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Una societa’ di precari

La tanto famigerata flessibilità, che avrebbe dovuto rendere il mercato più efficiente ed aperto alla meritocrazia, si è rivelata una vera piaga per la generazione tra i 18 e i 34 anni, per cui la mobilità si è trasformata nella precarietà selvaggia. Quale percezione hanno questi giovani, senza più presente nè futuro della loro situazione lavorativa?

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Se lo chiede un’indagine condotta dall’Istituto di Ricerca GPF per AXA MPS sulle conseguenze della crisi. Secondo lo studio, ai giovani non interessa davvero questo tanto famigerato posto fisso. Forse perchè si sono abituati a convivere con l’idea che non l’avranno mai. La sicurezza del lavoro, infatti, è una priorità solo per il il 19,6% degli intervistati tra i 18 e i 34 anni. Ai primi posti dellcrisi precarioa classifica svettano il salario (24,4%), la possibilità di carriera, la libertà nell’organizzare il lavoro e il minor tempo di impiego.

Questi dati, sebbene ci colpiscano, non indicano tuttavia che i giovani siano contenti della flessibilità, anzi, solo il 49,3% si ritiene molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro e della propria situazione economica, mentre per quanto riguarda le fasce di età più matura le percentuali raggiungono o superano ampiamente il 60%. In realtà la fascia dei più giovani è quella maggiormente colpita dalle conseguenze della crisi.

Forse sono troppi i motivi di insoddisfazione per concentrarsi solo sulla stabilità del lavoro: rispetto alle altre fasce della popolazione, i giovani non sono contenti del loro tempo libero, del luogo in cui vivono e soprattutto della casa. Il 45,9% teme di non riuscire a pagare l’affitto e il mutuo. “Questa generazione più di tutte non si sente a casa da nessuna parte e non riesce ad attivare meccanismi di identificazione solidi nei confronti del contesto in cui vive”, spiega la sociologa Monica Fabris.

crisi-dei-fondiIn tutta questa precarietà, la generazione sotto i 35 anni sente forte la voglia di cambiare le cose: il 58% di loro vorrebbe cambiare lavoro, ma non ci prova nemmeno perchè nella sua percezione è semplicemente impossibile. Secondo la Fabris, il loro desiderio di cambiamento fa a pugni “con una percezione di impossibilità e di chiusura delle prospettive future che rende difficile costruire una speranza per il futuro”. I giovani non ritengono che le istituzioni faranno qualcosa per loro, tanto vale che la società si definisca come un luogo in cui ognuno bada a se stesso ( poichè sentono che in fondo sono già costretti a farlo).

La pensione? Neanche a parlarne! Man mano che il sistema previdenziale tradizionale va in frantumi, i giovani (52,3%) avvertono più degli adulti (49,8%) e molto di più dei maturi (38,4%) il bisogno di affidarsi “a una pensione integrativa, altrimenti non ho la costanza di mettere da parte nulla”. Ma come risparmiare per il futuro se le spese ordinarie e indispensabili assorbono la totalità o quasi delle entrate? Di investimenti non se ne parla proprio: il diktat diventa tenere da parte qualcosa e affidarsi sempre alla stessa banca, perchè degli operatori finanziari non c’è da fidarsi.

crisi-economicaQuale futuro per questa generazione costantemente appesa ad un filo? La crisi rischia di cambiare la struttura stessa della società, se non si risponde adeguatamente ai bisogni delle generazioni più giovani. Se diventa impossibile mantenersi, ancora più improbabile sarà poter mantenere una famiglia e mettere al mondo dei bambini. Sempre più anziani dunque, che i giovani dovranno sostentare col loro lavoro, senza avere nemmeno di che sopravvivere. Forse era questa l’apocalisse che molti culti hanno previsto per il 2012.

- Il posto fisso? Per i giovani è più importante un buon salario - Repubblica.it

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