La mia pittura è, in realtà, un esame di coscienza e un tentativodi comprendere i miei rapporti con l’esistenza.E’, dunque, una forma di egoismo, ma spero di riuscire grazie a lei, ad aiutare gli altri a vedere chiaro.
Quale pittore, se non lui, Edvard Munch, poteva inaugurare la nostra sezione di dialoghi tra l’arte e la Psicologia? Munch è universalmente riconosciuto come il pittore simbolo dell’angoscia esistenziale, di cui ci ha dato il suo contributo più chiaro nel famosissimo “Urlo”. Esistono parole più esplicite di quella tela per rappresentare il dolore profondo, la costernazione di fronte al baratro della vita? Francamente credo di no.
Tuttavia, sebbene il tema sia caro a noi psicologi, non è di questo che vorrei parlare, quanto di una sezione della sua arte meno conosciuta, eppure straordinariamente carica di significati. Sto parlando del suo rapporto con le donne.
Ma partiamo dal principio. Facciamoci un’idea della sua storia personale per capire meglio cosa gli passasse per la testa quando creava.
Munch nasce nel 1863 a Loten, vicino ad Oslo, a cavallo tra i due secoli in cui avviene il drammatico pasaggio dai fasti della Rivoluzione industriale che trasmette un’incondizionata fede nel progresso, alla barbarie più ostinata delle due guerre mondiali di cui è un costernato testimone. E’ figlio di un medico e di una bella giovane consumata dalla tisi, secondogenito di 5 figli. L’esperienza della morte si affaccia presto nella sua vita: a 5 anni perde la cagionevole madre che muore nel dare alla luce il suo ultimo nato e a 15 la sorella Sophie, più grande di lui di un anno, al cui capezzale trascorre lungi giorni di cordoglio. In questi anni di dolore, si prende cura di lui la zia Karen, sorella della madre, che nel dedicarsi alla famiglia Munch sacrifica completamente la sua vita. La perdita della moglie e della figlia colpisce moltissimo anche il padre che si chiude in solitudine, divorato dalla depressione fino alla morte avvenuta nel 1886. Con tali e tante premesse comincia il destino pischiatrico di Edvard.
 La fanciulla malata
Ecco la prime esperienze di Munch con la donna: vittima sacrificale, ammalata ed indissolubilmente intrecciata a filo doppio con la morte. Tra le sue prime tele a tema femminile troviamo infatti, “La fanciulla malata”, in cui una ragazza efebica ed amaciata assiste impotente allo sfiorire della sua giovinezza. Sullo stesso tema, “Morte nella stanza della malata”.
 Madonna
Frequenta l’Accademia di belle arti di Oslo, poi è la volta di Parigi e di Berlino in un incontro-scontro con gli ambienti bohemien e decadenti dell’arte dell’epoca, mentre si fa consumare dall’alcol e dalla tubercolosi. Cresce tra gli scandali la fama della sua arte dissacratoria, che da molto da parlare ad esempio con l’opera “Madonna”. Ecco un’altra donna di Munch: una vergine dall’aureola rosso sangue, nuda e contorta in una posa così sensuale da scandalizzare il più convinto dei miscredenti. L’avreste mai accostata voi la figura della Madonna con l’erotismo?
Nel 1898, tornato in patria, inizia una storia con Tulla Larsen, una donna intraprendente, libera e intelligente, con cui ci verrà a trovare in Italia perso nell’estasi d’amore. Ma anche la donna più libera vuole accasarsi: le pressanti richieste di matrimonio di Tulla lo spaventano troppo, così il tutto finisce in lite. Lei certo non gliele manda a dire e lo liquida con una bella revolverata nella mano che gli porta via un dito. 
Ecco che la donna diventa “Vampiro”, sordido carnefice che uccide l’uomo nell’amplesso, portandogli via la linfa vitale. Il sesso è un terrificante mistero per Munch, da cui il maschio esce esangue, ma non può allontanare da sè la tentazione a cui la crudeltà della donna lo sottopone. L’amore diventa quindi desiderio irresistibile di autodistruzione, agognato, ma mai realizzato nella sua pienezza e fonte di rovina.
Dopo la separazione da Tulla passa diversi mesi in sanatorio, perchè l’alcol e il lutto perenne da cui è avvolta la sua vita lo gettano in un’allucinata angoscia senza via di scampo. In più, ci si mettono anche i nazisti a perseguitarlo perchè le sue opere sono troppo irriverenti. I suoi ultimi quadri sono struggenti autoritratti che chiudono il cerchio di una vita desolante e desolata. E’ solo in un deserto di fantasmi quando muore nel 1944, anche se la sua fama ha ormai raggiunto tutto il mondo.
Fonti:
-Wikipedia, l’enciclopedia libera
- http://web.tiscalinet.it/esame2000/Storiadellarte.htm
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4 Commenti
Essere circondata da quadri di Munch, vuol dire sprofondare in un mondo fatto di paure, inquietudini, pregiudizi nei riguardi del mondo femminile! In ogni caso è un’esperienza ke ti scuote dentro, indimenticabile!
Ciao Gilda, hai proprio ragione quando dici che Munch era pieno di pregiudizi verso le donne. Il tuo commento ci aiuta a ricordare che il pregiudizio nasce spesso dalla paura di qualcosa che ci sembra troppo diverso dal nostro modo di sentire e che quindi ci disorienta. Un abbraccio.
Ciao Lucia, per quanto riguarda il pregiudizio, questo può essere superato o, siccome è qualcosa di diverso da noi, non riusciamo ad accettarlo e superarlo?
Ciao Raffaella, il pregiudizio è qualcosa di molto profondo, che spesso ha radici nascoste nella nostra storia. Qualcuno può farci paura perchè ci ricorda qualcosa che ci ha fatto male nel passato, perchè il suo modo di vivere è troppo lontano dal nostro, o perchè semplicemente ci costringe a confrontarci con i nostri limiti e con le nostre debolezze. In tutti questi casi, come puoi immaginare, il pregiudizio è molto difficile da scardinare, anche se non impossibile. Per farlo, è necessaria la buona volontà di entrambe le parti: chi ce l’ha deve mettersi un pò in discussione e chi ne è oggetto deve trovare un canale per farsi conoscere dall’altro. Grazie per la tua visita!