Alcuni incontri sono un’occasione straordinaria di crescita che ci stimola con nuovi spunti per riflettere sul mondo e sul nostro modo di pensare le cose. Quando finiscono ti rimane dentro la gioia di aver allargato il tuo orizzonte e la paura di non essere abbastanza capace di mettere a frutto quello che hai imparato.
Con queste sensazioni sto ripensando alla chiacchierata fatta oggi con il Dottor Giorgio Marino, Psicoterapeuta, didatta SIPI ed Esperto nel disturbo autistico. La sua è una doppia prospettiva: quella di profondo conoscitore della materia e quella di padre di un ragazzo autistico di 17 anni. Mi piacerebbe condividere con voi quello che ho imparato stamattina, sperando di riuscire a passarvi la stessa sensazione di meraviglia che ho provato.
Il disturbo. Per chi non lo conoscesse, vi accenno brevemente alle caratteristiche del disturbo, riproponendomi di essere più esaustiva se vorrete pormi qualche domanda nei commenti. Innanzitutto, potremmo definire l’autismo come un disturbo comportamentale, che che s’inquadra nei cosiddetti “Disturbi pervasivi dello sviluppo”. Si chiamano così perchè non coinvolgono una specifica area, ma compromettono tutto il funzionamento psichico di un individuo. L’autismo è’ un disturbo molto grave, da cui non si guarisce ed è particolarmente doloroso da affrontare per i genitori perchè è come se i loro figli non rispondessero in nessun modo a qualunque tentativo di avvicinare il loro mondo. I suoi principali sintomi riguardano l’interazione sociale: l’autistico è poco interessato o comunque poco capace di vedere l’altro, tende a chiudersi nel suo mondo fatto di automatismi e giochi stereotipati (ad esempio si dondola, compie per molto tempo movimenti afinalistici, come strofinare le mani su un oggetto, non guarda negli occhi, non indica), si focalizza su oggetti o su piccoli dettagli, interessndosi a particolari che per noi sarebbero ininfluenti. Il 50% degli autistici non parla; quelli che lo fanno tendono ad essere ecolalici, cioè a ripetere frasi, filastrocche o a fare molte volte domande di cui conoscono già la risposta. L’80% presenta ritardo mentale, mentre una piccola parte possiede doti straordinarie, ad esempio nella memorizzazione, nel calcolo o nell’orientamento (ricorderete tutti Rain man). Possono essere poco sensibili ad alcuni stimoli (ad esempio il dolore) o eccessivamente sensibili ad altri (alcuni suoni, colori o sensazioni tattili li fanno molto agitare). Una delle caratteristiche principali degli autistici è la necessità di preservare la “sameness”, cioè di mantenere la loro routine e l’ordine dei loro oggetti e del loro ambiente in modo scrupoloso.
Rispetto all’eziologia, quasi tutti gli studiosi sono ormai concordi che si tratti di un disturbo genetico, perchè, sebbene non siano presenti markers biologici evidenti (l’aspetto fisico è normale, non risultano alterazioni particolari dei valori ematici), la concordanza tra i gemelli monozigoti è altissima. Inoltre questa patologia si associa spesso ad altri disturbi di origine genetica (sclerosi tuberosa, epilessia, sindrome di Down, fenilchetonuria, rosolia intrauterina, ecc.), la cui associazione fa pensare sicuramente ad alterazioni multivariate dei cromosomi. Questo a dispetto delle vecchie teorie psicogene, come quelle della “mamma frigorifero” o di genitori schizofrenogeni, che adesso non trovano più uditorio se non in pochi ambienti accademici.
Le novità della prospettiva di Giorgio Marino. La prima affermazione che mi sembra molto innovativa è quella di non considerare l’autismo come una patologia ma come una diversità. Qual è la differenza? Mentre la patologia è qualcosa di anomalo rispetto ad un’ipotetica normalità, il termine diversità indica ciò che non possiamo definire perchè con i criteri che utilizziamo di solito non ne siamo capaci. L’autismo è un disturbo troppo lontano dal nostro senso comune per poterlo inquadrare con i criteri diagnostici tradizionali. Con questi ragazzi si può procedere solo per tentativi ed errori, perchè davvero la scienza attualmente sa dire meno di niente su questo disturbo.
Fondamentale nel comprendere questo disturbo è la considerazione che il corpo dell’autistico è muto (utilizzando una formula che Giorgio Marino mutua dal Modello Strutturale Integrato di Giovanno Ariano): gli schemi corporei, i bisogni, non esistono. E’ come se l’autistico non sapesse di avere un corpo ed è quasi impossibile per gli altri farsi un’idea precisa di cosa prova, perchè gli mancano gli schemi delle emozioni e delle necessità. L’autistico non sente il desiderio di lavarsi per essere più profumato, non sa di avere mal di denti, è inutile pensare di inculcargli bisogni che non può avvertire. Se vogliamo favorire in questi ragazzi la nascita di schemi corporei, dobbiamo crearglieli, stimolandoli costantemente alle diverse sensazioni: il pizzicotto, il bacio, il bagnato, il caldo, il freddo, il guardarsi, se ripetuti migliaia di volte possono piano piano creare una maggiore consapevolezza di quello che succede loro nel corpo.
Cosa possiamo fare con una persona autistica? L’unica risorsa che abbiamo – afferma il dottor Marino- è tentare ogni giorno di gettare ponti emotivi, cioè cercare sbagliando e riprovando, qualsiasi canale per comunicare con loro. In che modo?
- Innanzitutto ricordare che gli autistici non hanno la capacità di pensiero astratto. Parlare per metafore o impegnarli in un ragionamento complesso non è per loro. Per fargli capire le cose bisogna utilizzare termini molto concreti con precisi riferimenti alla realtà. Ad esempio un autistico può imparare a leggere, ma difficilmente capirà quelle che legge.
- Strutturare il loro tempo: se un ragazzo autistico spezza la routine quotidiana si può molto agitare, quindi spiegargli la sequenza di quello che si andrà a fare (adesso pranziamo, poi ci vestiamo ed usciamo) e rispettare gli orari a cui è abituato (l’ora di pranzo, di andare a dormire, di guardare la televisione) li aiuta ad essere più tranquilli.
- Se vogliamo impegnarli in un’attività a cui si mostrano insofferenti (disegnare, imparare a vestirsi da soli) può essere utile utilizzare un timer da cucina, spiegandogli che dovrà svolgere quell’attività fino al suono del timer, poi potrà fare altre cose. Molto utile può essere strutturargli il tempo attraverso una sequenza visiva. Ad esempio se vogliamo insegnare loro a lavarsi i denti da soli, dividiamo il processo in sottofasi e di ognuna scattiamo una fotografia, poi incolliamole in sequenza su un cartoncino bristol (prendere lo spazzolino, prendere il dentifricio, svitare il tappo, metterlo sullo spazzolino,ecc.). Non basterà un solo tentativo per imparare, possono servire anche mesi, finchè la sequenza non è automatizzata.
- Tenere presente che manca in loro l’intenzionalità e la volontarietà delle azioni che compiono: se danno uno schiaffo, probabilmente non si tratta di un’aggressività intenzionale e specificamente rivolta ad una persona con l’intento di procurarle dolore. Si tratta solo di una stereotipia e spesso basta richiamare la loro attenzione sul fatto che “non si fa” per interromperli.
- Se sono molto agitati nel corpo è bene farli “scaricare”, cioè stancarli, ad esempio impegnandoli in una lunga passeggiata che abbassi un pò il livello di energia.
L’ultima indicazione, anche se molto complicata da seguire, è quella di non aspirare mai a ottenere risultati in tempi brevi. Questi apprendimenti possono richiedere una vita intera e essere persi una volta acquisiti. Solo con pazienza e costanza, ponendosi piccolissimi obiettivi, si potrà sperare di vedere dei risultati, quasi insulsi per i bambini normali, enormi conquiste per chi vuole bene ad un bambino autistico.
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5 Commenti
Ottimo Articolo. Compliementi a Lei e al Dottor Marino.
Caro Roberto, la ringrazio molto e approfitto anche per farle i miei complimenti e in bocca al lupo per la campagna a favore dell’autismo che svolge sul suo sito. Ci sono molte informazioni utili specialmente per i genitori. Un abbraccio
Per affrontare l’handicap bisogna prima annullare la diversità con la normalità. Se vogliamo che raggiungano la normalità, dobbiamo fargliela vivere, no come fanno i domatori da circo (terapisti) con caramelle e zuccherini o con rimproveri e mortificazioni, oppure con rapporti collettivi dove i ragazzi si possono specializzare in altre stereotipie o ancora con manichei rapporti 1 a 1, mi chiedo e vi chiedo come si possono risolvere i problemi di relazione di un ragazzo isolandolo dai compagni e inoltre come si possa sentire un ragazzo sempre con gli stessi adulti.
Normalità è lanciare una seria sfida alle etichette, agli approcci sistematici e superficiali, alle sempre nuove teorie che costringono a forzare la realtà, a quei sempre nuovi santoni che appaiono all’improvviso e mettono in campo novità per autovalidarsi, all’illusione di trovare la soluzione in un libro, ai camaleontici metodi che cercano le cause, ma non ne traggono i punti chiave per arrivare ad approcci corretti. Svegliamoci ora! Il tempo incalza.
La conoscenza e la socializzazione sono condizioni “indispensabili” per qualunque persona umana! In mancanza di ciò si creano i presupposti per la discriminazione sociale e l’emarginazione. Un forte e duraturo raccordo tra i diversi enti e le famiglie potrebbe dare soluzione alle nostre preoccupazioni e i nostri affanni. Ma, a quanto pare tutti preferiscono disimpegnarsi da tale progetto, forse perché si prevede un maggiore/diverso impegno o perché innovativo rispetto al passato? Il raccordo tra le parti è una condizione indispensabile, com’è indispensabile il raccordo e l’impegno di responsabilità degli insegnanti curricolari senza più nascondersi o delegare ma pronti ad assumere “il ruolo principale” nel realizzare e implementare ogni progetto scolastico. Queste sono le condizioni necessarie per migliorare la qualità di vita dei nostri ragazzi. C’è da dire che chiunque a qualsiasi titolo tratti l’handicap, se veramente intende farlo in modo proficuo per sé e per i soggetti portatori, deve continuamente porsi la seguente domanda: quali sono i miei handicap che non mi consentono di affrontare al meglio la questione disabilità?
Siamo su una piccola isola greca, Cos, sono gli anni tra il 450 ed il 400 a.C., Ippocrate, padre della Medicina, insegna ai suoi discepoli a curare gli ammalati scegliendo tra due strade: la prima consiste nel curare i sintomi con il loro contrario (contraria contraribus curentur), la seconda nel curare i sintomi con il loro simile (similia similibus curentur). Ippocrate infatti, osservando la Natura, aveva notato che molti dei fenomeni (sintomi) della malattia non sono altro che tentativi di guarigione; dunque perché non imitarli? Dunque perché non liberare la vis medicatrix naturae.
Certo, perché non imitarli, perché non assecondare la Natura? Ma il problema è come imitarli. Esistono delle sostanze che possono imitare una malattia? E se si, come devono essere adoperate, in che quantità? Delle due vie ippocratiche verso la guarigione (“contraria contraribus curentur” e “similia similibus curentur”), Hahnemann volle percorrere la più ostica, oscura, difficile, quasi paradossale: “similia similibus curentur”, i simili si curino con i simili.
Giuseppe Felaco (genitore)
Caro Giuseppe, dal tuo commento affiora chiaramente tutto il percorso che hai affrontato per aiutare tuo figlio (o figlia, o nipote che sia), le disillusioni verso i mille approcci inconcludenti e frustranti, la rabbia verso la mancanza di coordinazione tra le figure professionali che hai incontrato, l’angoscia di dare un futuro al tuo ragazzo che sia dignitoso e pieno.
Conosco da vicino questi sentimenti anche se non con l’intensità di un genitore, perchè passo la maggior parte delle mie giornate con i disabili e per ora sono gli unici figli che ho. Spesso mi ritrovo a rigirarmi nel letto pensando a come posso aiutare questi ragazzi ciechi, tetraplegici, ritardati, a ritagliarsi il loro spazio nella società, a lavorare, a farsi conoscere aldilà dell’handicap, ad avere degli amici e perchè no, a conquistare una vita sentimentale e sessuale.
I metodi che possiamo usare sono molti, i risultati poco codificati e difficilmente dimostrabili, gli ostacoli infiniti. Dunque bisogna scegliere e per farlo è necessario guardarsi dentro e chiedersi, come tu hai detto, quali sono i nostri limiti rispetto all’handicap, noi psicologi, noi genitori, noi educatori, noi terapisti, tutti.
Il mio limite ad esempio è quello di sperare di salvarli da una vita ritirata e diversa dagli altri, e questo desiderio viene direttamente da un senso di onnipotenza che chi lavora nel sociale spesso si ritrova e con cui bisogna fare i conti. Anche io come te condivido il fatto che la cura stia nell’inserimento sociale, ma mi sono dovuta porre un limite perchè se lanci un ragazzo disabile allo sbaraglio non farò che frustrarlo e demoralizzarlo. Se voglio far stare un ragazzo disabile con i suoi coetanei, da un lato devo creare per lui occasioni di incontro con i cosiddetti “normodotati”, dall’altro devo prepararlo per evitare che l’eccessiva frustrazione lo spinga al ritiro completo.
In che modo? Lavorando con lui sulla consapevolezza dell’handicap e dei limiti, sulle possibili reazioni delle persone di fronte alla patologia, sulla sua personalità aldilà della disabilità, sulla sua famiglia, sulle sue insegnanti e su tutte le figure di riferimento.
E’ un compito troppo ambizioso? Forse sì, ma per come la vedo io è l’unico possibile. Può richiedere anni, forse una vita intera, ma è necessario. Perchè non esistono manuali di psicoterapia per disabili, o approcci per il lavoro intrapsichico e interpersonale sul tema dell’handicap? Possibile che un disabile sia solo un comportamento problematico da ridurre? Sarò folle, ma anche un disabile grave può prendere più consapevolezza di Sè ed esserci veramente nel mondo secondo le sue possibiltà, con un ruolo nella società ed una rete affettiva che non sia solo quella della sua famiglia, aldilà di ogni pietismo e assistenzialismo. Con i disabili va fatto un lavoro più profondo, meno meccanico, che coinvolga i nostri ragazzi e la società intera.
Ti saluto ringraziandoti per i preziosi spunti di riflessione che mi hai dato col tuo commento, spero che vorrai ancora far sentire la tua voce autorevole su Psicozoo.
Mettere come limite il non limite
Il mestiere di genitore non si impara in una scuola di formazione alla
genitorialità ed esserlo di un bambino con handicap è ancora più
difficile. Non approfondiamo qui le diverse problematiche
dell’handicap e di cosa esso sia in grado di suscitare nell’animo di
un genitore. In particolare nel dover gestire il negativo che tali
stati d’animo possono determinare sulla personalità del bambino, che
ha in sé tutta la forza della sua fanciullezza che lo spinge a correre
incontro alla vita, con strumenti che non sono proprio come quelli di
qualunque altro bambino. Le ore trascorse insieme, quando non sono
sovrastate dall’ansia, dalla paura di non farcela, ritrovano un loro
svolgersi sereno. I momenti dedicati sono ricchi di dialogo, di parole
accompagnate da gesti, da carezze, da contatti affettivi, che rendono
ancora più forte la volontà di costruire la vicinanza col bambino.
Accrescono la necessità di accompagnarlo nel percorso dell’esistenza,
affinché possa trovare, all’incontro con il mondo esterno, un contatto
buono. Il genitore affida alla scuola il proprio figlio, la cosa più
importante, e si preoccupa di trovare, in essa, un dirigente che
faccia la differenza, che abbia voglia e capacità di accettare una
sfida. Quel signore sicuramente c’è, basta cercarlo, forse non si
troverà nella scuola sotto casa, ma vale la pena scovarlo, se non si
vuole correre il rischio di ritrovarsi in una scuola con semplici e
demotivati insegnanti. Ci vogliono “maestri” sufficientemente onesti
da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità,
rivestendo a pieno il proprio ruolo, per affrontare così agevolmente
il difficile compito affidato. Un ruolo che richiede ed esige
comprensione, prudenza, capacità di insegnare e l’impegno a dare buon
esempio per condurre il bambino a un contatto sereno col mondo. Il
genitore apprezza i sacrifici e riconosce i problemi che gli
insegnanti devono affrontare, sa che possono farcela a dare al bambino
l’ispirazione giusta per sfruttare appieno il suo potenziale. Se solo
insegnassero, oltre alla sociologia, nozioni preziose per i rapporti
con gli altri, l’autostima oltre all’ortografia, il senso civico oltre
alle scienze, la tolleranza oltre alla grammatica e l’entusiasmo per
la conoscenza oltre alla maestria nella materia. Se fossero
disponibili a mostrarsi come consulenti, amici, moderatori esperti di
dinamiche di gruppo, specialisti in difficoltà dell’apprendimento,
oratori specializzati in motivazione, oltre che maestri esperti della
materia che insegnano. Se solo preparassero le lezioni con creatività
e dinamismo in modo da mantenere l’attenzione di un gruppo numeroso,
con metodi di insegnamento fatti “su misura” per singoli studenti
ognuno con i suoi modi diversi di imparare e difficoltà di
apprendimento. Certo! Hanno scelto la professione che presenta più
sfide ma anche quella che offre più soddisfazioni di qualunque altra.
Anche se il loro lavoro non paga granché in termini di denaro, le
gratifiche psicologiche ed emotive sono enormi. Si parla della luce
negli occhi di uno studente che ha ritrovato la motivazione per
studiare, del sorriso che compare quando un concetto impossibile è
finalmente afferrato, della risata gioiosa di un bambino rifiutato che
è accettato dal gruppo, dei sorrisi pieni di gratitudine, degli
abbracci e dei “grazie” di genitori riconoscenti, di un biglietto di
ringraziamento scritto da uno studente “perduto” che invece decide di
continuare e di farcela, della soddisfazione interiore che si prova
sapendo di aver fatto la differenza, di aver fatto qualcosa che conta
veramente, di aver lasciato un segno indelebile per il futuro, per
così tante persone, per così tanto tempo. A volte nella vita, mettere
come limite il non limite, induce ad andare avanti oltre l’apparente
confine, e scoprire, con gioia, che al di là della lotta tra il bene e
il male c’è molto di più: C’è la vita.
Giuseppe Felaco (genitore)
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Autismo: una prospettiva nuova e pratica – Psicozoo – Orientarsi nella giungla della mente…
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