Si è spento domenica pomeriggio un pezzo di storia e di letteratura del nostro paese. Salutiamo la poetessa Alda Merini, che ci ha insegnato molto sulla follia e sulla vita del manicomio, perchè grazie alle sue liriche l’umanità ha potuto ascoltare la voce di quelli che ci stavano dentro.Aveva 78 anni, era ammalata di tumore ed estremamente povera, ma restava nella sua amata Milano a cercare di tenere insieme i suoi pezzi frantumati dalla percezione così profonda che aveva della vita. Solo 5 anni anni fa (nel 2004, quindi aveva già 73 anni) come regalo per il suo compleanno aveva chiesto “un uomo caldo”, così era stata accontentata con uno show dello spogliarellista Ghibly. Le prime poesie a 16 anni e poi da lì un irrefrenabile scorrere di parole visionarie che non si fermavano mai.
Nel ’47 conosce Giorgio Manganelli, suo maestro e primo grande amore. Ed è sempre nel ’47 che cominciano a manifestarsi i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro. Il gobbo Dalla solita sponda del mattino 22 dicembre 1948 [Da Poetesse del Novecento, 1951]
Nel ’61 viene internata nel manicomio Paolo Pini, dal quale uscirà definitivamente solo nel ’72 — a parte brevi periodi durante i quali ritorna in famiglia e nascono altre tre figlie — ma l’alternanza di periodi di lucidità e follia continua fino al ’79. La sua sensazione è quella di un’esistenza lontana, in cui abbandonata dal marito e priva dei suoi figli, vive fluttuando in un altro mondo. Nel ’79 il silenzio è finalmente rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del Premio Librex Montale nel ’93. L’esperienza manicomiale ha prodotto in Alda una potenza lirica profondissima e struggente, in cui realtà e delirio se la giocano ad armi pari. E anche lì ha saputo trovare l’amore di un uomo. Le più belle poesie [Da La Terra Santa, 1984] Nell’81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un’amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L’intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent’anni e la distanza che li separano. Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia e la Merini sperimenta nuovamente l’ospedale psichiatrico a Taranto.
Le sue liriche ci descrivono ogni sensazione, odori e rumori che chi ha vissuto o lavorato in una struttura psichiatrica potrà riconoscere: il colore delle vestaglie, il rumore del carrello delle medicine che attraversa i corridoi e le stanze della clinica, i silenzi profondi rotti dalle grida.
E da paziente Alda ci ha regalato un augurio che mi sento di condividere con lei, qualcosa che rivoluziona la psichiatria di quegli anni e molta parte di quella attuale: “mi auguro che la malattia di mente venga finalmente sfatata e ricondotta alla sua vera base, che è un disturbo dell’emotività”.
Non voglio dimenticarti amore, [Milano, è morta Alda Merini. Un'esistenza tra arte e lucida follia - Corriere.it]
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1 Commento
“Il desiderio dei miei lettori
È di contornarsi al più presto
In questi versi riservati
Ad Alda Merini”
Un Grazie attirato.
Commento introduttivo,
un tributo poetico:
“Ad un grande esempio di letteratura del Novecento, donna contemplatrice che ha raccontato le grandi sofferenze della vita e ricca di espressioni poetiche vissute nel profondo.”
HO SEMPRE VOLUTO…
…aspetta un attimo, un attimo
e non sparire poesia.
Per Alda Merini il tuo verso
è nella vita…
Annuisci Alda,
Ho sempre voluto poesia attorno a me
Tratti di sentiero
Che aggiungessero corpi di scrivanie
E lampade accese di protesta
Sull’infinito appoggio di un pensiero.
La tua camera ne era impicciata.
Ho sempre voluto foto
Copie di poesia attorno a me
Sedie foderate da calici piangenti
Schizzi di un vissuto amore
Strane facce di cassetti ammaccati
E muri
Figurati dall’ombra del mio seno.
La tua camera ne era impicciata.
Ho sempre voluto poesia dal vivo attorno a me
Musica sperduta nelle parole
Volti e braccia cascanti
Sopra un leggìo che pieghi
Si ripieghi e il certo che si spieghi!
La tua camera ne era impicciata.
Ho sempre voluto una camera vuota
Nuda e dalle quattro orecchie
Bianca e chiusa in una nuvola nera
Fumata
E corteggiata dalla tua poesia
Che ho sempre voluto
Un po’ mia.
©
Da “Il cuore degli Angeli”
di Maurizio Spagna
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info@ilrotoversi.com
L’ideatore
paroliere, scrittore e poeta al leggìo-