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	<title>Psicozoo - Orientarsi nella giungla della mente &#187; Interviste</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Intervista al Professor Barbetta (2 parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 07:07:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Psicopatologie]]></category>

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		<description><![CDATA[Prosegue l&#8217;intervista a Pietro Barbetta, Psicoterapeuta e Professore di  ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2><span style="color: #800080;">Prosegue l&#8217;intervista a Pietro Barbetta, Psicoterapeuta e Professore di  Teorie Psicodinamiche presso  l&#8217;Università  di  Bergamo.</span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4197" title="pietro barbetta 2" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-2.jpg" alt="" width="415" height="277" /></a><br />
</span></p>
<h2>Gentile Professore,</h2>
<p><span style="text-decoration: underline;">Non solo gli operatori del settore, ma anche molte persone che hanno fatto   esperienza di psicoterapia, accusano la psicologia di essere troppo   teorica e lontana dalle persone. Che messaggio si sentirebbe di  mandare  a queste persone?</span></p>
<p>La psicoterapia avviene quando si crea una relazione, questo non  significa affatto che si debbano fare 4 incontri settimanali per 10  anni. <strong>E&#8217; una pratica che favorisce la possibilità di prendersi cura di  sé, di dedicare una spazio per ascoltarsi. </strong>Può essere uno spazio  personale, gruppale o familiare, ma sta andando avanti quando le persone  presenti si trovano nel dialogo e hanno fiducia che, attraverso la  conversazione, possano emergere nuovi temi per pensare o ripensare la  propria storia personale o familiare. <strong>La psicoterapia non è una tecnica  per guarire. </strong>I mei fallimenti nel mio lavoro, e in oltre vent&#8217;anni ce ne  sono stati e sono stati per me elemento di riflessione seria, sono  avvenuti ogni volta che la persona che domandava la terapia mi ha  investito di capacità taumaturgiche che avevano la funzione di evitare  di essere lei/lui il protagonista della propria storia, ogni volta che  non sono riuscito a trasformare questa domanda in un&#8217;interpellazione che  portasse il soggeto a pensarsi come responsabile della propria vita e  del proprio desiderio. <strong>Se i miracoli esistono in terapia, una cosa è  certa: non li fanno i terapeuti, ma sempre i pazienti.</strong></p>
<p>Il messaggio a  queste persone: avete confuso la pratica psicoterapeutica con la pratica  medica. Questo è in gran parte dovuto a noi psicoterapeuti che non  riusciamo a trasmettervi che noi non frequentiamo quel tipo di  linguaggio, non apparteniamo al dominio medico, ma al dominio sociale,  esistenziale, filosofico. Per esempio, noi non guariamo. In quel caso si  va dal medico, noi ascoltiamo, domandiamo, conversiamo, dialoghiamo,  usiamo il linguaggio: quello verbale, quello scirtto, quello dell&#8217;arte,  quello del corpo, cerchiamo insieme alle persone che si rivolgono a noi  di trovare spazi per la cura di sé, per ritrovare la responsabilità  umana di fronte alla propria vita. Possiamo anche parlare della  diagnosi, però per noi la diagnosi è il prodotto del discorso che  inserisce certi linguaggi del soggetto in categorie definite nella  storia del discorso psichiatrico, una persona può avere una diagnosi di  schizofrenia, ma noi vediamo quella persona come unica, conversiamo con  lei in quanto soggetto, con un nome, mentre la diagnosi è una  catalogazione categoriale delle sue condotte. Non neghiamo la diagnosi,  fa parte del discorso clinico che anche noi abitiamo, ma la psicoterapia  è presente là dove incontirmo quella persona, quel corpo in carne e  ossa, con una biografia unica e irripetibile. <strong>Insomma la psicoterapia,  per farla, bisogna sceglierla, la scelta della psicoterapia è già un  passo dentro la psicoterapia. </strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Anche se mi rendo conto che le sto proponendo una sfida ardua, si   sentirebbe di sintetizzare il pensiero degli autori di riferimento che   approfondirà nella sua “tre giorni” (Bateson, Deleuze, Foucault,   Butler), in una massima che guidi il lavoro degli operatori della   salute mentale?</span></p>
<p>Tutte le pensatrici e i pensatori che tratteremo in <strong>&#8220;Pensar la clinica&#8221; </strong>condividono sotto diverse prospettive, le premesse che ho esposto sopra.  Ci sono psiconaliste, come Julia Kristeva o Elisabth Roudinesco,  pensatori che hanno pensato, sotto diversi profili, i sistemi &#8211; sistemi  di pensiero, sistemi di significato, linee di derivazione &#8211; come Gregory  Bateson, Michel Foucault, Gilles Deleuze &#8211; e filosofi contemporanei che  si occupano di ascoltare la differenza: Judith Butler, Alain Badiou,  Jean-Luc Nancy e Girogio Agamben. Gli autori sono tra loro molto  diversi, non sono scelti perché condividano qualcosa in particolare,  nelle successive edizioni, che pensiamo di riproporre all&#8217;estero,  varieranno. In comune hanno, dal mio punto di vista e credo anche dal  punto di vista di Marcelo Pakman, spunti di riflessione per la clinica  psicoterapeutica. Diretti, come il tema dell&#8217;&#8221;ordine semiotico materno&#8221; di Kristeva, o la ricerca storica intorno alla &#8220;cura di sé&#8221; di  Foucault, o indiretti: alcune opere di Agamben sono state tema di  riflessione per Pakman in relazione alle questioni che  coniugano/differenziano giustizia e psicoterpia, ho avuto modo di  scambiare con lui questi pensieri intorno al contributo di Agamben,  credo che Pakman e Agamben condividano un modo di sentire che si annoda  con la cultura e il popolo ebraico al quale entrambi appartengono. Così  le ultime riflessioni di Elisabeth Roudinesco intorno al disordine  familiare, che mi hanno portato a curare (insieme alla traduttrice  Adriana Valle) e a scrivere una postfazione al testo, hanno suscitato in  me un grande interesse per la ricerca di un terreno d&#8217;incontro tra  psicoanalisi e terapia familiare sistemica.<br />
Tutti questi pensatori pensano o creano <strong>strumenti per &#8220;pensar la  clinica&#8221; come a una <em>&#8220;pratica sociale critica&#8221;</em> e, nello stesso tempo,  come a uno spazio nel quale possono accadere <em>&#8220;momenti poetici&#8221;</em></strong>, per  usare due termini cari a Pakman.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Il suo ultimo libro “I linguaggi dell’isteria”, edito da  Mondatori,  ripropone una patologia psichiatrica oggi eliminata dal DSM  IV come  categoria diagnostica a sé e considerata quasi estinta rispetto  ad  altri disagi che sembrano “andare di moda” nella nostra epoca. Qual  è  l’attualità di questa malattia e come la lega ad altri disagi   maggiormente presenti nei mass media e quindi nell’immaginario   collettivo(ad esempio l’anoressia, che mette a paragone con l’isteria   in un suo precedente volume)?</span></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/barbetta-i-linguaggi-isteria.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4189" title="barbetta i linguaggi isteria" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/barbetta-i-linguaggi-isteria.jpg" alt="" width="251" height="400" /></a>Sono anni che mi occupo e studio tre principali gruppi di disordini: i  disordini alimentari, le psicosi e l&#8217;isteria. I titoli dei testi  (&#8220;Anoressia e isteria&#8221; di Cortina, &#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221; di  Meltemi, quest&#8217;ultimo) e dei capitoli dei miei lavori più clinci  insistono su queste tre categorie diagnostiche. Perché? La ragione è che  permettono al clinico di pensare al proprio lavoro dentro a un quadro  storico-culturale più ampio, che dà senso alla clinica come attività  antroposociale. La clinica psicoterapeutica non può essere praticata  allo stesso modo in cui si pratica una qualsiasi attività professionale.  Per darle un&#8217;idea: somiglia più all&#8217;architettura, che all&#8217;ingegneria,  più al cinema che alla televisione, più all&#8217;editoria che alla stampa. <strong>In  altri termini: richede cultura oltre che tecnica.</strong><br />
I sintomi che, come lei dice, sembrano andare alla moda, non sono sempre  nuove manifestazioni, più spesso sono nuovi nomi che vengono dati a  manifestazioni sintomatiche che antecedentemente componevano un quadro  diagnostico più complesso. Spesso queste rinominazioni e scomposizioni  dei quadri diagnostici hanno più a che fare con la necessità di far  prevalere, in modo inconscio, alcune teorie rispetto ad altre. Prendiamo  per esempio gli attacchi di panico, che un tempo erano uno dei sintomi  che andavano a comporre il quadro isterico, oggi vengono considerati  sintomi a sé, scotomizzati dal quadro diagnostico isterico. Se  cercassimo una ragione di questa scelta &#8220;scientifica&#8221; partendo  dall&#8217;analisi del discorso psichiatrico, dovremmo pensare che questa  sintomatologia va nella direzione della spoliazione del quadro isterico  dai suoi sintomi per rendere vuota la categoria <em>&#8220;isteria&#8221;</em>. Perché? Se  analizziamo il discorso diagnostico partendo dall&#8217;evoluzione delle varie  edizioni del DSM troviamo che questo trend si accompagna con  l&#8217;eliminazione progressiva di termini, frasi, spiegazioni psicodinamiche  a favore di termini, frasi, spiegazioni comportamentali. Di nuovo,  perché? <strong>Per ottenere risultati farmacologici che sono direttamente  osservabili sul singolo sintomo (attacco di panico) piuttosto che su un  quadro diagnostico complesso, che invece mette in questione l&#8217;intera  esistenza della persona. </strong>Se ti viene un attacco di panico prendi un  ansiolitico e ti passa, ma se l&#8217;attacco di panico è, per esempio, un  episodio dissociativo che si manifesta anche in altre circostanze, in  maniera differente, meno aggressiva, che ti inchioda e t&#8217;impedisce di  portare avanti i tuoi studi, che è legato ad alcuni episodi familiari  che pensi di dover rimediare tu e dai quali non puoi differenziarti,  oppure se lo annodi all&#8217;esperienza di avere avuto un genitore malato,  che tu da piccolo hai dovuto curare, noncurante della tua infanzia, ecc.  Tutto ciò non si cura con le benzodiazepine, certamente. Se prendi  l&#8217;ansiolitico ti passa l&#8217;attacco di panico, se fai una psicoterpia c&#8217;è  il rischio che ti laurei e segui i tuoi ideali e le tue passioni. L&#8217;una  cosa non esclude l&#8217;altra, ma se con la psicoterapia rielabori le ragioni  del tuo disagio nel tessuto della tua vita, forse smetti con le  benzodiazepine, sennò te le tieni per la vita e, dopo vent&#8217;anni, hai  qualche problema con la memoria e il ragionamento.<br />
<strong><em>&#8220;I linguaggi dell&#8217;isteria&#8221;</em> è un&#8217;indagine che segue passo passo  l&#8217;isteria, dall&#8217;epoca di Charcot (anche prima) fino alle attuali  relazioni familiari isteriche, o alle malattie psicosomatiche dei  migranti. </strong>E&#8217; scritto per tutti, è relativamente breve e ci sono persino  le immagini in fondo al libro, infine costa poco, io vorrei che tutti lo  leggessero, lo discutessero e potessero avere nuovi elementi per &#8220;pensar  la clinica.&#8221;</p>
<h2>Ringraziamo il Professor Barbetta per la sua disponibilità e ricordiamoche chi fosse interessato alle giornate di studio &#8220;Pensar la clinica&#8221;, può consultare il sito <a href="http://www.bidieffe.net/">www.bidieffe.net</a> per il programma completo e le modalità d&#8217;iscrizione o inviare una mail  all&#8217;indirizzo <a href="mailto:pensarlaclinica@gmail.com">pensarlaclinica@gmail.com</a>.</h2>
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		<title>Intervista a Pietro Barbetta (1 parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 07:07:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Psicopatologie]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi Psicozoo ha il piacere di intervistare Pietro Barbetta, Psicoterapeuta ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2><span style="color: #800080;">Oggi Psicozoo ha il piacere di intervistare Pietro Barbetta, Psicoterapeuta e Professore di  Teorie Psicodinamiche presso l&#8217;Università  di  Bergamo, che ha lavorato e fatto formazione in tutto il mondo.</span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-study.jpg"></a><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-intervista.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4193" title="pietro barbetta intervista" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-intervista.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a><br />
</span></p>
<h2>Ci piace parlare di lui e con lui perchè non si è limitato a stare dietro la cattedra, ma con la sua esperienza decennale nella clinica, ha molto da dirci.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/barbetta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4188" title="barbetta" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/barbetta.jpg" alt="" width="118" height="159" /></a>Oltre ad essere docente universitario e ad esercitare la professione di psicoterapeuta, il Professor Barbetta è Didatta del Centro Milanese di  Terapia  della Famiglia e    Docente di Dottorato  presso l&#8217;Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra le sue <strong>pubblicazioni</strong> annoveriamo &#8220;Anoressia e isteria&#8221;   (Cortina), &#8220;Figure della  relazione&#8221; (ETS), &#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221;   (Meltemi) e il suo ultimo lavoro &#8220;I  linguaggi dell’isteria&#8221; (Mondadori).</p>
<h2>Pensar la clinica &#8211; 7,8 e 9 Ottobre 2010</h2>
<p>Gli addetti ai lavori, che siano specialisti e operatori della salute mentale (psichiatri,  psicologi,   psicoterapeuti, counsellor, infermieri, educatori), o che  svolgano  ricerca e studino in ambito umanistico (filosofi,   antropologi,  sociologi e altri studiosi di scienze umane), potranno incontrare il Professor Barbetta nelle giornate di studio, che terrà insieme a<strong> Marcelo Pakman</strong>,  Psichiatra di comunità,  psicoterapeuta   individuale e familiare, Giovedì 7, Venerdì 8, Sabato 9  Ottobre 2010. Le giornate di studio dal titolo <strong>&#8220;PENSAR LA CLINICA&#8221;</strong> si propongono come occasione di riflessione tra gli operatori della salute mentale rispetto all&#8217;allargamento del divario tra teoria e pratica clinica, a cui assistiamo drammaticamente in questa epoca di iper-tecnologizzazione.<a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-study.jpg"><img class="alignright size-full  wp-image-4192" title="pietro barbetta study" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/pietro-barbetta-study.jpg" alt="" width="179" height="128" /></a></p>
<p>Chi fosse interessato può consultare il sito <a href="http://www.bidieffe.net/">www.bidieffe.net</a> per il programma completo e le modalità d&#8217;iscrizione o inviare una mail all&#8217;indirizzo <a href="mailto:pensarlaclinica@gmail.com">pensarlaclinica@gmail.com</a>.</p>
<h2>Intervista a Pietro Barbetta</h2>
<p><span style="text-decoration: underline;">Gentile Professore, </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">comincio da una curiosità personale.<br />
Lei ha lavorato molto all’estero, soprattutto nei paesi di lingua   ispanica. Quali sono le differenze che ha riscontrato nella pratica   psicoterapeutica e nella formazione tra l’Italia e gli altri paesi in   cui ha operato?</span></p>
<p>Con la Spagna si tratta fondamentalmente di problemi di legislazione  riguardo alla formazione in psicoterapia. Se volessimo aprire io e Lei  una scuola di psicoterapia di un certo orientamento, in Spagna, dovremmo  rivolgerci a un&#8217;associazione regionale che fa capo a un approccio  terapeutico, naturalmente saremmo colleghi conosciuti per la nostra  esperienza clinica (ovviamente) dovremmo presentare i nostri programmi,  spiegare il nostro approccio, presentare le nostre pubblicazioni ecc. e  otterremmo l&#8217;autorizzazione (oppure ci chiederebbero supplementi di  colloquio, oppure ci risponderebbero negativamente, con ragioni  &#8220;ragionevoli&#8221;) giusto al termine di quel colloquio. In Italia c&#8217;è una  commissione nazionale cui inviare una quantità incredibile di documenti  via internet (compresa la dichiarazione di possedere due estintori, che  mi pare c&#8217;entri poco con la psicoterapia e altri nonsensi di questo  tipo, come strani calcoli sullo spazio in metri quadrati necessario per  ogni studente). Si aspetta, si aspetta, si aspetta, e poi quasi sempre  si ricevono risposte poco attese, che fa sempre pensare che le risposte  &#8220;attese&#8221; le avranno solo quelli che sanno già, prima ancora di  presentare i documenti, che l&#8217;avranno. <strong>Per riassumere direi che il  modello spagnolo è liberal-democratico e quello italiano  clientelar-burocratico.</strong><br />
Con i paesi latinoamericani invece c&#8217;è una questione culturale di fondo  che riguarda le linee di fondo dei percorsi formativi. Mentre in Europa  e negli Stati Uniti sempre più la psicologia è vista come una  professione, per così dire, tecnica, dipendente dal dominio medico,  legata a sistemi di valutazione epidemiologici che si fondano sulla  statistica e a questioni di rimborsi economici legati al risparmio delle  assicurazioni o della spesa pubblica, che ha portato al dominio di  terapie comportamentiste o a concezioni riabilitative sottomesse al  dominio farmacologico, in America Latina, la psicoterapia ha sempre  mantenuto una propria autonomia dal discorso medico. In una prima fase  legandosi al discorso sociologico e al tema delle condizioni di  oppressione e di povertà della grandi masse, successivamente legandosi  alle riflessioni antropologiche e sopratutto filosofiche. Non cè da  stupirsi che una/o psicologa/o brasiliana/o studi Foucault e conosca il  pensiero di Judith Butler e li usi come strumenti di riflessione  riguardo alla proprie pratiche cliniche, una/o psicologa/o europea/o  raramente capisce di che cosa si sta parlando, in questi casi. Magari ha  imparato per benino come si somministra un test proiettivo, o come si  usa il programma che elabora i dati inseriti  dal paziente nell&#8217;MMPI-2, ma la filosofia è generalmente considerata  astrusa e poco interessante per la professione. Il risultato è che, di  fronte alle domande emergenti da una grave crisi, non solo economica, ma  sopratutto sociale, culturale e umana, come quella che stiamo  attaraversando, <strong>la figura professionale dello psicologo rischi di essere  del tutto marginale per mancanza di pensiero, per ecceso di tecnologie  basate sul &#8220;problem solving&#8221; </strong>in un mondo in cui i problemi non si  possono risolvere più, ma, nel migliore dei casi, possono essere gestiti.<br />
Quando mi è capitato di partecipare a iniziative analoghe alle giornate  di studio che io e il Prof. Marcelo Pakman proponiamo, e che abbiamo  intitolato, con una locuzione bilingue, &#8220;Pensar la clinica&#8221;, c&#8217;era  sempre il raggiungimento del numero massimo dei partecipanti e una folta  graduatoria esclusa dall&#8217;iniziativa, che era limitata all&#8217;accoglienza di  60 allievi, per la vasta partecipazione di colleghi Colombiani,  Argentini, Brasiliani, Venezuelani, Cileni, Messicani, Portoricani, ecc.  Poi c&#8217;era un certo numero di colleghi spagnoli, qualche portoghese e  qualche italiano (questi corsi erano in lingua spagnola, e le lingue  &#8220;affini&#8221; erano il portoghese e l&#8217;italiano, ma i Brasiliani erano sempre  decisamente di più degli italiani e dei portoghesi, per esempio).</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Come scrive nella presentazione delle giornate di studio che terrà  ad ottobre,<em> “La visione prevalente della  psicoterapia come pratica tecnologica ha condotto molti operatori a  considerare superflua la teoria, poco utile e lontana dai problemi  della cosiddetta salute mentale.”</em></span><span style="text-decoration: underline;"> Come e in che misura la teoria può e  deve incontrarsi con la pratica clinica?</span></p>
<div id="attachment_4195" class="wp-caption alignright" style="width: 220px"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/gregory_bateson.jpg"><img class="size-full wp-image-4195" title="gregory_bateson" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/gregory_bateson.jpg" alt="" width="210" height="314" /></a><p class="wp-caption-text">Gregory Bateson</p></div>
<p>Viviamo in un mondo dominato dalla tecnica. E nessuno ormai osa più negare che in ciò ci sia una stortura antiecologica, lo aveva visto già in uno scritto del 1968 Gregory Bateson. In <em>&#8220;La finalità cosciente e la natura&#8221;</em> Bateson coglie un problema attuale: la finalità cosciente ha effetti antiecologici, non stiamo parlando solo dell&#8217;inquinamento atmosferico, ma anche delle <strong>storture mentali presenti in quelle condotte diffuse che ci propongono il benessere come fitness</strong> (che poi significa adattamento). Piano piano ci si accorge che tutta una serie di tecnologie, esaltate come toccasana, hanno effetti collaterali devastanti, fu un errore che coinvolse anche il giovane Freud con la cocaina. Sappiamo che l&#8217;eroina fu messa sul mercato dalla Bayer come prodotto miracoloso nella cura di malattie che andavano dal mal di gola alla cura dalla dipendenza da morfina, Freeman, l&#8217;inventore della pratica della lobotomia come &#8220;trattamento ambulatoriale&#8221; o addirittura &#8220;domiciliare&#8221; fu esaltato per anni come un grande medico e Moniz ricevette addirittura il premio Nobel per la scoperta della cosidetta &#8220;leucotomia prefrontale&#8221;, potremmo continuare con le tecnologie &#8220;problem solving&#8221;, fino ad arrivare all&#8217;esaltazione del prozac come pillola della felicità e alla attuale &#8220;scoperta&#8221; dei rischi della sua assunzione da parte di pazienti gravemente depressi. Io non voglio denigrare la tecnica in modo totalizzante, la tecnica medica ci cura da malattie gravi, un tempo inguaribili, non bisogna fare di tutta l&#8217;erba un fascio, naturalmente. Ma cosa c&#8217;è dietro queste sorprese? <strong>Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;affermazione che una tecnica (mi riferisco anche alla tecniche psicologiche) funziona?</strong> Qualcuno aveva affermato: &#8220;si funziona! Per il peggio&#8221;. C&#8217;è l&#8217;assenza di un pensiero, l&#8217;assenza di una riflessione etica che derivi dalla filosofia. Quando l&#8217;etica diventa uno strumento politico-economico per sostenere che &#8220;questa è la soluzione giusta&#8221;, c&#8217;è sempre dietro una potenza economica che deve guadagnare. E&#8217; umano: i rimborsi per le prestazioni sanitarie in Lombardia servono per orientare le cliniche a spostare i loro interventi dove i rimborsi producono maggiori benefici economici. Lo sanno tutti. Il pensiero serve a pensare ai risultati di questo, a vedere che, se la finalità cosciente è promuovere la libera scelta dei cittadini, l&#8217;effetto (consapevole o meno) è quello di produrre storture nel sistema sanitario. La buona fede sta nell&#8217;accorgersi di questo e cambiare, la malafede nel continuare a negare una cosa che sta sotto gli occhi di tutti, no?<br />
<strong>Ebbene il pensiero è il momento dell&#8217;esitazione</strong>, è il momento in cui si riflette, si osservano i fenomeni e si valutano senza subire pressioni, ci vuole coraggio a pensare. La filosofia per me è questo, è una filosofia empirica, che mi permetta di riconoscere i miei errori, di non cancellarli, di non far finta di niente. Il suo utlimo ciclo di lezioni al Collège de France, prima di morire, Foucault lo aveva intitolato: /Il coraggio della verità/, quella verità che il pensiero classico, da Euripide a Gregorio Nazianzeno, aveva chiamato con la parola greca /parresia/. <strong>Parlar franco o, in inglese, /free speech/.</strong></p>
<p><strong>Crediamo che la funzione dello psicologo sia ridotta a quella di valutare l&#8217;intelligenza di una persona? </strong>Di riabilitare un paziente con quei sintomi oggi definiti &#8220;attacchi di panico&#8221; portandolo al supermercato e distraendolo con la valutazione del prezzo della verdura quando gli viene la crisi? Oppure pensiamo che la nostra professione ha un ruolo sociale? Pensiamo che nel suo studio uno psicoterapeuta possa accettare di seguire un mafioso che gli chiede di fargli passare le crisi d&#8217;ansia quando ammazza chi non gli paga il pizzo? Come si vede in certi serial televisivi americani?<br />
Oppure pensiamo che il ruolo dello psicoterapeuta sia quello di trasformare la richiesta di aiuto di una persona che soffre attraverso una ridefinizione della sua biografia e della sua posizione nel mondo? Quando un paziente viene in terapia accusando l&#8217;altro di essere responsabile di tutti i suoi disagi e disordini mentali, che facciamo? Pensiamo di suggerirgli di denunciarlo, di farlo sparire, di ammazzarlo? Oppure cerchiamo di aiutarlo a riflettere su come mai la sua storia relazionale l&#8217;ha condotto in quella situazione? E&#8217; chiaro che non sto parlando ancora delle situazioni in cui una persona ha subito abusi e maltrattamenti, anche perché, paradossalmente, chi si trova in questa situazione spesso fa cadere (irresponsabilmente) su di sé una responsabilità che non ha avuto. Come ragioniamo sul tema delle vittime di stupro, di guerra, di abuso, che spesso si sentono colpevoli di avere &#8220;istigato&#8221; il perpetratore, se non abbiamo letto Primo Levi o Giorgio Agamben? Che tipo di empatia, di condivisione affettiva possiamo sentire se ci limitiamo a tecnologie che, a breve, producono risultati stupefacenti? <strong>Come possiamo essere certi che un tecnica suggestiva che funziona in tre-quattro incontri non contribuisca a produrre effetti catastrofici cinque anni dopo? </strong>La ricetta è semplice: bisogna non leggere una riga di filosofia, bisogna essere tecnici acefali.</p>
<h2><span style="color: #800080;">&#8230;.Continua</span></h2>
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		<title>Progetto sorriso: vacanze senza barriere</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 08:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per le persone diversamente abili, tutto è complicato. Dall&#8217;igiene personale, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2><span style="color: #800080;">Per le persone diversamente abili, tutto è complicato. Dall&#8217;igiene personale, alle necessità quotidiane, dal rispondere al telefono ad andare a comprare un pezzo di pane. Ma se questo è superabile con l&#8217;assistenza da parte delle istituzioni (quando c&#8217;è), chi dipende continuamente dagli altri persino per i bisogni fondamentali, spesso si convince di non poter chiedere per sè spazi di gioia, di divertimento, di relax. Eppure la vita è una sola e andare in vacanza in serenità non può e non deve essere un lusso a cui rinunciare.</span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso-Satellite+Freccia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3483" title="progetto sorriso Satellite+Freccia" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso-Satellite+Freccia.jpg" alt="" width="514" height="379" /></a><br />
</span></p>
<h2>Per questo Psicozoo ha deciso di dare spazio ad una stupenda iniziativa che pensa e sogna con le persone diversamente abili, una vita migliore. Stiamo parlando del complesso turistico  <span style="color: #800080;">Progetto Sorriso</span>, situato nel comune di Isola Capo Rizzuto (Crotone), in Calabria.</h2>
<h2>Ce lo presenta <span style="color: #800080;">Cecilia Di Pierro</span>, che lavora con passione per questa meritoria iniziativa.</h2>
<p>La struttura Progetto Sorriso, è stata costruita da Aldo Faustini e sua figlia Laura, una ragazza diversamente abile, che con l&#8217;aiuto dei suoi genitori ha saputo superare il suo handicap per fare qualcosa per chi, come lei, vive questa condizione.<br />
Vorremmo che tutti ne venissero a conoscenza perchè dopo anni di lavori, sacrifici, ostacoli, finalmente da Maggio questa bellissima struttura è pronta per ricevere e aiutare tantissime persone con difficoltà motorie a trascorrereuna vacanza in totale indipendenza.<br />
Progetto Sorriso è una struttura vacanziera per persone con disabilità.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3481" title="progetto sorriso 2" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso-2-300x168.jpg" alt="" width="380" height="213" /></a>A differenza di un normale villaggio, questa struttura non presenta ostacoli di nessun tipo,</strong> è completamente accessibile e priva di barriere architettoniche. Abbiamo cercato di andare incontro ad ogni esigenza, anche se ognuno presenta difficoltà diverse, quindi speriamo di esserci riusciti!</p>
<p>L&#8217;idea di costruire una struttura di questo tipo è nata da Laura Faustini che avendo anche lei una disabilità e conoscendo appunto gli ostacoli che s&#8217;incontrano nelle varie strutture, ha voluto così, con la sua esperienza andare incontro a migliaia di persone che rinunciano ad una vacanza perchè non riescono a trovare delle strutture adeguate.<br />
In tutti i contesti di vita, bisognerebbe limitare al minimo le difficoltà alle quali vanno incontro le persone con disabilità, che potrebbero essere tante: le scale, le porte strette, i sanitari, le camere piccole che limiterebbero il transito e tante altre cose che solo chi ha difficoltà può conoscere realmente.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3480" title="progetto sorriso" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/02/progetto-sorriso-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Nella nostra società dovrebbero cambiare moltissime cose, in molti casi ci si limita a fare quel tanto che basta senza magari prestare la giusta attenzione alle reali esigenze, quindi il disaggio maggiore non sono le barriere architettoniche ma il silenzio e l&#8217;indifferenza che ci circonda! Quindi cerchiamo di aiutare chi soffre in silenzio, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, perchè solo in questo modo  aiuteremo chi è meno fortunato ad affrontare la quotidianità in modo sereno.</p>
<p><strong>Potrete trovare questo villaggio </strong>al link <a href="www.progettosorriso.com" target="_blank">www.progettosorriso.com</a>,  scrivere alla sua casella di posta: segreteria@progettosorriso.com, o telefonare ai seguenti numeri:<br />
Tel/fax 0962/793561 oppure cellulare 331/4108297.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/FaBgy46OjIU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/FaBgy46OjIU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<h2><span style="color: #800080;">Buone vacanze senza barriere per tutti!</span></h2>
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		<title>Intervista a Cinzia Lacalamita: la storia di Daniele</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 09:05:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[distrofia di duchenne]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono storie che non possono non colpirci, anche se ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2>Ci sono storie che non possono non colpirci, anche se sono lontane anni luce dalla nostra casa, dalla nostra vita, dalle nostre giornate. <span style="color: #800080;">Ecco perchè oggi Psicozoo ha intervistato per voi Cinzia Lacalamita, che nel suo libro <em>&#8220;Daniele, storia di un bambino che spera&#8221; </em>ha dato voce alla vita di un bambino con una malattia rara.</span> Potrebbe <strong>essere figlio nostro.<br />
</strong></h2>
<p><strong><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-daniele.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2791" title="cinzia daniele" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-daniele-300x223.jpg" alt="cinzia daniele" width="300" height="223" /></a>Daniele Amanti </strong>compirà 3 anni a Gennaio. E&#8217; un bimbo bellissimo, con due occhi enormi, pieni della gioia dei bambini. A soli 6 mesi valori alti di CPK nel sangue fanno sospettare una grave miopatia, sospetti che trovano conferma al compimento del suo primo anni. <strong>La diagnosi: distrofia muscolare di Duchenne. </strong></p>
<p>Per ora non mostra nessun segno, gioca e corre come i suoi coetanei, ma il verdetto è nell&#8217;aria e ogni giorno i suoi genitori si svegliano temendo di cogliere l&#8217;inizio della tragedia. E non potranno farci niente:<strong> </strong>i medici dicono che entro i 4 anni comincerà a sentirsi sempre più stanco, finchè non finirà sulla sedia a rotelle, con un&#8217;aspettativa di vita che non supererà i 15/30 anni. <strong> </strong></p>
<p><strong>Dobbiamo davvero gettare la spugna? Cinzia dice di no, e noi con lei.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-lacalamita.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2793" title="cinzia lacalamita" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-lacalamita.jpg" alt="cinzia lacalamita" width="151" height="238" /></a>Cinzia Lacalamita</strong> è una scrittrice e addetto stampa del gruppo di ricerca Body-Image. Fa parte della redazione di GrilloNews, report mensile di informazione degli amici di Beppe Grillo. Collabora con radiogoccioline.com ed è Portavoce Ufficiale del Comitato di Supporto Oncologico senza scopo di lucro &#8220;Magna Grecia Cancer Fund Mission&#8221;. E&#8217; Top Ambassador di You Telethon, comunità virtuale di Telethon. Dal 5 Novembre è in tutte le edicole il suo libro &#8220;Daniele, storia di un bambino che spera&#8221;, edito da Aliberti. Potete acquistarlo anche a <a href="http://www.ibs.it/code/9788874245550/lacalamita-cinzia/daniele-storia-di-un.html" target="_blank">questo link</a>. I proventi del libro andranno interamente al <strong>Fondo Daniele Amanti <strong>istituito presso l&#8217;associazione Parent Project Onlus.</strong></strong></p>
<h2>Intervista a Cinzia Lacalamita</h2>
<p><strong>1)	Come hai conosciuto Daniele e cosa ti ha spinto a dedicare il tuo impegno alla sua causa?</strong></p>
<p>Ho conosciuto Daniele attraverso le parole del padre, su Internet. Ho deciso di occuparmi di lui a 360° perché la sua storia mi è stata raccontata con estrema dignità, con forza e amore. Se aggiungiamo il fatto che alle spalle ho una dolorosa esperienza personale che riguarda le malattie rare… impossibile dire di no a Daniele. Ho sperato sin da subito di poter contribuire a regalare a questo bambino un opportunità in più. Il mio desiderio è che, dopo Daniele, si aprano delle porte anche per altri bambini malati.</p>
<p><strong>2)	Che cos’è la distrofia muscolare di Duchenne e cosa fa di Daniele un caso così speciale nell’ambito di questa patologia? </strong></p>
<p>Mi sono occupata spesso di truffe in rete. Ho accusato alcune persone di parlare di malattie e possibili terapie senza avere le competenze per farlo. Io sono una scribacchina e come tale racconto storie cercando di renderle “vive”, nella speranza di regalare emozioni. Non sono un medico. Posso dirti che la DMD è una malattia rara che obbligherà Daniele sulla sedia rotelle e che non gli consentirà una vita lunga. Posso dirti che Daniele ha una particolare mutazione che rende il suo caso unico e che, all’interno della DMD, di queste mutazioni ce ne sono altre e quindi, come Daniele, altri bambini a loro volta sono unici. Ma per il resto, per i dettagli, no… bisogna parlare con chi si occupa di Distrofia Muscolare.</p>
<p><strong>3)	Quali sono, secondo la tua esperienza, i vissuti di una famiglia che convive con questo tipo di problema?</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-daniele-cavalcult.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2792" title="cinzia daniele cavalcult" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-daniele-cavalcult-225x300.jpg" alt="cinzia daniele cavalcult" width="245" height="327" /></a>Credo che ogni famiglia viva il dramma della malattia a suo modo. Mi scrivono tante persone: alcune sono affrante, altre battagliere e pronte a non arrendersi. Ciò che ho riscontrato maggiormente è quanto è stato affermato dallo psicologo Emanuel Mian nel libro stesso: dove c’è un bambino malato esiste il forte rischio che, senza le dovute attenzioni, l’intera famiglia diventi malata.  Caspita se Mian ha ragione: molti genitori non riescono a superare il trauma dell’aver messo al mondo un figlio geneticamente non sano. Si sentono in colpa per questo e, per “rimediare”, si trasformano in genitori, a loro avviso, “perfetti. In realtà più che perfetti diventano soffocanti, opprimenti. Una cosa accomuna le famiglie di bambini malati: i genitori credono che solo chi ha un figlio malato può capire, aiutare… per l’amor del Cielo, nulla di più lontano dalla realtà. Per capire la sofferenza di un altro non sta scritto da nessuna parte che bisogna averla provata su se stessi: esistono tante persone buone, pronte ad agire.</p>
<p><strong>4)	Nella battaglia che stai intraprendendo per sostenere questa famiglia e tutte quelle che convivono con la disabilità, chi ti ha affiancato e con quali emozioni le persone hanno raccolto la storia che hai raccontato?</strong></p>
<p>I nomi sono tanti. Io sono innamorata dei ragazzi di radio goccioline.com, Antonella Maule e Sandy Dian: una coppia unica, che ha dato voce alla storia di Daniele quando ancora non si erano affiancati i nomi “famosi”, quando di Daniele nessuno voleva parlare. Nutro una forte gratitudine verso queste due persone. E sono innamorata anche di Luca Ward, di Gian Marco Tognazzi e di Silvia Tortora che sono le persone che hanno permesso che il libro fosse un insieme di emozioni. E poi c’è Fabio Salvatore, il mio direttore di collana: ma quella è una storia a parte, fatta di amicizia, di unione, di voglia di rendere il mondo più umano. Comunque, se proprio interessa sapere chi mi ha affiancato di più, non ci sono dubbi: i miei figli. Loro hanno sopportato i miei silenzi, i miei “non ho tempo”  per oltre un anno. Lo hanno fatto con il sorriso: credo meritino un grazie. Tutti ringraziano me… andrebbero ringraziati loro… che, per amore verso il prossimo, mi hanno capita.</p>
<p><strong>5)	I diritti d&#8217;autore del tuo libro saranno devoluti interamente al Fondo Daniele Amanti istituito presso l&#8217;associazione Parent Project Onlus: Di cosa si occupa questa associazione?</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-lacalamita-copertina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2794" title="cinzia lacalamita copertina" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/11/cinzia-lacalamita-copertina-190x300.jpg" alt="cinzia lacalamita copertina" width="190" height="300" /></a>È un’associazione di genitori, per genitori: promuove la ricerca, indirizza le famiglie dagli specialisti, aiuta nell’iter burocratico.</p>
<p><strong>6)	Quale futuro immagini per il piccolo Daniele e per chi come lui soffre di questa patologia?</strong></p>
<p>Domanda difficile. Se i media saranno in grado di non trasformare Daniele nel classico “caso umano”, se, per una volta, invece di proporre le solite cose che fanno audience, punteranno i riflettori su questo libro che rappresenta un mezzo per dare forza economica alla ricerca, allora immagino che le coscienze potranno smuoversi e che, forse, Daniele e i bimbi malati potranno vivere più a lungo grazie alla volontà di chi non accetta più una società corrotta dal business.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Se la ricerca andrà avanti, forse anche Daniele potrà vivere la sua vita, come tutti auguriamo a noi stessi.</span></h2>
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		<title>Anoressia e bulimia: oltre le mode e i sintomi</title>
		<link>http://www.psicozoo.it/index.php/2009/10/14/anoressia-e-bulimia-oltre-le-mode-e-i-sintomi/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 22:21:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Psicopatologie]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
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		<category><![CDATA[congresso anoressia e bulimia]]></category>
		<category><![CDATA[rossella ciampi]]></category>
		<category><![CDATA[sipi]]></category>

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		<description><![CDATA[Rimango sempre molto colpita dall&#8217;incidenza sempre maggiore che i Disturbi ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2><span style="color: #800080;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/10/anoressia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2479" title="anoressia" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/10/anoressia-225x300.jpg" alt="anoressia" width="265" height="354" /></a>Rimango sempre molto colpita dall&#8217;incidenza sempre maggiore che i Disturbi del Comportamento Alimentare hanno nella popolazione e dall&#8217;attenzione che i lettori di Psicozoo prestano loro.</span><span style="color: #800080;"><span style="color: #800080;"> </span><span style="color: #000000;">Il problema è in aumento e le persone cercano risposte nella rete, perchè gli stessi professionisti della salute mentale spesso non sono preparati ad affrontare questa sorta di pandemia. Per questo ritengo fondamentale confrontare i saperi e trovare delle forme d&#8217;incontro e di dialogo tra i diversi specialisti che da varie angolature si occupano del problema.</span></span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><span style="color: #000000;"><br />
</span></span></p>
<p><img src="file:///C:/DOCUME%7E1/LUCIA/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot-1.jpg" alt="" /></p>
<p><img src="file:///C:/DOCUME%7E1/LUCIA/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot.jpg" alt="" /></p>
<div class="mceTemp">
<dl id="attachment_2480" class="wp-caption alignright" style="width: 134px;">
<dt class="wp-caption-dt"></dt>
<dd class="wp-caption-dd"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/10/anoressia-foto-ros.JPG"><img class="size-medium wp-image-2480" title="anoressia foto ros" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/10/anoressia-foto-ros-124x300.jpg" alt="anoressia foto ros" width="124" height="300" /></a>Rossella Ciampi, psicoterapeuta esperta di DCA</dd>
</dl>
</div>
<p>E&#8217; questo l&#8217;orizzonte che fa da cornice al <a href="http://www.sipintegrazioni.it/DNN/Portals/0/Programma.pdf" target="_blank"><strong>20° Congresso Nazionale sui Disturbi del Comportamento alimentare</strong></a>, dal titolo <strong>&#8220;Anoressia e Bulimia: oltre le mode e i sintomi&#8221;</strong>, organizzato dalla <a href="http://www.sipintegrazioni.it/DNN/" target="_blank">Società Italiana di Psicoterapia Integrata</a>, previsto per il <strong>23 e il 24 ottobre a Napoli</strong>: mettere in dialogo tra loro i maggiori esperti nella psicopatologia e nel trattamento di questi disturbi.</p>
<p><span style="color: #800080;"> </span><span style="text-decoration: underline;"><a href="../wp-content/uploads/2009/10/brochure-anoressia1.pdf" target="_blank">(Scarica la brochure del 20° Congresso nazionale sui Disturbi del Comportamento Alimentare)</a></span></p>
<p><strong>A questo proposito, Psicozoo ha intervistato per voi la Dottoressa Rossella Ciampi</strong>, Psicologa e Psicoterapeuta che ha esperienza decennale nel trattamento e nella ricerca su questi disturbi. La dott.ssa Ciampi è Docente Ordinario della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia  Integrata e Responsabile del  “Centro  SipiDCA”, nonchè Direttore del Master Biennale  e dei Corsi teorico-esperenziali sui disturbi dell&#8217;alimentazione rivolti a medici, psicologi, nutrizionisti.</p>
<p><strong>Attualmente assistiamo ad un incremento esponenziale dei disturbi dell’alimentazione: come si spiega questo fenomeno e quali fattori sociali e culturali possono essere coinvolti?</strong><br />
<em>Per rispondere a questa domanda iniziamo col dire che il legame, soprattutto in ambito psichiatrico,  tra  malattia  ed  epoca storica/classe sociale/zona  geografica (cultura-economia)/ecc.  è sempre stato significativo: oggi  non assistiamo alle crisi isteriche per come venivano descritte da Charcot e Freud;  la depressione non è uguale  in Africa  e in Svezia; gli esiti di un disturbo psicotico sono diversi  a seconda della classe sociale; ecc.  Forse quello che è veramente specifico dei disturbi alimentari rispetto ad altri disturbi psichiatrici attuali o di altre epoche è il carattere epidemico che  esponenzialmente stanno assumendo. Quando si parla di “Disturbi dell’alimentazione”  si fa  riferimento  al raggruppamento di  alcune specifiche patologie  che  hanno  in comune un  rapporto  alterato con il cibo e con il  corpo. Senza addentrarci  in sottili differenze sintomatologiche basate sulla condotta alimentare possiamo dire che:  I’anoressia mentale, un tempo nella sua forma restrittiva(digiuno) ora nella forma mista anoressica/bulimica (abbuffate con eliminazione) è un disturbo in costante aumento nei paesi occidentali.                                        I disturbi dell’alimentazione  sono strettamente correlati alla  società del benessere  con i suoi ritmi frenetici costruiti  al di là dei bisogni biologici ed esistenziali.  Sono correlati al consumismo, ai condizionamenti della pubblicità,  ai modelli di bellezza e ai cambiamenti di ruolo (uomo-donna /genitori-figli ) legati alle trasformazioni sociali.   E’ una patologia legata alla necessità-fallimento   di stare dentro,in maniera  maniacale, agli standard  di perfezione fisica e di efficienza sempre più elevati  che la società moderna impone; un bisogno sfrenato di consenso e autoaffermazione in cui non c’è più spazio per il divenire umano. Piuttosto che soffermarsi  su queste cause di cui sono state dette  e scritte molte cose interessanti, può essere più utile accennare ad altre questioni  più  generali  e complesse  in cui la domanda si inserisce.  Alle cause suddette, che certamente hanno un grande peso,   bisogna  aggiungere altre considerazioni relative  all’attuale modo di dibattere e fare scienza e quindi  al concetto stesso  di salute e malattia in ambito psichiatrico . Sono temi molto grandi da illustrare ma volevo solo almeno farvi riferimento in relazione alla domanda e cercare di aggiungere qualche considerazione  nelle prossime risposte.</em></p>
<p><strong>Quali sono, secondo  lei, i fattori causali  maggiormente coinvolti in questo genere di disturbi ?</strong><br />
<em>Quando  bisogna decidere quali siano le cause  responsabili di un disturbo (ruolo della predisposizione genetica, dei fattori psicologici o dei fattori ambientali) l’eco di un positivismo ingenuo, che ci chiedeva di optare una volta per tutte tra  “natura”  e“cultura” , è ancora molto forte. Certo oggi la crisi epistemologica dei fondamenti del sapere ha reso tutti   più smaliziati  sull’imprescindibile concorso  con cui fattori biologici,psicologici e sociali si costruiscono insieme.                                                                                                                              In psicopatologia, da qualche decennio, grazie all’opera pioneristica di autori come Muller, Ciompi, ecc. (Ciompi è il presidente onorario del presente congresso) è diventata di senso comune la teoria dei tre fattori (biologico/psicologico/sociale/) che, sorta nel contesto della cura della psicosi, è diventata modello di riferimento anche nella diagnosi e cura dei DCA. Questo perché si tratta di un modello più complesso e più capace di cogliere le molteplici sfaccettature di disturbi che affondano  le loro radici negli arcaici legami che corrono tra biologia, psiche e società cioè tra cibo, corpo, contatto, confini.                                                                                                                                                                     L’eziopatogenesi  multi determinata  rende  meglio ragione della complessità dei disturbi alimentari ma dall’altra  ci apre ai  problemi legati all’ integrazione.  Per  dire in un flash  qualcosa  circa questo problema epistemologico e metodologico assai ampio,  userò  una bella metafora di Giovanni Ariano sull’integrazione:  per non  correre il rischio di osservare  le stelle con il microscopio e i microbi col cannocchiale e quindi di non vedere  un bel niente nonostante il possesso di  così potenti strumenti, occorre  un criterio integrativo in grado di indicare quando è più utile  usare  l’uno o l’altro metodo.  Senza esplicitare i criteri con cui si fa integrazione si rischiano confusioni ancora più grandi pensando invece che si stanno affrontando più cose. Come prima eravamo prigionieri di una scienza dicotomica (vero-falso) che privilegiava la differenziazione, ora possiamo diventare prigionieri di una logica integrativa selvaggia che privilegia sempre  l’unità dei fattori intervenienti .</em></p>
<p><strong>Che tipo di percorso di cura (psicoriabilitativo, farmacologico, psicoterapico) consiglierebbe ad una persona affetta da disturbo del comportamento alimentare? </strong></p>
<p><em>Se abbiamo detto che lo spettro dei disturbi anoressico-bulimico è una sofferenza che lega indissolubilmente i diversi aspetti bio/psico/sociali, la speranza di  soluzioni richiede un modello operativo complesso che permetta l’ integrazione tra definizioni e modelli diversi e orizzonti diversi di cura (farmaci, psicoterapia, psicoriabilitazione) senza contaminarli ma senza neanche mantenerli solo giustapposti. Curare in questo modo, quindi, non significa fare di tutto un po’: farmaci,  psicoriabilitazione, terapia individuale, terapia familiare o di gruppo. E’ necessario avere un “criterio”, un modello, che permetta l’integrazione e non la giustapposizione tra i diversi livelli e modalità di intervento; un criterio che ci dica appunto qual è la totalità che da senso e unifica le parti, una unità che, come  detto nella metafora a cui si è fatto riferimento, permetta di stabilire quando è più utile usare il binocolo e quando il cannocchiale, senza procedere per tentativi ed errori. Solo questo può rendere gli operatori più efficienti e la cura più efficace.</em></p>
<p><em><strong>In che modo un familiare può sostenere e spingere al trattamento una persona che soffre di questo genere di disturbi?</strong><br />
Capisco che dietro questa domanda c’è l’aspettativa di ricevere indicazioni di buon senso racchiudibili per esempio negli  slogan : essere attenti ma non invadenti,  informare senza allarmare, comprendere più che giudicare  e così via.                                                                                                                               Preferisco,però, dire direttamente   che la difficoltà è tale che è meglio rivolgersi agli esperti, vigilando anche molto sulle competenze dell’esperto.                                                                                                                         La difficoltà nasce dal fatto che la motivazione a guarire e quindi la richiesta di aiuto è strettamente legata al livello di consapevolezza  della malattia. E’ evidente che, indipendentemente dalla gravità dei sintomi manifestati, la possibilità di dare una risposta terapeutica nasce dal poter almeno riceverne la richiesta: questo,  che è il punto di partenza per  la maggior parte dei pazienti che bussano in cerca di soluzioni  ai  loro problemi e conflitti, è invece spesso  un punto di arrivo assai complicato e drammatico e, alcune volte anche difficile da raggiungere.                                                                                                               Il rispetto e la forza con cui rompere le negazioni del paziente e, a volte anche le negazioni all’interno delle costellazioni familiari, è  il punto più importante, delicato ed  etico del lavoro di uno psicoterapeuta.</em></p>
<p><strong>Il titolo del convegno mi sembra molto interessante: “Anoressia e Bulimia . Oltre le mode e i sintomi”.  Quale è il messaggio fondamentale che questo titolo sottende?</strong><br />
<em>Per prima cosa, il titolo  vuole fare riferimento alla necessità di andare oltre i sintomi per non confondere  i comportamenti legati al fenomeno di moda con i disturbi più specifici e gravi.<br />
Per seconda cosa , il titolo vuole indicare che la diagnosi e la cura debbono andare al di là dei sintomi e porre al centro  la persona.<br />
Infine  vuole anche  sottolineare il travaglio della scienza moderna e il superamento di un sapere dogmatico. Oggi la scienza  non è più considerata detentrice di verità assolute ma anch’essa è soggetta alla leggerezza effervescente ed evanescente delle mode: la rottura dei paradigmi che opponevano rigidamente la scienza esatta alla caducità delle  mode effimere, il vero al falso,  la salute alla malattia e così via, ci ha tolto la sicurezza rassicurante, che nasceva  dall’idea di poter  mettere in salvo, una volta per tutte,  le  verità incontaminate  dalle stupide falsità.<br />
La rottura dell’onnipotenza ci i ha restituito il fardello di un più cauto modo di fare scienza.</em></p>
<h2><span style="color: #800080;">Il 20° Congresso nazionale SIPI <em>&#8220;Anoressia e bulimia. Oltre le mode e i sintomi&#8221;</em> si terrà il 23 e il 24 ottobre 2009 presso l&#8217;Università Federico II, Aula Coviello, in Via Porta di Massa,32 &#8211; Napoli.</span></h2>
<h2>Per prenotazioni e maggiori informazioni sul convegno o sul “Centro  SipiDCA” potete contattare la segreteria della SIPI al numero 0817308211 o all&#8217;indirizzo e-mail sipi@sipintegrazioni.it, o visitare il sito <a href="http://www.sipintegrazioni.it/DNN/" target="_blank">www.sipintegrazioni.it</a>.</h2>
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		<title>Intervista a Elena Carotenuto: l&#8217;affido familiare</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 10:49:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Psiche]]></category>
		<category><![CDATA[affido familiare]]></category>
		<category><![CDATA[elena carotenuto]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione affido onlus]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi Psicozoo intervista la dottoressa Elena Carotenuto, sociologa e responsabile ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><h2><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affidoarton6380-3d4d8.jpg"><img class="attachment wp-att-2361 alignleft" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affidoarton6380-3d4d8.jpg" alt="" width="187" height="152" /></a>Oggi Psicozoo intervista la dottoressa <span style="color: #800080;">Elena Carotenuto, sociologa e responsabile della formazione della Fondazione Affido onlus </span>che da anni si occupa delle problematiche legate all&#8217;affido familiare, un istituto tanto importante quanto complesso e delicato. <span style="color: #800080;">Essere genitori affidatari significa</span> sostenere un bambino in attesa che la sua famiglia si riorganizzi e riprenda in mano la propria vita, significa amare qualcuno come un figlio senza dimenticare che il suo posto è altrove, significa dare una seconda possibilità ad un bambino e ai suoi genitori. Reggere tutto questo è un compito molto difficile, ma estremamente significativo. <span style="color: #800080;">La dott.ssa Elena Carotenuto, con la Fondazione Affido onlus, lavora ogni giorno per contribuire a promuovere questa forma di sostegno familiare.</span></h2>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-767006.jpg"><img class="attachment wp-att-2358 centered" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-767006.thumbnail.jpg" alt="" width="344" height="247" /></a></p>
<h2>Gentile Dott.ssa Carotenuto, di che cosa si occupa la Fondazione Affido onlus?</h2>
<p><em>La Fondazione Italiana per l’Affidamento Familiare è nata nel 2006 grazie alla collaborazione e all’unione di due organismi privati: il Consorzio di Cooperative sociali “Gesco” di Napoli e l’Associazione Progetto Famiglia Onlus di Sant’Egidio del Monte Albino (SA).<br />
La Fondazione Affido si pone come luogo di elaborazione tecnico scientifica, di raccordo inter-istituzionale e come motore per una serie di concrete azioni di promozione della cultura dell’affido familiare su tutto il territorio nazionale.<br />
La mission della Fondazione è di tutelare il diritto dei minori ad una vita serena ed armoniosa, attraverso la realizzazione di diversi obiettivi:<br />
1)	La prossimità, ovvero dare la possibilità alle famiglie d’origine di “fidarsi” e di risolvere i loro problemi;<br />
2)	 La progettazione individualizzata, cioè promuovere delle equipe territoriali integrate, che siano in grado di sviluppare una progettazione tale da promuovere degli interventi di aiuto per le famiglie d’origine dei minori affidati, in modo da favorire un rapido rientro del minore nella stessa.<br />
3)	La prevenzione, ossia promuovere delle azioni di prevenzione del disagio familiare e minorile, attraverso la realizzazione di spazi di incontro, confronto e supporto tra genitori, figli, insegnanti, realizzando percorsi di accompagnamento al maternale e alla genitorialità.<br />
4)	La promozione culturale, vale a dire la promozione e l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione sul tema dell’affido e dell’accoglienza familiare su tutto il territorio.<br />
5)	Il rispetto dei sentimenti e dei ruoli, ovvero creare dei momenti di incontro e mutuo aiuto tra le famiglie affidatarie, che non devono percepirsi come “famiglie di scorta” (come spesso accade!) ma favorendo il confronto e il dialogo, coinvolgendo anche i propri figli naturali e quelli affidati.<br />
6)	L’impegno politico e scientifico, cioè realizzare azioni finalizzate ad incidere sulle politiche per l’affido, stimolando sia le istituzioni pubbliche che le agenzie private a continue sinergie mirate alla costruzione di percorsi di rete. Inoltre la Fondazione favorisce e promuove attività di studio, ricerca e formazione per gli operatori sociali.</em></p>
<h2>L&#8217;affido è una soluzione molto diversa dall&#8217;adozione rispetto al disagio familiare, ma altrettanto significativa: quali sono a suo avviso, i suoi aspetti più significativi?</h2>
<p><em><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-resources.gif"><img class="attachment wp-att-2360 alignright" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-resources.gif" alt="" width="196" height="214" /></a>L’affido familiare a differenza dell’adozione si distingue per alcune caratteristiche fondamentali, ovvero:<br />
1)	Temporaneità;<br />
2)	Mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine;<br />
3)	Previsione del rientro del minore in famiglia d’origine.</em></p>
<p><em>L’affido familiare è essenzialmente un intervento di aiuto e sostegno ad una famiglia in difficoltà che, momentaneamente, non è in grado di occuparsi dei propri figli e non è in grado di assicuragli quel benessere psicofisico di cui egli necessita. In questo caso la legge n. 149/2001 stabilisce che il minore venga affidato ad una famiglia, possibilmente con figli minori, o ad una persona singola, al fine di assicuragli il mantenimento, l’educazione e l’istruzione (art. 2, legge 149/01).<br />
Con l’affido il minore continua a mantenere i legami con la sua famiglia d’origine e allo stesso tempo può crescere in maniera sana e serena affidandosi alle cure amorevoli di una famiglia accogliente. Inoltre anche dopo la conclusione dell’affido e il rientro del minore in famiglia, lo stesso può continuare ad incontrare gli affidatari, che nel frattempo, saranno diventati per lui un punto di riferimento importante.<br />
Infine durante l’affido, la famiglia d’origine avrà il tempo di superare le difficoltà che avevano prodotto l’allontanamento del minore, anche grazie all’aiuto dei servizi sociali competenti.</em></p>
<h2>Come si diventa genitori affidatari e quali sono le caratteristiche necessarie ad esserlo dal punto di vista sia legale che psicosociale?</h2>
<p><em><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido0000652rl.jpg"><img class="attachment wp-att-2356 alignleft" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido0000652rl.thumbnail.jpg" alt="" width="250" height="239" /></a>Per diventare genitori affidatari è necessario rivolgersi ai Servizi Sociali presenti sul territorio e partecipare ad un corso di formazione che informi e prepari le aspiranti famiglie o persone singole alle tematiche relative all’accoglienza temporanea di un minore. A seguito del percorso di formazione, gli aspiranti affidatari dovranno sostenere uno o due colloqui con la psicologa dei Servizi Sociali o dell’ASL che verificherà l’idoneità della coppia o della persona singola all’affido.<br />
La legge 149/01 non pone limiti d’età o requisiti particolari per le persone che vogliono aprirsi all’accoglienza di un minore. Per linee generali tutti possono fare affido familiare, anche se la legge fa riferimento al fatto che c’è una preferenza per le coppie con figli, ma non esclude che anche i single e i conviventi stabilmente possano fare accoglienza. Ovviamente chi si apre all’affido deve possedere uno spazio fisico adeguato dove poter accogliere il minore oltre che tempo da dedicargli.</em></p>
<h2>L&#8217;affido è un processo molto delicato: quali i possibili vissuti e aspetti psicologici che possono verificarsi nel bambino e nella famiglie, sia quella affidataria che quella d&#8217;origine?</h2>
<p><em><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-casa_02.gif"><img class="attachment wp-att-2359 alignright" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido-casa_02.thumbnail.gif" alt="" width="250" height="234" /></a>Effettivamente l’affido è un percorso molto delicato che comporta nel minore e nelle due famiglie dei vissuti spesso dolorosi. In modo particolare il minore vive un conflitto di lealtà molto forte nei riguardi della sua famiglia naturale, per cui fa fatica a legarsi alla famiglia affidataria per paura di arrecare dolore e ansia alla sua famiglia naturale. Inoltre pensa di essere stato la causa del suo allontanamento per cui si colpevolizza fino al punto di procurarsi del male fisico e/o psicologico. Allo stesso tempo la famiglia d’origine mal tollera il suo allontanamento in quanto sente di non essere stata in grado di occuparsi del proprio figlio e nutre una forte gelosia nei riguardi della famiglia affidataria che ai loro occhi diventa la famiglia perfetta. Infine ha il timore che quest’ultima possa “appropriarsi” del proprio figlio e non permettergli più di incontrarlo.<br />
In tutto questo anche la famiglia affidataria spesso si sente rifiuta dal minore e non sa come comportarsi. Molte volte si sente sola perché non sostenuta dai Servizi Sociali presenti sul territorio oltre che preoccupata della relazione, a volte conflittuale, che deve mantenere con la famiglia d’origine del minore. Infine queste famiglie pretendono di addossarsi molte responsabilità nei riguardi del minore e della sua famiglia  e finiscono per rinunciare all’affido.</em></p>
<h2>Quali professionalità lavorano nelle situazioni di affido e quali requisiti dovrebbero avere?</h2>
<p><em>Gli operatori che lavorano in percorsi di affido sono essenzialmente assistenti sociali, psicologi, sociologi, educatori professionali, avvocati. Si tratta di persone che devono essere preparate e costantemente aggiornate, anche in grado di fronteggiare situazioni complesse e delicate e in possesso di conoscenze e strumenti sia sul piano giuridico, che sociale e psicopedagogico. Ecco perché la Fondazione Affido punta molto alla formazione degli operatori del settore.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido00.gif"><img class="attachment wp-att-2355 centered" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/09/affido00.gif" alt="" width="317" height="203" /></a></p>
<p>Potrete trovare maggiori informazioni sul sito dell&#8217;associazione <a href="http://www.fondazioneaffido.it/content/index.php" target="_blank">Affido onlus</a>.</p>
<p>Per chi fosse interessato, segnalo inoltre il <strong>corso di formazione di III livello per “Esperto in Affido Familiare”</strong>, organizzato dall&#8217;associazione e riconosciuto dalla Regione Campania, della durata di 1 anno ( 400 ore, di cui 340 di teoria e 60 di stage &#8211; costo 800,00 €, pagabili in due rate), che si terrà a Napoli presso la sede della Fondazione.  <strong>Per avere informazioni rivolgersi alla segreteria organizzativa al n. 081/787.20.37 oppure inviare una e-mail all’indirizzo: formazione@gescosociale.it.</strong></p>
<h2>Vi lascio con un bel video sull&#8217;affido con protagonista Isa Danieli: <span style="color: #800080;">perchè fidarsi è bene, affidarsi è bello!</span></h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Wp_yD2CC64U&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/Wp_yD2CC64U&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
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		<title>Intervista a Eliana Iuorio: inrosa contro la violenza</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 21:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tema della violenza, che riguardi le donne, i bambini, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table><tr><td><p>Il tema della violenza, che riguardi le donne, i bambini, o qualsiasi categoria sociale minacciata dal sopruso di chi usa le mani come unica forma di comunicazione, non può e non deve lasciarci indifferenti, a qualunque sesso, età, categoria sociale apparteniamo.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Ecco perchè Psicozoo ha voluto intervistare l&#8217;Avvocato Eliana Iuorio &#8211; Responsabile delle relazioni esterne e capo ufficio stampa dell&#8217;Associazione &#8220;inrosa&#8221; di Napoli, una realtà attiva sul territorio, in cui tante professionalità (avvocati, assistenti sociali, psicologi, sociologi) danno risposte concrete a chi è vittima di violenza. </span><strong><br />
</strong></h2>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>1. Avvocato Iuorio, di cosa si occupa l’associazione “inrosa” e a chi si rivolge?</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-eliana.jpg"><img class="attachment wp-att-1157 alignleft" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-eliana.thumbnail.jpg" alt="" width="143" height="119" /></a>&#8220;inrosa&#8221;  è un&#8217;associazione sorta per tutelare i diritti di donne e minori vittime di violenza, abusi e maltrattamenti. Si rivolge, perciò, a tutti coloro che nel passato o nel presente hanno vissuto o vivono situazioni di violenza (sessuale, psicologica, di stalking).</p>
<p><strong>2. Quali sono le battaglie che la vostra associazione ha portato avanti negli ultimi anni e quali risultati ha raggiunto?</strong></p>
<p>Lo <strong>sportello &#8220;antiabuso&#8221;</strong>, gestito in modo volontario da tutti gli operatori di &#8220;inrosa&#8221;, <strong>riceve il martedì ed il giovedì ore 10-13 presso l&#8217;associazione &#8220;Casa dei Cristallini&#8221;, nel quartiere Stella-S.Carlo</strong>, in via Cristallini n. 64 ed è operativo dal 10 marzo 2009. Gli obiettivi principali della nostra associazione sono di orientamento e sostegno legale e psicologico, ma soprattutto di sensibilizzazione al tema violenza. &#8220;inrosa&#8221; è un&#8217;associazione culturale, che ha come primo scopo quello di svolgere campagne di informazione, attraverso convegni, eventi ed in futuro rapporti con le Istituzioni scolastiche. Educare i bambini, i ragazzi ad una cultura delle differenze di genere, dell&#8217;equilibrio, della non sopraffazione, per noi è importantissimo. &#8220;inrosa&#8221; è per questo motivo, un&#8217;associazione di donne ed uomini, perchè il tema dell&#8217;abuso non è e non può essere circoscritto all&#8217;ambiente femminile. La tematica dell&#8217;abuso sulle donne o sui minori non ha sesso.</p>
<p><strong>3.“Inrosa” gestisce uno sportello anti-abuso: qual è l’identikit delle persone che bussano alla vostra porta e quali storie vi raccontano?</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-ascolto-2.jpg"><img class="attachment wp-att-1156 alignright" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-ascolto-2.jpg" alt="" width="168" height="152" /></a>Le persone che vengono a &#8220;farci visita&#8221;, spesso sono donne. Mogli e madri. L&#8217;approccio che solitamente manifestano è quello che noi siamo solite definire del &#8220;sentito dire&#8221; o &#8220;dell&#8217;altro&#8221;. Chiedono aiuto, ma filtrando le loro richieste sostenendo si tratti di un consiglio per un&#8217;amica o per una sorella. Noi tutte (perchè allo sportello anti-abuso, data la particolare delicatezza dell&#8217;intervento, siamo tutte donne a ricevere), ci poniamo in qualità di amiche, alle quali si può parlare tranquillamente, senza ansie e senza pregiudizi. Maltrattamenti psicologici e fisici, l&#8217;oggetto delle nostre &#8220;chiacchierate&#8221;. Noi predisponiamo un colloquio con le psicologhe e poi, qualora avessero intenzione di denunciare o di iniziare un percorso legale, le accompagniamo presso il Consiglio dell&#8217;Ordine dgeli avvocati, dove è depositato un albo dei difensori abilitati al gratuito patrocinio.  Noi ci limitiamo a fornire loro solo delle informazioni giuridiche.</p>
<p><strong>4. Un recente studio dell’Istat evidenzia come solo nel 3,5% dei casi la violenza sulle donne si consumi ad opera di uno sconosciuto. Questo significa che quasi sempre la violenza viene inflitta da una persona che la vittima conosce, spesso il partner o un familiare. Qual è la sua interpretazione di questo fenomeno?</strong></p>
<div class="column body">La violenza domestica, secondo un rapporto EU.R.E.S. del 2007 (www.eures.it), conta una vittima ogni due giorni. La famiglia, paradossalmente, uccide più della mafia: 174 vittime (pari al 29,1% del totale), contro 146, pari al 24,4%. Un “male” che colpisce soprattutto al nord, dove muove un omicidio su due (49,1%). Coniugi e partners sono le principali vittime: il 46% degli omicidi si consuma nella coppia, dove in nove casi su dieci ad uccidere è un uomo.<br />
<a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-ascolto.jpg"><img class="attachment wp-att-1155 alignleft" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-ascolto.thumbnail.jpg" alt="" width="178" height="250" /></a>Il ruolo che gioca la società tutta, le istituzioni, la scuola, le associazioni può essere determinante per la sensibilizzazione al problema.<br />
Una donna vittima di violenza si sente sola. E’ soprattutto il ricatto economico ad impedirle di uscire dal dramma, di cercare aiuto. E’ importante mettere a disposizione di tutte le donne ed i minori vittime di abusi, i centri di accoglienza (realtà presenti in Italia, con gli esempi mirabili di Roma e Bologna, ma ancora in fase larvale a Napoli, ahimè), volti ad assicurare loro rifugio e protezione contro la brutale, feroce, violenza che può nascondersi tra le nostre confortevoli, ma a volta terribili quattro mura.<br />
Utilizzare i beni confiscati alle mafie, per trasformarne case protette. Partecipare tutti ad iniziative volte a sensibilizzare ed interessare i giovani (e non solo le donne, mi riferisco soprattutto agli uomini), alle tematiche dell’antiviolenza. Credo che questa società abbia bisogno dell’apporto di noi tutti per cambiare, per migliorare. Non abbiamo altro da fare, donne e uomini, professionisti e non, che rispondere all’appello e collaborare ad iniziative volte alla tutela delle donne e dei minori, in un’ottica di sinergia delle nostre umane forze.</div>
<p><strong>5. Quali sono i valori che secondo lei dovrebbero essere alla base di una società senza violenze sulle donne e sui minori?</strong></p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso_progettoeva.jpg"><img class="attachment wp-att-1160 alignright" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso_progettoeva.jpg" alt="" width="128" height="183" /></a>Quanto alla questione &#8220;valori&#8221;, sarò ripetitiva. E&#8217; l&#8217;educazione a rendere le persone consapevoli dei propri diritti e doveri.La violenza sulle donne e sui minori, rappresenta un&#8217;eco di un tempo ove il pater familias aveva pieno potere e dominio sulle cose e le persone della sua domus.Nonostante sia intervenuta la riforma del diritto di famiglia, tale pratica, comunemente si osserva in ambienti vari, dai ceti più alti a quelli infinitamente più bassi.Occorre un mutamento di mentalità, attraverso l&#8217;educazione dei piccoli e la continua informazione e sensibilizzazione al tema, non solo quando i media accendono i riflettori (quando poi è troppo tardi)!!</p>
<p><strong>6. Quali iniziative ha in programma Inrosa per i prossimi mesi?</strong></p>
<p>&#8220;inrosa&#8221; ha in programma tanti eventi e convegni. Per la fine del mese, partirà il lancio del casting per la commedia &#8220;Filumena Marturano&#8221; di Eduardo de Filippo, con la regia del collega avv. Fabio Riccio, consigliere delegato alle attività culturali, protagoniste le donne della Sanità; seguiranno presentazioni di libri di amici dell&#8217;associazione ed il Convegno Ufficiale di presentazione di &#8220;inrosa&#8221; per ottobre. Seguiranno ancora prossime aperture di sportelli inrosa, su tutto il territorio campano.<br />
La nostra prima esigenza, il nostro obiettivo finale è quello di poter aprire una Casa di accoglienza per le donne e minori vittime di abusi, al fine di proteggere e dare nuova vita a queste persone, quando la casa e la famiglia diventano un luogo di terrore e pericolo per la propria incolumità fisica e psicologica.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Per concludere vi segnaliamo un&#8217;iniziativa dell&#8217;associazione a cui non possiamo non aderire: il 23 giugno indossiamo un fiocco o un fiore bianco contro la pedofilia:</span></h2>
<p><em><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-minore.jpg"><img class="attachment wp-att-1159 alignleft" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2009/05/abuso-minore.thumbnail.jpg" alt="" width="285" height="228" /></a>Il 23 giugno marcia silenziosa &#8220;inrosa&#8221; contro la pedofilia!<br />
Indossiamo un fiocco bianco oppure un fiore dello stesso colore a simboleggiare il nostro impegno contro la pedofilìa e gli abusi sui minori: sul luogo di lavoro, a scuola, in giro per la città.<br />
Perchè proprio il 23 giugno? Il motivo è da brividi.<br />
Pare che un sito internet frequentato da milioni di abusatori abbia lanciato per il 23 giugno la &#8220;giornata dell&#8217;orgoglio pedofilo&#8221;.<br />
Dicono che accenderanno una candela bianca alla finestra.<br />
Rispondiamo a tale aberrante atrocità.<br />
E&#8217; per questo motivo che ti chiediamo di far girare qsta iniziativa tra i tuoi contatti. Invita altri ad iscriversi al <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=753947105&amp;v=photos&amp;so=15#/group.php?gid=48939603938&amp;ref=ts"><span style="text-decoration: underline;"><strong>gruppo fb dell&#8217;Associazione &#8220;inrosa&#8221;. </strong></span></a></em></p>
<p><em><span style="color: #800080;">Uniti, contro gli abusi su donne e minori!! Grazie.</span></em><br />
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