Il suicidio non è solo una tragedia personale e familiare, ma un’emergenza sanitaria che riguarda la salute pubblica. Ogni anno il numero di suicidi aumenta e si abbassa l’età delle persone che lo mettono in atto. Nonostante questo, sono poche le risorse che i governi destinano alla prevenzione di questo fenomeno e scarse anche le campagne di sensibilizzazione svolte da organizzazioni private in confronto ad altre cause. Si rende necessaria una maggiore attenzione a questo problema per aumentare la consapevolezza e per prevenirne gli effetti.Probabilmente la scarsa attenzione al problema deriva dal fatto che il suicidio è un tema taboo. Io stessa mi sono interrogata se fosse il caso di pubblicare un articolo sul suicidio di domenica, quando tutti vogliono rilassarsi. Poi ne ho sentito la necessità. Storicamente il suicidio è stato sempre condannato come un peccato dalla maggior parte delle religioni, poichè è la decisione di interrompere la propria vita senza rispettare i diegni di Dio, una vita che non ci appartiene. Le persone non ne parlano apertamente, poichè nella popolazione generale c’è ignoranza, incomprensione e paura rispetto ad esso. Nel periodo successivo ad un suicidio, la famiglia e gli amici spesso si vergognano di parlare di quello che è successo. Per ridurre questa omertà sarebbe necessario assumere più consapevolezza del problema, comprendendo le sue cause, i suoi segni premonitori, i fattori di rischio. “La consapevolezza e la conoscenza sono le chiavi per ridurre lo stigma” – afferma Wylie Tene, public relations manager dell’ AFSP (American Foundation for Suicide Prevention). Sopravvivere al suicidio di un caro
Joanne Harpel, Direttore della sezione Survivor Initiatives per l’AFSP, ci spiega le possibili rezioni delle persone vicine ad un suicida: -La reazione immediata è di shock; - I sopravvissuti possono sentirsi storditi e disorientati e avere difficoltà a concentrarsi; - Alcuni hanno sintomi depressivi, come sonno disturbato, perdita di appetito, tristezza intensa e mancanza di energia; - Alcuni si sentono estremamente arrabbiati, verso la persona che non c’è più, verso un altro membro della famiglia che considerano responsabile, verso un terapista, o verso se stessi. - Alcuni possono anche sentirsi sollevati, perchè pensano che il loro caro ha smesso di soffrire, specialmente se il sucidio ha seguito una lunga e difficile malattia mentale.
Molte persone che hanno vissuto il sucidio di un caro si tormentano per cercare di capire le ragioni di quello che è accaduto, domandandosi ossessivamente il perchè. Molti ancora ripercorrono gli ultimi giorni dell’amato, cercando indizi, specialmente se il suicidio è apparso loro improvviso e non si erano accorti dei possibili segni. E’ importante rendersi conto che il 90% delle persone che si tolgono la vita soffrivano di un disturbo psichiatrico diagnosticabile, per lo più depressione o disturbo bipolare. Così come le persone possono morire per infarto o per cancro, allo stesso modo possono morire per una malattia mentale. Il sucidio è sempre un fenomeno complicato, che risulta da una combinazione di enorme sofferenza e angoscia, disperazione senza speranza e sottesa malattia mentale. Se un vostro caro manifesta i segni di una malattia mentale, battetevi sempre affinchè consulti uno specialista: non sempre l’amore e la dedizione sono sufficienti ad alleviare la sofferenza.[Words of Wisdom Wednesday: Society, Suicide & Stigmas - Psychology Today: Here to Help] |


































1 Commento
L’argomento è veramente delicato. Come tutto ciò che ha a che fare con la morte, si tratta di un tema rimosso dalla nostra società e questo rende ancora più complicato parlarne. Difficile accettare che il lutto decanta ma non guarisce mai del tutto. Ancor più dura far proprie le parole di L. D’Arrigo: quando muore una persona che hai amato, invece di pensare alla sfortuna di averla perduta, pensa alla fortuna di averla avuta. Ma in quei momenti è quasi impossibile “pensare”. I nostri cari occupano un posto nella nostra mente: la loro scomparsa – soprattutto se improvvisa e tragica – produce una “falla” nella nostra mente e l’affannosa ricerca dei “perché” è il tentativo estremo di turarla. Il suicidio produce una violenta interruzione nella “storia a due” tra noi e il suicida e a noi tocca “concludere la storia”, dargli un finale plausibile e accettabile, perché le storie senza finale lasciano nello sgomento più totale.