Ogni guerra porta con sè le sue vittime, in termini di vite buttate e di ferite nel corpo e nello spirito. I soldati tornano sempre con qualcosa dentro che non vogliono ricordare. Non stiamo parlando dei conflitti mondiali, le guerre dei nostri giorni non sono diverse.
Le guerre in Iraq e Afghanistan sono state lo scenario di numerosi rimpatri di soldati che necessitavano di cure per traumi fisici e psicologici. Visto l’alto tasso di danni fisici, non ci sorprende che il dolore cronico sia un problema frequente tra i soldati che ritornano dalle operazioni militari in Medio Oriente. Le maggiori cause di dolore sono localizzate nella testa (danni cerebrali da trauma o sindrome post-concussione), nelle gambe (fratture, amputazioni, ustioni) e nelle spalle. Altri danni fisici includono la spina dorsale e gli occhi, così come il sistema uditivo. Da non sottovalutare il fatto che i veterani riportino spesso problemi psicologici, quali disturbo post-traumatico da stress, depressione e abuso di alcol.
Proprio per far fronte a questa emergenza, i ricercatori della Boston University School of Medicine (BUSM) hanno sviluppato un programma integrato per veterani che presentavano dolore cronico e disturbo post-traumatico in comorbidità. In questo studio pilota, i ricercatori hanno rilevato che i veterani di guerra ricevevano grossi benefici dal trattamento combinato di questi due disturbi. Il modello terapeutico utilizzato si avvale di componenti della cognitive processing therapy (CPT) per il disturbo post-traumatico e della terapia cognitivo-comportamentale (CBT) per la gestione del dolore cronico. La terapia consta di 12 sessioni di trattamento integrato, affiancato dall’utilizzo di un quaderno di lavoro, con letture settimanali e compiti da svolgere a casa. I partecipanti ricevevano una valutazione pre e post-trattamento usando scale di misura del dolore, del disturbo Post-traumatico, della disabilità fisica e dello stress psicologico.
Gli interventi terapeutici consistevano essenzialmente nell’insegnare ai pazienti a criticare le credenze maladattive e nell’insegnare loro delle modalità per reintrodurre attività piacevoli nella loro vita. La metodologia utilizzata includeva la ristrutturazione cognitiva, il training di rilassamento, la programmazione delle loro attività quotidiane e di piccoli compiti da svolgere a casa, in modo da diminuire le condotte di evitamento e reintrodurre uno stile di vita attivo e sereno. Dopo aver completato le 12 settimane di trattamento, molti partecipanti non incontrvano più i criteri diagnostici per il disturbo post-traumatico e riportavano una riduzione dei sintomi di dolore cronico e d’invalidità.
Ovviamente giosco per questi risultati positivi, anche se in fondo credo che chiunque torni da una guerra abbia bisogno di molto tempo e di diversi anni di trattamento per tornare a vedere la vita come prima.
[Boston University Medical Center (2009, October 3). Researchers Develop An Integrated Treatment For Veterans With Chronic Pain And Posttraumatic Stress. ScienceDaily.]
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3 Commenti
Ben venga qualsiasi aiuto possa essere dato a chi torna dall’inferno della guerra….
Una cura drastica ci sarebbe: cessare tutte le guerre e vivere la pace……
Tra chi ha meno di 24 anni, la probabilità di suicidio tra i reduci e tre volte superiore al numero di suicidi tra coetanei che non vanno in guerra
http://www.plosmedicine.org/article/info:doi/10.1371/journal.pmed.1000026#aff2
…e poi si dice che uno si butta a sinistra…
Fausta@ Sagge parole, ne prescriverei a volontà di cure come la tua….
Max @ Queste cifre sono inevitabili, a volte mi chiedo come sia possibile per un essere umano resistere alla paura, all’angoscia, al pericolo di vita costante a cui è sottoposto un soldato al fronte. E noi che abbiamo paura anche della nostra ombra…
Un abbraccio ragazzi