Si è suicidata sabato sera la neobrigatista Diana Blefari Melazzi, che scontava l’ergastolo nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, per il concorso nell’omicidio di Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. Una mente fragile, un’anima crudele e piena di rabbia. Quando un’idea diventa questione di vita o di morte. Il fatto Intorno alle 22.30 del 31 ottobre, Diana Blefari, esponente delle Nuove Brigate Rosse, dopo aver appreso la conferma della sua condanna in Cassazione, si è impiccata con una modalità tipica del carcere: le lenzuola annodate. La donna, sola in cella d’isolamento, è stata soccorsa dalla guardia carceraria, che ha provato a rianimarla, ma senza riuscirci. Nell’ultimo colloquio con la polizia, la neo Br aveva affermato di volersi dissociare dall’organizzazione terroristica e di voler collaborare. Ma prima di farlo coleva aspettare la sentenza della Cassazione. Quando è arrivata la conferma della pena, la struttura fragile della donna non ha retto ed ha messo in atto l’insano gesto. Secondo il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, la Blefari si trovava «in una situazione carceraria compatibile con le sue condizioni psicofisiche, così come stabilito dall’autorità giudiziaria». Che dovesse pagare è indubbio, ma quali erano realmente le sue condizioni mentali? Indizi diagnostici
Dopo l’aggressione, il gup del tribunale di Roma, Pierfrancesco De Angelis, aveva disposto una perizia psichiatrica per la donna, allo scopo di accertarne la capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere. La perizia non rilevò nulla, se non un disagio psicologico “normale” per chi ha una condanna all’ergastolo. A nulla valsero le rimostranze degli avvocati della difesa. Sabato pomeriggio in cella, le è stato notificato l’ergastolo, senza un’adeguata preparazione. Diana non aveva mai accettato quella condanna, dichiarandosi estranea ai fatti: la notifica le ha tolto ogni speranza. “Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il profondo disagio di Diana Blefari Melazzi. Ora è troppo tardi” afferma con rammarico l’avvocato Caterina Calia, difensore, insieme all’avocato Valerio Spigarelli. Secondo la difesa della brigatista, Blefari soffriva di una grave patologia psichica e più volte le stesse difese avevano sollecitato il riconoscimento di tale situazione.
Lettere al fidanzato Nell’ ultimo periodo della sua vita, la donna scriveva lettere al suo ex compagno Massimo Papini, da un mese anche lui in carcere, in cui raccontava l’intenzione di farla finita. Chiedeva il suo aiuto per trovarle qualcosa che la facesse morire velocemente. L’unica alternatia alla morte per lei era uscire dal carcere, ma avvocati e psichiatri non erano riusciti a spuntarla. Ecco perchè sperava in Papini, suo commilitone nella banda armata e suo ex fidanzato, con cui dieci anni fa aveva condiviso l’amore nonostante la malattia. “Devi trovare il modo di farmi avere gli arresti domiciliari, che io in questo inferno non ci posso più stare — gli scrive il 14 maggio scorso —. Io voglio uscire, devo uscire. Giuro che esco e mi ammazzo e vi libero della mia presenza, ma io di questa tortura non ne posso più!”. Tre giorni dopo pare sfogare le sue manie di persecuzione: “Vorrei sapere se esiste qualcuno su questo pianeta che ha intenzione di tirarmi fuori da questo lager, perché quelle rare volte che mi capita di parlare con un altro essere umano c’ho come l’impressione che vogliono tutti che rimango qua dentro”.
Papini, nelle sue visite all’ex compagna si era reso conto del suo stato mentale e fisico. “Annientata. L’unica cosa che mi viene in mente in questo momento dopo averla vista… Si perseguita da sola… Vuole solo morire. Mi ha chiesto di portarle qualche cosa per morire velocemente: me lo ha chiesto più volte!”. Il carcere aveva spento la sua baldanzosa audacia, quella che solo quattro anni prima le faceva scrivere: “Per l’azione Biagi ho piene responsabilità personali, di cui vado fiera, e che mi rivendico pienamente… La rivendicazione della mia responsabilità personale vale anche per gli espropri (cioè le rapine, ndr) attività primaria e necessaria nella costruzione di un’organizzazione comunista combattente…”. Una lucida follia che si è trasformata, con l’esperienza del carcere duro, in un’angoscia senza alternative. Questi indizi di grossa portata (il comportamento in carcere, la storia della madre, l’appartenenza stessa alle BR) dovevano far pensare un pò di più chi ha il compito di punire, non certo per liberarla dalle sue colpe, ma almeno tenendo conto che con la vita di un individuo, per quanto male abbia fatto, non si scherza. [Nuove Br, la Blefari si impicca a Rebibbia. I legali: suicidio annunciato. - Corriere.it] [Diana Blefari, le ultime lettere: pronta a dire tutto - Corriere.it] |


































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