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Psiconcologia 2: reagire al cancro

I disturbi legati all’evento cancro: Il disturbo che insorge più frequentemente è la depressione sia endogena che reattiva. Essa appare come un disturbo dell’umore in cui il nucleo depressivo è centrato sui sintomi di inerzia, marcata inibizione e stati di solitudine, di hopeless (pensieri e sentimenti negativi circa il proprio futuro). Emozioni come la rabbia, la paura, il senso di colpa possono tradursi in sintomi ansiosi (agitazione, insonnia, difficoltà di concentrazione)e/o depressivi(inappetenza, apatia, tono dell’umore flesso) con preoccupazioni riguardanti l’immagine corporea (“ma i capelli mi ricresceranno?”), la gestione dello stress derivante dai tempi ospedalieri (“i soli impegni che ho sono le visite e gli orari in cui devo prendere le medicine”), la difficoltà di programmare il futuro(“non so quando tornerò a lavoro”).Il malessere psicologico, quindi si può esprimere sotto forma di ansia aperta e aggressività o in forma depressiva con il rinchiudersi in se stessa e attraverso il dolore fisico.se da una parte il dolore induce un malessere psichico, dall’altra, il dolore aumenta in caso di paura, ansia e depressione. Il pensiero, in alcuni casi, non è lucido, è contaminato senza tener conto dei dati di realtà e con sentimenti di impotenza e fallimento. Ciò provoca due tipici comportamenti passivi quali l’agitazione e l’iperadattamento. L’agitazione si esprime tramite il pensiero coattivo o ribellione vera e propria. Un pensiero ripetitivo offre la sensazione di attività, di non essere completamente impotenti senza però portare alla risoluzione del problema. A volte invece l’agitazione si manifesta attraverso la critica passiva espressione di rabbia e disperazione. L’iperadattamento si manifesta con la delega delle cure, e talvolta come responsabilità del paziente come individuo, con un’accettazione acritica delle decisioni prese, senza partecipazione attiva e responsabile.

Gli stili di reazione:La valutazione dei fattori emozionali sul decorso della malattia oncologica, ha fatto emergere a seguito di uno studio condotto nel 1979 che le pazienti reagivano in 5 stili diversi: 1. Spirito combattivo: atteggiamenti fiduciosi, accettazione della malattia come evento di vita drammatico ma affrontabile, ricerca attiva di informazioni, desiderio di sconfiggere la malattia. 2 negazione-evitamento:indifferenza accompagnata da minimizzazione della malattia.3 fatalismo: accettazione rassegnata e passiva con nessun desiderio di combattere la malattia.4. preoccupazione ansiosa:forte ansia e non accettazione della malattia. 5. Disperazione: sensazione di inutilità, sconfitta irrimediabile e idea costante della morte.

Il supporto psicologico con personale esperto è fondamentale. Avviene a più livelli: un primo livello è mirato a:1.contenere l’ansia e le emozioni che scaturiscono dalla situazione 2. Mobilitare meccaniscmi di difesa adeguati 3. Rafforzare l’assertività comunicativa 4.favorire un nuovo adattamento e il continuum del progetto esistenziale. Un secondo livello cerca di integrare quello rpecedente con gli obiettivi della terapia medica, cercando di migliorare l’aderenza del paziente alle cure previste. Il terzo è l’intervento psicoterapeutico solo dopo una valutazione opportuna e una richiesta del paziente per migliorare la qualità della vita, contenere la sofferenza, svilupapre strategie adattive migliori, affrotare problemi pratici, ridare un senso di controllo sulla propria vita, aiutare la famiglia ad integrare la malattia nella propria vita, aiutare il paziente e la famiglia a trovare un senso a ciò che è successo. Al di là dei vari modelli di pscoterapia le linee guida sono comuni a tutti:1.incoraggiare a verbalizzare pensieri e sentimenti negativi verso la malattia; 2. Chiarire eventuali influenze di esperienze precedenti sulle reazioni attuali al cancro; 3 valutare il peso psichico di ulteriori situazioni stressanti indipendenti dalla malattia; 4. Affrontare le tematiche esistenziali e il timore dell’incertezza; 5. Chiarire pensieri ed emozioni disadattativi relativi al cancro; 6. favorire la comunicazione tra i membri della famiglia;7. Aiutare a trovare alternative di soluzione ai problemi pratici posti dalla malattia.

La famiglia. Il tumore coinvolge tutta la famiglia perché prima di tutto non è facile accettare l’idea che la persona che amiamo si ammali. Si può provare paura, tristezza, disperazione, rabbia e sensi di colpa. Si può reagire con iperprotettività o rifiuto della persona amata come se tentassimo di annulare la consapevolezza di quello che sta accadendo. Non esistono reazioni giuste o sbagliate ma solo reazioni e pensieri intensi e coinvolgenti. Bisogna concentrarsi non tanto sulle “regole” di un comportamto corretto ma su ciò che potremmo fare per aiutare noi stessi e la persona che amiamo. Il partner, un figlio o un genitore della persona malata deve riorganizzare tutta la sua vita ed è buono che chieda aiuto pratico e morale ai parenti e amici per permettersi dei momenti in cui scaricarsi di tutte le tensioni. Cercare un supporto specialistico è importante pechè si può voler assumere a tutti i costi un atteggiamento positivo e ottimista e si desiderino a tutti i costi un atteggiamento combattivo anche dal paziente e questo può provocare ulteriore disagio perchè non permette di affrontare la situazione nel modo più adatto a sé. Lo psiconcolgo può favorire la comunicazione tra i vari membri della famiglia. Quando un genitore si ammala di cancro si tende a non comunicare nulla ai figli piccoli per proteggerli o perché si crede che non capiscano ciò che succede. Ciò è sbagliato perchè i bambini comunque percepiscono le tensioni in casa e l’esclusione della comunicazione potrebbe provocare sensazioni di perdita e di abbandono. I bambini apprezzano i tentativi degli adulti di esplorare insieme a loro le vicissitudini penose della vita, non hanno gli strumenti per comprendere il silenzio che li lascia soli ad affrontare emozioni forti e convolgenti. Quindi parlarne aiuta a dare parole a ciò che fa paura, li aiuta a ridurre la tensione e a potenziare i benefici del sostegno reciproco.

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4 Commenti

  • 14 febbraio 2010 | Permalink |

    Bisogna tenere ben presente, tra le altre cose, che chi si sottopone a cure chemioterapiche, subisce un forte rallentamento nella crescita delle cellule, anche quelle del sistema nervoso. Succede quindi, che la persona che segue queste cure, abbia momenti di rallentamento e indebolimento dell’attenzione, e tutto si riduce a compiere ragionamenti che contemplino, in modo totalizzante, l’immediato.
    Siccome l’immediato è soprattutto un percorso di cura nei confronti di una malattia che ha dei risvolti che avvolgono tutti gli aspetti della vita, l’avere vicino una persona che riesca ad analizzare in modo non coinvolto direttamente, può dare dritte sul modo di affrontare il maggior numero di situazioni, e non solo al malato, anche e soprattutto ai familiari.
    Sono un familiare di una persona che sta seguendo proprio questo percorso. Do il mio contributo e sicuramente è impegnativo, solo che riguarda le cose della sfera della quotidianità, questa persona è abbandonata a se stessa, invece, per quanto riguarda un sostegno psicologico, suo e dei suoi più stretti familiari (moglie e figli) alla moglie soprattutto che vedo consumarsi in modo inesorabile.
    Perché un sostegno di questo tipo non viene inserito nel programma di cura, come parte integrante di tutto il lavoro?
    Io questo non lo posso, e probabilmente, non lo devo fare, in quanto sono molto legato e, sebbene abbia provato ad approcciare l’argomento, non sono stato in grado di ottenere la sua attenzione a riguardo.
    Un abbraccio

  • 17 marzo 2010 | Permalink |

    Ciao sono Marilena, il mio ragazzo si è ammalato un anno e mezzo fa, ha subito due interventi e una serie di radio e kemio, ora la situazione è stabile, ma credere che possa essere finita è dura. La sua reazione alla malattia è stata quella di allontanarmi e dopo più di un anno quella di lasciarmi, ma alla fine siamo ritornati insieme, solo che ora io, contrariamente a prima, ho più paura che mai nel vivere la vita. L’ottimismo che ho avuto in tutto il percorso e che ho mostrato a lui ora non è più così percepibile e, ho il timore che se lui ricadesse in qualche cura, io questa volta non avrei la forza di sostenerlo. Che fare?C’è qualche centro o psicologo che possa aiutarmi cmq a superare questa situazione?Io ho 31 anni, lui 36, dovevamo sposarci un anno fa e, non è stato più possibile. Abbiamo recuperato molto nel rapporto, allontanarci e ritrovarci è stata l’unica cosa positiva, ma per vivere il quotidiano?Che fare?

  • 18 marzo 2010 | Permalink |

    Cara Marilena grazie per esserti confidata del tuo dolore e delle tue emozioni. Quando vivi un’esperienza così devastante la vita sembra acquistare un altro colore e un altro senso. Imparare a riorganizzare se stessi e dover gestire le proprie paure, le proprie emozioni è davvero complicato. E’ naturale che tu sia stanca e che ti sembra di non avere più la forza di reagire. Non devi sentirti in colpa per questo, accettare le proprie debolezze è un atto di forza. Se non c’è un pericolo effettivo di una ricaduta non lasciarti sopraffare dalla paura ma prova a riconcentrarti su un nuovo tipo di rapporto che includa anche le vostre sofferte esperienze. Utilizza questo dolore come occasione per essere più uniti e forti. Se senti il bisogno di un supporto psicologico potresti rivolgerti a delle associazioni di volontariato o presso centri di psiconcologia dell’ospedale della tua zona. Visita il sito http://www.siponazionale.it troverai tutti i centri nella tua zona. In bocca al lupo per la vostra nuova vita e quando ti sentirai sola e stanca non esitare a chiedere aiuto, queste battaglie si vincono se si è uniti e con il sostegno delle persone che ci amano e con un adeguato supporto anche professionale. Tanti auguri e un abbraccio. Dott.ssa Rosa Rita Annunziata.

  • sy
    5 luglio 2010 | Permalink |

    Io ho scoperto di essermi ammalata 6 anni fa, proprio in questo periodo. Ero da poco andata a convivere, con mille progetti per la testa, tra qui quello di sposarci, finire la casa, fare mille viaggi intorno al mondo. Poi è arrivato il terremoto, nel corpo e nella mente, mio, del mio compagno, delle nostre famiglie. E’ riuscita ad emergere la parte peggiore di noi, che passata la paura della malattia, ha rotto un vaso di pandora delle miei emozioni che fino a prima ero riuscita a proteggere. Dopo cinque anni la salute fisice è stabile e buona, ma l’equilibrio emotivo è ancora molto altalenante e precario, aggravato dalle sensazione del tempo che passa. Io sono stremata nella mente, sono esausta, quasi incapace di gestire qualsiasi difficoltà e impegno. La strada è ancora lunga ma spero che con l’aiuto professionale che ho trovato di riprendere il prima possibile la carreggiata. Ho voglia di ricominciare a vivere.

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