata e ci scontriamo con la realtà, l’innamoramento  prende un’altra forma, dopo la passione, viene la razionalità, la voglia di stabilità. L’appagamento sessuale perdura.</p>
<p>E qui decidiamo se impegnarci seriamente con la persona, e quindi continuare la storia con i suoi pro e contro, o meno.</p>
<p>Che si tratti di un’avventura e di una passione, l’essere innamorato è un momento transitorio, ma che trasforma le persone, fa fare loro cose uniche e sorprendenti .</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Effetto placebo: il ruolo delle aspettative nella terapia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:21:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Caravella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neuropsicologia]]></category>
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Era il 1811 quando, all&#8217;interno dell’Hoopers Medical Dictionary, il placebo veniva descritto come ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<h3><span style="color: #800080;">Era il 1811 quando, all&#8217;interno dell’Hoopers Medical Dictionary, il placebo veniva descritto come una forma di &#8220;medicamento dato più per compiacere il paziente che per fornirgli beneficio&#8221;. Da allora, numerosi studi hanno dimostrato l&#8217;esistenza di un “effetto placebo” nella terapia,  che può a volte produrre modificazioni sorprendenti in condizioni patologiche di varia natura, e in particolar modo in quelle caratterizzate da una presenza di sintomi soggettivi accentuati e  dall&#8217;intensa partecipazione psicologica del paziente, come nel caso delle malattie psicosomatiche. <span style="color: #000000;">Ma in che modo le aspettative nutrite nei confonti di un determinato farmaco o trattamento possono influenare l&#8217;esito clinico della terapia? E soprattutto: si tratta di un processo basato solo sulla suggestione o ci sono altri fattori implicati?</span></span></h3>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/farmaco.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8037" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/farmaco.jpg" alt="" width="246" height="224" /></a></p>
<p dir="ltr">Derivante dal latino (dal futuro del verbo placere=piacerò), l&#8217;<strong>effetto placebo</strong> indica comunemente l&#8217;influenza positiva esercitata dalle nostre aspettative nei confronti di uno specifico <strong>farmaco</strong>, o di un trattamento privo di per sè di alcuna efficacia terapeutica. Il placebo, nella maggior parte dei casi, è infatti costituito da una <em>sostanza inerte in quanto priva di principi attivi</em>, i cui effetti di miglioramento possono essere ascritti esclusivamente ai pensieri positivi e alle credenze ottimistiche formulate da un individuo riguardo ai potenziali benefici ad esso associati.</p>
<p dir="ltr">Per <strong>effetto nocebo</strong>, derivante anch&#8217;esso dal latino (dal futuro del verbo nocere=nuocerò), si suole invece far riferimento alle reazioni negative di natura biologica risultanti da un determinato farmaco o trattamento, imputabili alle aspettative negative e al pessimismo ad esso associati. In tal caso, può accadere che soggetti a cui sia stato somministrato il placebo, non solo non riportino miglioramenti, ma presentino anche degli evidenti effetti collatarali chiaramente non attribuibuli  all&#8217;attività del farmaco (inerte).</p>
<p dir="ltr">Nel 2002 il dott. Arthur J. Barsky direttore del centro di ricerche psicosomatiche a Boston aveva dimostrato attraverso alcuni esperimenti come alcuni pazienti che nutrivano delle aspettative negative riferite alla possibile insorgenza di effetti collaterali, avevano maggiori probabilità di presentare effettivamente questi <strong>sintomi</strong>, in base addirittura al solo nome o colore del farmaco.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;effetto placebo viene usato molto spesso nella ricerca medica per verificare l&#8217;e<em>fficacia</em> di nuovi farmaci.  In tal caso un farmaco potrà essere definito efficace solo se sarà in grado di produrre risultati significativamente differenti dal placebo a tre o sei mesi di distanza dal <strong>trattamento</strong>.</p>
<p dir="ltr">Nei casi di <em>malattie psicosomatiche</em> come emicrania, insonnia o comunque stati psicofisici accompagnati dalla sensazione di dolore, esperimenti condotti secondo la procedura cieco semplice (<em>single-blind control procedure)</em> hanno dimostrato che l&#8217;effetto placebo è in grado di produrre un miglioramento medio del 35-40% con punte che possono arrivare fino all&#8217;80%, nei primi tre mesi del trattamento. In questo tipo di esperimento la procedura consiste nel prendere in considerazione due campioni omogenei di soggetti, che formeranno il gruppo sperimentale (a cui viene somministrato il farmaco attivo oggetto di studio), e il gruppo di controllo (a cui viene somministrato una sostanza inerte, il placebo). Ovviamente nessun individuo appartenente a due gruppi dovrà sapere a quale condizione sperimentale è stato assegnato.</p>
<p dir="ltr">Per testare l&#8217;effettiva efficacia di un farmaco, invece, si suole mettere in atto la procedura doppia cieco <em>(double blind control procedure),</em> nell&#8217;ambito della quale nè i pazienti, ne i medici sono a conoscenza di chi sta assumendo il farmaco attivo o il placebo. In tal caso solo in presenza di  una differenza statisticamente significativa tra le due tipologie di &#8220;trattamento&#8221; a favore del gruppo di soggetti che è stato trattato con il farmaco attivo si potrà concludere che quest&#8217;ultimo ha una efficacia terapeutica.</p>
<p dir="ltr">È bene ricordare che l&#8217;effetto placebo inizia già prima della somministrazione del farmaco inerte, ovvero nel momento il medico frende cosciente il paziente riguardo ai possibili benefici psicologici dell&#8217;assistenza e lo dispone emotivamente ad attendere i vantaggi della cura che sta per ricevere.</p>
<p dir="ltr">Ma in che modo l&#8217;effetto placebo riesce a produrrre questi <strong>miglioramenti?</strong> Quanto contando le nostre aspettative e quali sono i fattori e i meccanismi che entrano in gioco all&#8217;interno di questo processo?</p>
<p dir="ltr">Per rispondere a questa domanda è bene chiarire che l&#8217;effetto placebo non costituisce un fenomeno astratto ed esclusivamente psicologico limitato soltanto ad un processo di <strong>suggestione</strong>, in quanto tale effetto è accompagnato da specifiche reazioni a livello biochimico.</p>
<p dir="ltr">Recenti studi (Scott et al., 2008), infatti, hanno dimostrato che le credenze e le aspettative positive che generiamo nei confronti del placebo agiscono direttametne sui nostri <strong>neurotrasmettitori</strong>, attivando quelli associati alle sensazioni di piacere e di felicità (serotonina, dopamina), e dimunendo al contempo l&#8217;azione di quelli associati all&#8217;ansia, alla paura e allo stress (come l&#8217;adrenalina). Inoltre in caso di aspettative ottimistiche è stato riscontrato un aumento degli <strong>oppiacei endogeni</strong> cioè sostanze chimiche di natura organica prodotte dal cervello, dotate di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina, che mediano sensibilmente la percezione di dolore. Tali modificazioni sono state ampiamente dimostrate nel corso di numerosi studi effettuati negli anni che hanno evidenziato attraverso la tecnica della risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI) l&#8217;attivazione di specifiche aree cerebrali (Kong et al. 2007).</p>
<p dir="ltr">Un recente <strong>studio¹</strong> coordinato dalla neuroscienziata cognitiva Irene Tracey, dell&#8217;Università di Oxford,  e pubblicato sulla rivista <em>Science Translational Medicine</em>, ha fornito un&#8217;ulteriore conferma sull&#8217;influenza esercitata dalle nostre aspettative sull&#8217;efficacia dei farmaci e sulla percezione del dolore (che in questo caso derivava da alcune bruciature sui polpacci e sui piedi dei partecipanti).</p>
<p dir="ltr">L&#8217;<strong>esperimento</strong>, condotto su 22 soggetti e basato sulla somministrazione di un farmaco dalla rapida azione analgesica (remifentanil), prevedeva tre condizioni sperimentali:</p>
<ol>
<li>nessuna aspettativa sull&#8217;effetto analgesico</li>
<li>aspettativa positiva in merito all&#8217;effetto analgesioco del farmaco;</li>
<li>aspettativa negativa riguardo all&#8217;effetto analgesico del farmaco.</li>
</ol>
<p dir="ltr">Dall&#8217;esperimento è emerso che i soggetti tendevano a percepire una sensazione di dolore meno intensa quando ritenevano di star ricevendo il farmaco (condizione sperimentale n°2) piuttosto che quando credevano di non essere sottoposti a nessun trattamento (condizione sperimentale n°1) , anche se la somministrazione del farmaco non era stata interrotta. Quando immaginavano, invece, che il dolore sarebbe aumentanto in funzione dell&#8217;interruzione del trattamento (condizione sperimentale n°3), questa aspettativa negativa eliminava di fatto qualsiasi effetto benefico derivante dall&#8217;analgesico, generando una sensazione di dolore paragonabile a quella esperita nella  fase iniziale dell&#8217;esperimento dove non era stato somministrato alcun medicinale. Inoltre, attraverso una <strong>risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI)</strong>, i ricercatori hanno evidenziato che in presenza di aspettative negative riguardanti l&#8217;efficacia del farmaco, le aree cerebrali associate alla percezione di dolore risultavano essere attive esattamente nello stesso modo in cui lo erano durante la prima fase dello studio, quando i soggetti non nutrivano alcuna forma di aspettativa, in quanto consapevoli di non star ricevendo alcuna forma di trattamento per alleviare il dolore.</p>
<p dir="ltr">I <strong>risultati</strong> emersi hanno dimostrato, quindi, tanto l&#8217;effetto lenitivo del placebo, quanto il suo ruolo come coadiuvante sugli effetti terapeutici dei farmaco. per mezzo delle  aspettative positive ad esso associate. Inoltre, come sostenuto dalla stessa coordinatrice dello studio, la dott.ssa Irene Tracey, gli effetti negativi causati da un approccio pessimista nei confronti di un farmaco sono maggiormente diffusi in quei pazienti che in passato hanno vissuto numerose delusioni e frustrazioni causate da trattamenti medici inefficaci.</p>
<h4><span style="color: #800080;">Da quanto detto finora emerge piuttosto chiaramente l&#8217;importanza degli aspetti psicologici legati all&#8217;uso dei farmaci, e in particolar modo l&#8217;influenza esercitata dalle nostre aspettative sull&#8217;esito clinico di un trattamento.</span> Allo stesso modo, risulta evidente il fondamentale ruolo giocato dall&#8217;interazione psico-sociale che va ad instaurarsi tra medico e paziente,  all&#8217;interno della quale è necessario non sottovalutare le potenzialità e i rischi derivanti dalle aspettative nutrite dai pazienti. Un atteggiamento ottimista accompagnato dalla <span style="color: #800080;">fiducia</span> e dalla <span style="color: #800080;">speranza</span> di riuscire a guarire si configurano, infatti, come condizioni imprescindibili per riuscire a sfruttare a pieno i potenziali benefici associati ad uno specifico farmaco o trattamento.</h4>
<h4>________</h4>
<p dir="ltr"><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p>
<p dir="ltr"><em><strong>¹</strong> http://stm.sciencemag.org/content/3/70/70ra14.abstract</em></p>
<p dir="ltr"><em>http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18019605</em></p>
<p dir="ltr"><em>http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16407533</em></p>
<p dir="ltr">Scott D.J., Stohler C.S., Egnatuk C.M.Wang H., Koeppe R.A., Zubieta J.K., (2008). &#8220;<em>Placebo and nocebo effects are defined by opposite opioid and dopaminergic responses</em>&#8220;.  Arch Gen Psychiatry, 65 (2), 220-31.</p>
<p dir="ltr">Barsky, A.J., Saintfort, R., Rogers, M.P. &amp; Borus, J.F., (2002). &#8220;<em>Non specific Medication Side Effects and the Nocebo Phenomenon</em>&#8220;. Journal of the American Medical Association, 287, 5, 622-627.</p>
<p dir="ltr">
</div>
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		<title>Reazioni psicologiche all&#8217;aborto spontaneo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 06:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana De Santis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;esperienza di un aborto spontaneo è un evento tutt&#8217;altro che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">L&#8217;esperienza di un aborto spontaneo è un evento tutt&#8217;altro che raro e può interessare la vita di qualunque donna:</span> infatti, secondo una stima probabilistica, sembra che almeno il 15% delle gravidanze clinicamente riconosciute esiti in un aborto spontaneo entro il terzo trimestre.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/aborto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7936" title="aborto" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/aborto.jpg" alt="" width="500" height="267" /></a></p>
<p>L&#8217;esperienza dell&#8217;aborto è un&#8217;esperienza traumatica, e può essere vissuta dalla donna come tale sia sul piano fisico (dolore, perdita di sangue, ospedalizzazione, revisione della cavità uterina) che su quello psicologico ed emozionale.</p>
<p>In seguito ad un aborto spontaneo si manifestano generalmente sentimenti di dolore e di tristezza legati alla perdita del figlio immaginato, alla perdita della maternità, al fallimento della propria capacità riproduttiva.</p>
<p>Il legame d&#8217;amore tra madre e bambino si crea fin dalle prime settimane di gravidanza, già nel momento della prima ecografia. Quando avviene un aborto, sia esso nel primo o nel secondo trimestre, si verifica in modo violento e improvviso l&#8217;interruzione di questo legame: viene a mancare l&#8217;oggetto d&#8217;amore. Interviene un sentimento di dolore, di tristezza, di angoscia, di colpa, di rabbia. Questa esperienza di lacerazione, tra il prima ed il dopo, è comune a tutte le donne che perdono un bambino in gravidanza, indipendentemente dall&#8217;epoca gestazionale.</p>
<p>Non si possono descrivere in modo esaustivo tutte le emozioni e tutti i pensieri sperimentati dalle madri e dai padri colpiti da questa perdita improvvisa, tuttavia ci sono vissuti estremamente comuni. Tra le emozioni ed i pensieri più frequenti troviamo una dolorosa sensazione (sia fisica che mentale) di vuoto e sbigottimento. Alcune donne avvertono una sensazione di irrealtà associata a tristezza, che può combinarsi ad agitazione e tendenza a tenersi estremamente occupate, quasi per poter evitare di pensare all&#8217;accaduto e soffermarsi sulle emozioni associate. Nei giorni successivi sono spesso presenti emozioni della sfera negativa, come tristezza, angoscia, senso di colpa e notevole rimuginio (&#8220;<em>è colpa mia, avrei dovuto/non avrei dovut</em>o&#8230;&#8221;), alternato talvolta ad apatia e a reazioni depressive. Anche i sentimenti di vergogna e di perdita di autostima sono piuttosto frequenti.</p>
<h2> Non bisognerebbe mai sottovalutare le conseguenze della portata emotiva associata ad un aborto. Sono personalmente convinta che in seguito a questa esperienza traumatica sia assolutamente necessaria l&#8217;elaborazione delle emozioni negative connesse. <span style="color: #800080;">Numerose ricerche dimostrano infatti che un supporto psicologico, che aiuti la donna o la coppia ad esprimere ed elaborare in maniera adeguata il dolore per la perdita, può evitare la caduta in depressione o il manifestarsi di altri disturbi psichici.</span></h2>
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		<title>I tempi del lutto</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi desidero condividere una riflessione scaturita da una frase di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Oggi desidero condividere una riflessione scaturita da una frase di un mio amico e da un successivo confronto.</span> La frase in questione era più o meno questa: <em>“Per organizzare un matrimonio ci vuole un anno, per organizzare un funerale bastano due giorni”</em>.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/lutto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7932" title="lutto" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/lutto.jpg" alt="" width="473" height="357" /></a></p>
<p>È partita da qui una riflessione spontanea sul fatto che la cerimonia funebre rappresenta il rituale sociale dell’elaborazione del lutto, del saluto finale al defunto e sancisce l’inizio della vita di tutti quelli che hanno conosciuto quella persona, senza la stessa. Come ben sappiamo, in realtà non è così. Infatti, la cerimonia funebre avviene nel pieno dell’elaborazione del lutto psicologicamente intesa, le cui fasi sono sì sempre quelle, ma sono vissute da ogni persona in maniera diversa.</p>
<p>I fattori che influiscono sulla risoluzione del lutto sono diversi e vanno dalle componenti caratteriali al livello di intimità che si aveva con la persona scomparsa, passando per innumerevoli altre, che non approfondirò in questo articolo.</p>
<p>Di fronte alla perdita di una persona cara, inizialmente si hanno reazioni di shock e negazione, seguite da una fase molto più lunga e intensa di dolore psichico. Durante questo periodo sono frequenti attacchi di rabbia, intensi sensi di colpa, angoscia di separazione e disperazione. Molto comune è anche la presenza di sentimenti ambivalenti verso la persona cara. Queste emozioni e reazioni così forti e disgreganti, sono la reazione alla perdita di un punto di riferimento, una certezza nella nostra vita reale e nel nostro spazio psichico. La risoluzione del lutto avviene quando si riesce, da un lato ad organizzare sempre di più la nostra quotidianità e dall’altro a creare uno spazio psichico dove contenere il dolore per la perdita subita e integrarlo così nella nostra nuova organizzazione interna.</p>
<p>Questo lungo e doloroso processo, richiede una notevole quantità di energia e può andare incontro a distorsioni o fissazioni che ne impediscono la corretta risoluzione. Per chi è vicino ad una persona colpita da un lutto, diventa importante quindi riconoscere e rispettare questi tempi. Soprattutto, aiutare a gestire gli intensi vissuti dolorosi, attraverso l’ascolto e la comprensione.</p>
<p>Non ci sono dei tempi prestabiliti per il compimento del lutto, tuttavia, si possono dare delle indicazioni. Se superati i sei mesi dal lutto, la persona continua a non riuscire ad alleviare il proprio dolore e sembra impossibilitata a trovare nuove strategia di vita nel quotidiano, si può forse iniziare a parlare di lutto complicato. In questo caso, il lutto potrebbe sfociare in depressione e passare, da reazione fisiologica ad un trauma, ad una vera e propria malattia.</p>
<h2>In questo caso, la miglior cosa da fare è consigliare la persona in questione a farsi aiutare da professionisti competenti. <span style="color: #800080;">Per questo, superato il rituale sociale dell’onoranza funebre, è importante restare vicino al nucleo di affetti della persona scomparsa, per aiutare a prevenire, e quando necessario riconoscere, i segni di un lutto che la persona non riesce più ad elaborare da sola.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Morire per amore</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziella Ceccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ inevitabile che, prima o poi, durante il percorso della ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">E’ inevitabile che, prima o poi, durante il percorso della vita, ci troviamo costretti a dover affrontare un dolore che può essere scatenato da eventi diversi, come la morte di una persona cara, una separazione, un improvviso licenziamento lavorativo, una forte delusione d’amore…</span></h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/mal-damore-foto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7780" title="mal-damore-foto" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/mal-damore-foto.jpg" alt="" width="450" height="333" /></a></p>
<p>E’ su questo tipo di situazione che vorrei soffermarmi per approfondire le dinamiche disfunzionali che possono scatenarsi alla fine di un amore. Le delusioni d’amore spesso vengono banalizzate, soprattutto quelle degli adolescenti “che sarà mai…morto un papa…”, o “chiusa una porta si apre…”, frasi e parole che non servono in quanto spesso, quel papa e quella porta ormai chiusa, diventano un qualcosa di più grande e che assume significati che vanno al di là dell’allontanamento della persona amata.</p>
<p>Se agli occhi degli altri è solo la fine di una storia d’amore che “normalmente” non dovrebbe portare nessun tipo di strascichi futuri, per chi vive il dolore quello stesso evento può risultare devastante. Soprattutto se si è già “portatori” di un vissuto interiore doloroso e dilaniante, quella “semplice” delusione può andare ad intaccare un’area personale già precaria e quindi suscitare problemi nella costruzione di una buona autostima. Questo fallimento può rappresentare la prova che si è realmente dei falliti, che si ha un carattere insopportabile o che nessuno potrà mai amarci per questo.</p>
<p>In questo caso il dolore diviene sempre più acuto e si trasforma man mano in angoscia. Questo succede perché quell’area colpita rappresenta il punto focale e la ragione stessa di vita, in quanto in essa si è investito tutta la propria emotività.</p>
<p>Gli amici, genitori, parenti si perdono di vista lungo il cammino, il dolore che si prova ingoia tutto e tutti e la solitudine fa da padrone. L’evento scatenante inizia a non contare più, ma è il significato che esso assume per la persona abbandonata a diventare l’enigma da risolvere, un significato invisibile agli occhi esterni. Questa invisibilità, però è pericolosa in quanto permettere alla solitudine di incalzare sempre di più, insinuandosi e divenendo isolamento fisico e psichico.</p>
<p><strong>Quindi:</strong> delusione, dolore, angoscia ed isolamento psichico, se a tutto ciò poi si somma l’impossibilità e incapacità di comunicare con chi ci sta attorno, ecco che la semplice e classica delusione diviene disperazione che acceca e confonde.</p>
<p>Si assottiglia quindi sempre di più il confine tra dolore psichico e male fisico, si pensa allora alla morte, al suicidio come unica via d’uscita, si è convinti di essere un peso per i propri cari e per se stessi. Il suicidio che viene ricercato, però, non è per forza di cose l’atto estremo e cioè quello che fa smettere di battere il cuore, spesso si decide di morire proprio lasciando battere un cuore anestetizzato, lasciandolo sopravvivere difendendolo da ulteriori coinvolgimenti emotivi.</p>
<p>Spesso, quindi, si prendono in considerazione strade alternative, devianti e patologiche, porte di emergenza da utilizzare quando ci si sente ormai in trappola. Una strada che invece consiglio e che aiuta a liberarsi da questa trappola, è quella della PAROLA e se ciò significa URLARE, ben venga! Urlare il proprio dolore ha come conseguenza la condivisione, il confronto e l’ascolto, tutto ciò che è contrario alla chiusura. Dunque, il coraggio nel lasciarsi aiutare e supportare da chi è in grado di accogliere e da chi avendo gli strumenti conoscitivi per farlo, può scavare e analizzare quel dolore e quel significato muto e invisibile agli altri. Si può cominciare così un cammino verso il recupero e la consapevolezza che l’angoscia può trasformarsi anche in altro e non solo in male fisico. Scoprire che fuori c’è un mondo che con la sua luce può far sparire i fantasmi interiori più spaventosi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fallimento: ecco perche&#8217; ci fa tanto soffrire</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 11:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riuscire a gestire il dolore causato da un fallimento è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Riuscire a gestire il dolore causato da un fallimento è una delle grandi sfide che un adulto deve affrontare.</span> Quando si è molto giovani le possibilità di raggiungere i propri obiettivi appaiono quasi illimitate, ma crescendo si diventa consapevoli che il successo non è sempre dietro l’angolo. Siamo destinati a fallire: prima o poi non otterremo la promozione tanto attesa o, forse, saremo rifiutati dalla persona amata.</h2>
<p><strong>E questo può essere molto doloroso.</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/paura_di_fallire-300x234.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7711" title="paura_di_fallire-300x234" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/paura_di_fallire-300x234.jpg" alt="" width="394" height="308" /></a></p>
<p>Non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte ad un insuccesso, ma la spirale negativa, che sto per descrivere, compare piuttosto frequentemente nei racconti di chi teme il fallimento sopra ogni cosa.</p>
<p>Molte persone riferiscono di aver cominciato a sviluppare la paura di non farcela fin dall’infanzia. In effetti, è cosa rara che i bambini vengano educati a non spaventarsi delle proprie emozioni spiacevoli e a considerare l’insuccesso in modo positivo, come un’opportunità per imparare e crescere. Più spesso, quando non riescono in un determinato compito, non vengono aiutati ad elaborare la bruciante sensazione che deriva dall’essere stati disapprovati, più o meno esplicitamente. Se siamo convinti di aver deluso le persone per noi importanti, ci sentiamo in colpa oppure proviamo vergogna. E diventiamo tristi. E’ così che quasi tutti impariamo che “sbagliare è sbagliato” e che fa terribilmente male.</p>
<p>Le critiche esterne (esplicite o tacite), ricevute senza altre spiegazioni su come affrontare la situazione, si trasformano, giorno dopo giorno, in una tendenza all’auto-critica ancora più aspra e distruttiva, che rende il mancato raggiungimento degli obiettivi scoraggiante e debilitante.</p>
<p>Nel tentativo di anestetizzare la sofferenza provata, si può arrivare a pensare che la cosa fondamentale nella vita non sia più realizzare i propri sogni e desideri, ma cercare proteggersi, ad ogni costo, da future umiliazioni. Paradossalmente, questo proponimento porterà, come vedremo tra un attimo, ad un fallimento ancora più certo di quello che si sperava di evitare.</p>
<p><strong>Facciamo un esempio.</strong> Se, per un milione di ragioni, non riusciamo a superare un esame, potremmo cominciare a dirci che siamo dei perdenti. Ovviamente questo ci farà sentire ancora peggio: proveremo un senso di profonda tristezza che ci porterà ad essere passivi nel comportamento. Pensando che sia tutto inutile, non ci daremo da fare, non parleremo con il professore, non chiederemo ad un amico di studiare con noi. Questa passività verrà interpretata come un ulteriore prova del nostro fallimento personale ( &#8220;Dovrei studiare e invece sto qui senza fare niente, sono un idiota!&#8221;). E come credete che andrà a finire? Probabilmente avremo il morale a terra e saremo ancora meno propensi a risollevare le sorti del nostro iter universitario.</p>
<p>Per mettersi al riparo da nuove frustrazioni, infatti, si finisce quasi sempre per abbandonare aspirazioni ed ambizioni o per rimandare i progetti a tempo indeterminato. E’ chiaro, a questo punto, come i ripetuti insuccessi siano principalmente causati da quello che si sceglie di fare (o non fare) per paura di un&#8217;ulteriore delusione e, in caso di eccessivo perfezionismo, per paura di non essere all’altezza delle aspettative (a volte troppo elevate). Ovviamente, nella vita, se non tentiamo, non potremo mai riuscire. Come dire: chi non gioca, non vince di sicuro. Anzi, si espone a sempre più frequenti esiti negativi.</p>
<p><strong>Facciamo un altro esempio.</strong> Chi vuole avere buone possibilità di vivere relazioni appaganti, deve necessariamente comunicare i propri desideri, i propri bisogni, il proprio modo di pensare alle persone con cui è in contatto. Altrimenti, come si può sperare di essere capiti ed aiutati, come si può credere di costruire un rapporto basato sulla complicità? Ma se la persona teme costantemente di essere rifiutata, sarà portata ad adottare un atteggiamento difensivo (passivo, passivo-aggressivo o aggressivo) verso gli altri, che complicherà la situazione.</p>
<p>Continuando, quindi, a sperimentare insuccessi, attribuendoli non ad una complessa serie di circostanze, ma prendendosela solo con se stessi, si finisce per intaccare l’autostima . Un atteggiamento pessimista può portare a concludere che i fallimenti siano correlati all’essere irrimediabilmente sbagliati. Ci si esprime con frasi del tipo “Non valgo niente” “Sono un incapace” “Sono un perdente” “Non ne combino mai una giusta” o anche “Faccio schifo” “Sono una brutta persona”.</p>
<p>Di fatto quindi, l’immagine di sé svalutata, la convinzione di essere individui deboli, perdenti e senza speranza, che genera penose sensazioni, non è tanto legata alla reale esperienza del fallimento, quanto alla tendenza interiorizzata a denigrare se stessi per non aver raggiunto gli obiettivi prefissati.</p>
<h2>Questo è quanto accade se ci lasciamo dominare dalla paura di non farcela. <span style="color: #800080;">Nel mio prossimo articolo, invece, spiegherò come sia possibile controllare (e persino sfruttare!) le emozioni legate al fallimento, in modo da non rinunciare alle occasioni di felicità e soddisfazione che la vita ci offre.</span></h2>
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