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	<title>Psicozoo - Orientarsi nella giungla della mente &#187; Psicopatologie</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Quando il genitore ha bisogno di cure</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti disturbi psicologici si manifestano in maniere lievi, che permettono ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Molti disturbi psicologici si manifestano in maniere lievi</span>, che permettono al soggetto che ne soffre di continuare a vivere la propria quotidianità in maniera abbastanza soddisfacente ma che minano invariabilmente la propria capacità di entrare in relazione con le altre persone.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/depressed-mother.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8351" title="depressed mother" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/depressed-mother.jpg" alt="" width="490" height="357" /></a></p>
<p>Alcuni disturbi come la depressione o la vasta categoria dei disturbi di ansia sono spesso considerati come sintomi di mancanza di volontà, e i sintomi che ne derivano sono facilmente descritti dai conoscenti e familiari di chi ne è affetto come “paranoie” o “fissazioni”. Non è infrequente che questi reagiscano con insofferenza o aggressività, a volte con indifferenza, aumentando la confusione nella persona sofferente e spingendola chiudersi ancor più in sé stessa.</p>
<p>In altri casi, è proprio chi ne soffre a non riconoscere o ammettere di avere un problema, tendendo a trovare giustificazioni in cause esterne per i propri problemi.</p>
<p>Durante l’adolescenza ogni persona compie un percorso di distacco dai propri genitori, considerati durante l’infanzia come onnipotenti e onniscienti, e riesce quindi a guardarli come maggiore obiettività. In questa fase, può succedere di riscontrare che alcuni comportamenti del proprio genitore sono sintomo di un disagio profondo che il genitore stesso non riesce o non vuole individuare. In questi casi, tutta la famiglia vive una situazione di malessere che viene affrontata più o meno direttamente.</p>
<p><strong>Se non si riesce a convincere il proprio genitore a farsi aiutare</strong> e se anche l’altro genitore, per varie ragioni, non può o non vuole prendere parte attivamente in questa situazione, può essere comunque utile affrontare un personale percorso di aiuto con un psicologo o uno psicoterapeuta.</p>
<p>Anche se in questi casi la scelta di <strong>una terapia familiare potrebbe essere la soluzione migliore</strong>, questa deve essere il frutto di una decisione di cambiamento gruppale. Iniziando una terapia individuale, il cambiamento del singolo individuo all’interno della famiglia potrebbe essere un segnale positivo e incentivante per l’inizio di un nuovo percorso insieme.</p>
<p>In ogni caso, una terapia individuale aiuterà innanzitutto a gestire il proprio malessere, a riconosce ed accettare le problematiche del proprio genitore, e a limitare l’influenza di queste nella propria quotidianità e nel proprio percorso di crescita .</p>
<h2>In un secondo tempo, <span style="color: #800080;">si potranno costruire strategie di interazione che permettano una convivenza più serena con i propri genitori e valutare ulteriormente una possibilità di coinvolgimento degli stessi in un nuovo percorso di cambiamento.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I disturbi alimentari e il loro trattamento</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello dei disturbi alimentari è un tema sempre più frequente, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Quello dei disturbi alimentari è un tema sempre più frequente, che ha un esordio sempre più precoce.</span> I principali disturbi alimentari, secondo la classificazione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, giunto alla sua quarta edizione (DSM-IV-r) sono due: <strong>l’anoressia</strong> e la <strong>bulimia</strong> nervosa.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/disturbi-alimentari-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8346" title="sb10069429a-002.jpg Food Salad" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/disturbi-alimentari-2.jpg" alt="" width="467" height="292" /></a></p>
<p><strong>I criteri diagnosti per poter fare diagnosi di Anoressia Nervosa sono i seguenti:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>A.</strong></td>
<td>Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>B.</strong></td>
<td valign="top">Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>C.</strong></td>
<td valign="top">Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>D.</strong></td>
<td valign="top">Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caratteristico dell<strong>’</strong>anoressia nervosa è il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale. La bulimia nervosa<strong> </strong>è, invece, caratterizzata da ricorrenti episodi di “abbuffate” seguiti dall’utilizzo di mezzi inappropriati per controllare il peso, come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi o diuretici, il digiuno o l’attività fisica praticata in maniera eccessiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I criteri per poter diagnosticare la Bulimia Nervosa, sempre il riferimento al DSM-IV-r sono:</strong></p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="40"><strong>A.</strong></td>
<td>Ricorrenti abbuffate. Una abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti:</p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="20">1)</td>
<td valign="top">mangiare in un definito periodo di tempo (ad es. un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="20">2)</td>
<td valign="top">sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (ad es. sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="40"><strong>B.</strong></td>
<td>Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>C.</strong></td>
<td valign="top">Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>D.</strong></td>
<td valign="top">I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Per i disturbi del comportamento alimentare, è utile distinguere tra: fattori predisponenti, fattori precipitanti, fattori che tendono a perpetuare la sindrome e fattori iatrogeni.</p>
<p><strong>Tra i fattori predisponenti rientrano:</strong></p>
<p>-         Il genere femminile, l’età (adolescenza), una storia di sovrappeso e di diete in età infantile, tratti ossessivi di personalità, aspettative esasperate, perfezionismo patologico, scarso controllo degli impulsi (per bulimia), sessualità disordinata;</p>
<p>-         Altri casi in famiglia (sorelle e/o madri);</p>
<p>-         Competitività esasperata di certi ambienti, mito della magrezza e della bellezza.</p>
<p><strong>Trai fattori precipitanti troviamo:</strong></p>
<p>-         Separazioni e perdite;</p>
<p>-         Esperienze sessuali;</p>
<p>-         Alterazioni dell’omeostasi familiare;</p>
<p>-         Cambiamenti della pubertà.</p>
<p><strong>I principali fattori di perpetuazione sono:</strong></p>
<p>-         Guadagni secondari legati alla malattia</p>
<p>-         Gli effetti del digiuno e della perdita di peso che tendono a perpetuare i sintomi per via di un feedback negativo.</p>
<p><strong>Tra i fattori iatrogeni troviamo:</strong></p>
<p>-         La prescrizione di diete in età adolescenziale;</p>
<p>-         La prescrizione di preparati ormonali che artificialmente la comparsa delle mestruazioni</p>
<p>Anoressia e bulimia prevedono <strong>interventi coordinati di specialisti diversi</strong>, in successione o contemporaneamente: psichiatri, psicoterapeuti, internisti, endocrinologi, ginecologi, dietisti, ecc…</p>
<p>Spesso è necessario il ricovero, anche a causa delle molteplici complicanze somatiche (alterazione della funzionalità renale, disturbi cardiocircolatori, gastrointestinali, neurologici, alterazioni dermatologiche ed ematologiche, danni al sistema immunitario, ecc…).</p>
<p>Una prima fase dell’intervento deve avere come obiettivo quello di interrompere il digiuno e ripristinare discrete condizioni fisiche, al fine di ottenere un peso accettabile, concordato con il paziente.</p>
<p>In riferimento ad un <strong>intervento cognitivo-comportamentale </strong>è necessario incrementare le abilità di coping e problem solving, con lo scopo di imparare a gestire i sintomi. È necessario inoltre ristrutturare gli schemi cognitivi disfunzionali, modificare progressivamente l’attitudine negativa verso il proprio corpo, migliorare le capacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, migliorare i pattern relazionali in famiglia, migliorare le competenze sociali e relazionali, tramite <em>social skill training</em>.</p>
<p>È possibile anche affiancare un intervento in <strong>gruppi di auto-aiuto.</strong></p>
<p align="center"> <strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        American Psychiatryc Association (2002) <em>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali</em>. (DSM-IV-r) Trad. it. Masson, Milano.</p>
<p>-        Cuzzolaro, M (2002) <em>Disordini alimentari in adolescenza. </em>A cura di Ammaniti, M., <em>Manuale di psicopatologia dell’adolescenza. </em>Raffaello Cortina Editore, Milano.</p>
<p>-        De Pasquale, C., Petralia, A., Rapisarda V. (2002) <em>Lezioni integrative di Clinica psichiatrica Vol. I &#8211; Neuropsichiatria dell’ età evolutiva.</em> Quaderno n. 22 di Formazione Psichiatrica, Catania.</p>
<p>-        Lombardo B. A. (2008) <em>Una breve analisi dei disturbi dell’alimentazione, anoressia e bulimia, secondo una prospettiva filogenetica: differenze fra Paesi del “Benessere Vs Malessere”. </em>Formazione psichiatrica, N. 3, pp. 127 &#8211; 133.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Disturbi del sonno e insonnia</title>
		<link>http://www.psicozoo.it/2011/12/07/8261/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Psicopatologie]]></category>
		<category><![CDATA[speciale sonno]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ risaputa l’importanza che il sonno abbia per il completo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">E’ risaputa l’importanza che il sonno abbia per il completo benessere psico-fisico dell’individuo.</span> Solo riposando bene si può affrontare adeguatamente l’intera giornata e i vari impegni quotidiani.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/insonnia-cause.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8262" title="insonnia-cause" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/insonnia-cause.jpg" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p>Purtroppo, però, sono sempre più frequenti i soggetti che soffrono di disturbi del sonno. Diverse indagini epidemiologiche dimostrano, infatti, che circa il 30% della popolazione manifesta occasionalmente qualche problema del sonno e che l’insonnia, nello specifico, è un disturbo presente nel 10-13% delle persone adulte.</p>
<p>Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali divide i disturbi del sonno in quattro sezioni principali secondo l’eziologia presunta.</p>
<h2>Nello specifico, distingue tra:</h2>
<p><strong>1) Disturbi primari del sonno:</strong> non attribuibili a nessuna condizione medica generale o a disturbi mentali o ad assunzioni di sostanze. Si presume che insorgano da anomalie della regolazione del ritmo sonno-veglia;</p>
<p><strong>2) Disturbi del sonno correlati ad altro disturbo mentale:</strong> sono secondari ad altri disturbi mentali diagnosticabili, in genere disturbi dell’umore o d’ansia, ma abbastanza gravi tanto da richiedere un’attenzione clinica indipendente;</p>
<p><strong>3) Disturbi del sonno dovuti ad una condizione medica generale:</strong> ci si riferisce ad un disturbo del sonno conseguente agli effetti di una condizione medica sul sistema sonno-veglia;</p>
<p><strong>4) Disturbo del sonno indotto da sostanze:</strong> che implica disturbi del sonno causati dall’uso o dalla recente interruzione di sostanze, inclusi farmaci.</p>
<p><strong>L’insonnia rientra all’interno dei disturbi primari del sonno.</strong> Tale disturbo è caratterizzato da un vissuto di difficoltà ad iniziare o mantener il sonno, o di un sonno “non ristoratore” che dura per almeno un mese e causa uno stress clinicamente significativo o menomazione nell’area sociale, lavorativa o in altre importanti aree del funzionamento.</p>
<p>Quello dell’insonnia è un disturbo troppo spesso sottovalutato, sia dai pazienti che dai medici. I primi, infatti, tendono a procrastinare la ricerca di un aiuto specialistico, in quanto convinti del fatto che la situazioni si possa risolvere da sé. Il medico, dal canto suo, non sempre dedica il tempo necessario ad effettuare una corretta valutazione e diagnosi differenziale. Per tale ritardo nell’intervento, spesso l’insonnia tende a cronicizzarsi.</p>
<p>Secondo il <strong>modello delle 3 P</strong>, è possibile considerare l’insonnia come il prodotto dell’azione nel tempo di tre fattori. Il primo fa riferimento ai fattori predisponenti, cioè una predisposizione innata a sviluppare livelli elevati di attivazione emotiva e/o cognitiva. All’interno dei fattori predisponenti si aggiungono anche l’età avanzata, il genere femminile e la presenza di familiarità per l’insonnia. Sono inoltre da considerare i fattori precipitanti, come, ad esempio, un lutto, un evento stressante acuto e/o preoccupazioni che concernano il lavoro o la salute. Se la situazione viene affrontata tempestivamente, è possibile allora che la si risolvi. Altrimenti il disturbo rischia di cronicizzarsi, anche a causa dei cosiddetti fattori perpetuanti che determinano, a lungo andare, comportamenti disfunzionali difficili da trattare.</p>
<p>In riferimento ai sintomi dell’insonnia, i pazienti lamentano principalmente: un senso di irrequietezza durante l’addormentamento, sonno agitato e interrotto anche da minime fonti di rumore e disturbi ambientali e sensazione di aver riposato male.</p>
<p>È evidente come tale disturbo del sonno abbia importanti ricadute sulla vita diurna delle persone che ne soffrono. I pazienti riportano, infatti, un generico senso di stanchezza, che diventa particolarmente difficile da gestire in determinati momenti della giornata, e altri disturbi quali cefalea e irritabilità. Tali sintomi si ripercuotono anche sulla performance lavorativa, sulla qualità e sulla gestione del tempo libero, fino a compromettere i livelli di autostima del soggetto. Le ripercussioni si hanno anche a livello sociale, basti pensare, ad esempio, all’aumentato rischio di incidenti sul lavoro e al problema della sicurezza stradale.</p>
<p>Il momento della valutazione dei disturbi del sonno è estremamente importante: solo attraverso corrette valutazioni è infatti possibile predisporre adeguati interventi.</p>
<p><strong>Per i disturbi del sonno, si procede ad una duplice valutazione, clinica e strumentale.</strong></p>
<p>La prima comprende un’approfondita anamnesi familiare, lavorativa, patologica remota e recente del paziente. Si andranno, quindi, a ricercare informazioni su eventuali precedenti morbosi, su eventuali traumi e sui motivi che hanno portato il paziente a chiedere aiuto in quel particolare momento. Al fine di ottenere informazioni più dettagliate, il clinico può adoperare questionari specifici e lo strumento del “diario del sonno”. In tale diario, il paziente avrà il compito, al mattino appena sveglio, di annotare le più svariate informazioni riguardo il sonno appena concluso, includendo quindi le ore di sonno, il tempo di addormentamento, il numero di risvegli, ecc…</p>
<p>Per quanto concerne la diagnosi strumentale, inoltre, le principali tecniche adoperate sono due: <strong>la polisonnografia e l’attigrafia</strong>. La prima viene effettuata mediante il monitoraggio di tre parametri fisiologici, quali: l’elettroencefalogramma, l’elettrooculogramma e l’elettromiogramma.</p>
<p>L’attigrafia, invece, attraverso la registrazione dell’attività motoria, è in grado di misurare la quantità e la qualità del sonno del paziente.</p>
<p>Dopo aver accertato la presenza dell’insonnia o di qualche altro disturbo del sonno, è necessario che il trattamento sia mirato e specifico, vista la complessità del disturbo e la mancanza, di conseguenza, di una soluzione terapeutica univoca.</p>
<p>In riferimento al trattamento dell’insonnia, esiste ancora una diatriba tra coloro che si dichiarano favorevoli all’uso dei farmaci e coloro i quali, invece, ne sono contrari. Tale disputa si fa risalire agli anni Sessanta, con la scoperta delle benzodiazepine. Tale classe di farmaci, infatti, aveva creato l’illusione di poter risolvere l’insonnia senza effetti collaterali. Tuttavia sono subito emersi i limiti delle benzodiazepine, sia per quanto riguarda l’efficacia nel tempo e sia per i fenomeni di assuefazione che l’uso prolungato causa.</p>
<p>In generale, oggi, c’è una certa concordanza nel ritenere che l’uso più appropriato del trattamento farmacologico dovrebbe essere limitato a brevi periodi di tempo e riservato alle insonnie acute.</p>
<p>A tale intervento farmacologico deve essere affiancato un trattamento psicoterapico di tipo cognitivo-comportamentale. Tale approccio terapeutico attribuisce un ruolo predominante ai fattori cognitivi ed emotivi quali responsabili dell’instaurarsi e cronicizzarsi dell’insonnia. Il terapeuta, quindi, lavora sugli aspetti emotivi e i comportamenti dei pazienti che possono disturbare il sonno e creare circoli viziosi che alimentano l’insonnia e incrementano la sensazione di impotenza rispetto al problema.</p>
<p>Altre tecniche di intervento da utilizzare nei casi di insonnia sono:</p>
<p>- rilassamento, il cui obiettivo è quello di facilitare l’inizio del sonno. Tra queste tecniche rientrano i training autogeni e il rilassamento progressivo;</p>
<p>- controllo degli stimoli, che ha lo scopo di correggere cattive abitudini o condizionamenti ambientali negativi;</p>
<p>- restrizione del sonno, che, aumentando le ore di veglia, tende a ripristinare la fisiologica propensione del sonno;</p>
<p>- fototerapia, attraverso la somministrazione di luce ad alta intensità, a determinati orari, consente di regolarizzare l’orologio biologico.</p>
<h2>In generale, quindi, emerge come quello dell’insonnia sia un fenomeno complesso, che necessita di attenzioni ed interventi mirati. <span style="color: #800080;">Già ai primi sintomi è necessario, allora, rivolgersi ad uno specialista, così da non inficiare la propria qualità della vita.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>- American Psychiatryc Association (2002) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. (DSM-IV-r) Trad. it. Masson, Milano.</p>
<p>Natale, V., Occhionero, M. (2009) Insonnia: se la riconosci la curi. Psicologia Contemporanea, Vol. 216, pag. 12- 17.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’ipocondria</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 07:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La paura di essere gravemente malato, la costante preoccupazione di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">La paura di essere gravemente malato, la costante preoccupazione di avere una malattia grave, avere la percezione (errata) di sentire tutti i sintomi di determinate malattie, <span style="color: #000000;">sono le caratteristiche dell’ipocondria.</span></span></h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/ipocondria.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8252" title="Medizinerin sitzt hinter vielen bunten Pillen" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/ipocondria.jpg" alt="" width="440" height="293" /></a></p>
<p>La percezione di avere una malattia è dovuta a preoccupazioni nei confronti di funzioni corporee e alterazioni fisiche. Spesso si attribuiscono sintomi di malattie che in realtà non si provano, ma sono alterate dalla convinzione di essere malati.</p>
<p><strong>Andare da un medico, fare molte analisi, non serve a nulla</strong>, poiché chi soffre di ipocondria è sicuro di essere malato e non è convinto delle rassicurazioni del medico e delle analisi. Tende a cambiare spesso medico, perché è convinto che sia lui a sbagliarsi e ripete le analisi più volte. In alcuni casi diventa anche pericoloso poiché molte analisi, se ripetute, possono danneggiare il proprio corpo.</p>
<p>Le preoccupazioni possono essere anche diverse e comprendere più malattie, può esserci preoccupazione sia per una malattia che per più malattie, sia per un solo organo specifico che per più organi del corpo. (ad esempio problemi al cuore, o al fegato…). Una persona affetta di ipocondria può “ammalarsi” se sente parlare di una malattia o se sente che qualche caro è affetto da questa.</p>
<p>Parlano sempre della loro presunta malattia, essendo convinti di averla. Le relazioni sociali rischiano di essere compromesse, il soggetto, convinto di essere malato, vuole essere trattato da malato dai suoi cari, pur stando in salute. E non sempre i familiari sono disposti ad assecondarli, si rischiano quindi difficoltà nelle relazioni. Spesso queste difficoltà possono nascere anche a lavoro.</p>
<h2>Un trattamento per l’ipocondria è un percorso psicoterapeutico, o psichiatrico, ma l’ipocondriaco tende a non voler andare da uno psichiatra o psicologo. <span style="color: #800080;">Se lui non è convinto il percorso risulterà molto difficile.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Tocco e l&#8217;ascolto</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 07:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Casi clinici]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mese scorso, consigliata da uno psicoanalista è venuta nel ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Il mese scorso, consigliata da uno psicoanalista è venuta nel mio studio la signora R.</span> Disse di essere molto sensibile e che difficilmente sopportava di essere toccata, ma sentiva il bisogno di ricevere qualche trattamento sul corpo, sentiva di perdere il contatto con se stessa. Potevo fare qualcosa ?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mani_20661.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-8233" title="mani_20661" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mani_20661.gif" alt="" width="491" height="328" /></a></p>
<p>Iniziai chiedendole di raccontarmi la sua storia. Lei con profondo imbarazzo rispose<em> &#8220;Venni molestata da piccola e la cosa continuò per molti anni&#8221;</em>. Da allora, non riesco a sopportare nessun tipo di contatto fisico. Le chiesi se c&#8217;era qualche altro episodio di rilievo. Si ritrasse leggermente stringendo le spalle e ripiegandosi sull&#8217;addome. Notando questo suo atteggiamento di chiusura le dissi: <em>&#8220;Se non vuole parlarne ora, va bene lo stesso&#8221;</em>.</p>
<p>Dopo anni di esperienza, nella mia pratica, sono assolutamente certo che <strong>la sicurezza e il supporto sono strumenti essenziali</strong> per qualsiasi cambiamento costruttivo. Con mia sorpresa, improvvisamente notai che il suo respiro da affannoso la quale era in precedenza, ritornò pieno e rilassato e il suo corpo si abbandonò al ritmo calmo del suo respiro. Aspettai pazientemente che facesse il secondo passo. Infine disse: <em>&#8220;Le molestie erano rituali e sessuali, un baratro senza via d’uscita&#8221;</em>. Un brivido attraversò il mio corpo; dovetti respirare profondamente più volte per liberarmi dal peso. Continuò raccontandomi molti altri dettagli della sua storia e poi lentamente iniziò a liberarsi.<em> &#8220;Circa sei anni fa ho avuto un cancro al seno e ho subito una mastectomia&#8221;</em>. Quali sofferenze e quanta vergogna deve aver sopportato. Entrambi restammo seduti in silenzio per qualche istante. Infine, quando mi sembrò il caso le chiesi :<em> &#8220;Ora che tutta la storia è stata rievocata, cosa ne pensa di lavorare con il suo corpo?&#8221; &#8220;Ho paura&#8221;</em> rispose. <em>&#8220;Mi sembra logico&#8221; replicai c&#8217;è qualcosa che posso fare per metterla più a suo agio?&#8221;</em> Mi sorprese quanto quelle mie poche rassicurazioni bastarono per farla rilassare. Lei disse: &#8220;<em>Non sono abituata ai dottori che si informano su quello che sento prima di fare qualcosa su di me&#8221;</em>. Dissi semplicemente: <em>&#8220;È una seduta dedicata a lei e al ripristino energetico del suo corpo e penso che io debba sapere da lei, almeno, cosa le da eccessivo disagio . Questo sembrò rassicurarla definitivamente . &#8220;Bene&#8221;</em>, disse alla fine. <em>&#8220;Mi sento già meglio. Quando cominciamo?&#8221; &#8220;Abbiamo già cominciato&#8221;</em>, risposi. <em>Proviamo alcuni tocchi ?&#8221; &#8220;La cosa mi rende curiosa, anche se ho un po’ paura&#8221;.</em></p>
<p><strong> Si distese sul futon.</strong> Chiesi: <em>&#8220;Qual è secondo te la zona migliore per iniziare?&#8221;</em> Di nuovo uno sguardo meravigliato e una pausa. <em>&#8220;I piedi&#8221;. &#8221; Mi dica come si sente quando prendo contatto con i piedi&#8221;</em>. Quando mi avvicinai per toccare i piedi sentii che si ritraeva così rimasi a circa cinque millimetri di distanza e chiesi: <em>&#8220;Che ne dice se mi tocca lei con i piedi?&#8221;</em> Per alcuni secondi si bloccò, poi lentamente inizio ad allungare i piedi e prese contatto con le mie mani. Un leggero sospiro le uscì dalla gola. <em>&#8220;Va tutto bene?&#8221;</em> Cominciò a piangere sommessamente e poco a poco dopo disse: <em>&#8220;È piacevole&#8221;</em>. La sessione andò avanti in quel modo, lei aveva creato il contatto e a volte cercava di capire con quale parte del corpo preferiva stabilire il contatto. Il mio atteggiamento era di curiosità e profondo ascolto, feci creare a lei il suo primo trattamento energetico .</p>
<h2>È interessante il fatto che abbia provato un grande senso di liberazione e di gioia con tutti e sei i tipi di tocco. <span style="color: #800080;">In certi momenti spingeva molto forte o mi chiedeva di premere più forte in altri momenti ci sfioravamo appena.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Autismo: le prime avvisaglie</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 13:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neuropsicologia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;autismo è un disturbo dello sviluppo caratterizzato da una forte ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 align="JUSTIFY"><span style="color: #800080;">L&#8217;autismo è un disturbo dello sviluppo caratterizzato da una forte componente genetica.</span> Gli scienziati hanno già individuato una ventina di geni coinvolti, anche se sulle cause precise di questo disturbo, al momento si possono soltanto formulare delle ipotesi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/autism1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8170" title="autism1" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/autism1.jpg" alt="" width="413" height="310" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Tra le più accreditate, quella proposta dalle <strong>neuroscienze </strong>che spiega l&#8217;autismo come un difetto del meccanismo dei “<strong>neuroni specchio</strong>”: dal momento che uno dei sintomi “base” è la mancanza di empatia, cioè la difficoltà a cogliere le emozioni degli altri, si teorizza che sia il sistema di questi speciali neuroni ad essere in tilt nei piccoli autistici che <strong>non riescono ad instaurare una normale reazione con il mondo esterno</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Una diagnosi precisa può essere fatta solo intorno ai 2 anni, perché si basa su parametri come l&#8217;interazione sociale, l&#8217;imitazione, la comunicazione verbale e il gioco. Ma i campanelli d&#8217;allarme si manifestano già nei primi mesi di vita, e riconoscerli è di estrema importanza, perché prima si interviene, migliori sono le possibilità di recupero.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;"><strong>COMUNICAZIONE</strong></span>:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">BALBETTIO IN RITARDO.</span> In genere verso i 6 mesi un neonato produce una vasta gamma di suoni e catene di sillabe. Nei bimbi autistici questa fase manca, o si presenta in ritardo.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON INDICA CON IL DITO</span>, entro il primo anni di vita.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON SI VOLTA AL SUO NOME</span>.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;"><strong>INTERAZIONE SOCIALE ED AFFETTIVITA&#8217;:</strong></span></p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON MANTIENE IL CONTATTO VISIVO</span>: il bambino autistico, manifesta una sorta di indifferenza verso l&#8217;altro, ha uno sguardo assente, e quando piange è difficilmente consolabile.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON RISPONDE AL SORRISO</span>, dopo il terzo mese di vita.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON TI ABBRACCIA</span>: come se fosse una bambola di pezza, ha un atteggiamento statico.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;"><strong>COMPORTAMENTO:</strong></span></p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">IGNORA I SUOI OCCHI</span>, disinteressandosi dei giocattoli che gli vengono proposti o manifestando un attaccamento insolito per un determinato oggetto.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">FA SEMPRE LA STESSA COSA</span>, agendo in modo stereotipato.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">NON MANTIENE L&#8217;ATTENZIONE</span>.</p>
</li>
</ol>
<h2 align="JUSTIFY"><span style="color: #800080;"><span style="color: #000000;">Se i genitori notano qualcosa che non va, la cosa migliore da fare è parlarne con il proprio pediatra,</span> ed eventualmente richiedere una visita specialistica di neuropsichiatria.</span></h2>
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		<title>Scommettiamo che divento felice?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In questi ultimi anni il mio interesse si è focalizzato sulla patologia dalle dipendenze senza sostanza,</span> in particolare il gioco d’azzardo, dove troviamo anche: dipendenze affettive, da sesso, da internet, da acquisti compulsivi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8154" title="dipendenza gioco" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg" alt="" width="489" height="371" /></a></p>
<p>Si tratta di una patologia in preoccupante espansione che a mio modesto avviso non viene sufficientemente attenzionata, probabilmente perché socialmente condivisa da sempre più persone e nel caso del gioco d’azzardo, “benedetta dallo Stato”. Le caratteristiche indicative della dipendenza ( tolleranza, astinenza, controllo), insorgono tramite l’attivazione dell’escalation: ”passatempo vizio patologia”. La dipendenza da gioco d’azzardo è subdola e insidiosa, perchè difficilmente individuabile, ad alta recidività e difficilmente trattabile con gli odierni mezzi terapeutici.</p>
<p><strong>A proposito di gioco d’azzardo&#8230;</strong></p>
<h2>SCOMMETTIAMO CHE DIVENTO FELICE ?</h2>
<p>Vorrei iniziare con una disamina di carattere semantico in riferimento al termine dipendenza, che proviene etimologicamente dal latino: dipendere “pendere in giù”, quindi parlare di dipendenza come di un fatto negativo evoca necessariamente il contrario; indipendenza che è sinonimo di libertà; l’assioma principale che dovrebbe guidare l’agire umano cosi da condurre alla felicità.</p>
<p><strong>Breve riflessione &#8230;</strong></p>
<p>Ma essere felici che cos’è, desiderio o piacere? E’ desiderio, lo postula la filosofia e la letteratura (non amo che le rose che non colsi), lo conferma la scienza.</p>
<p>In neurofisiologia si afferma che il piacere viene attivato dal rilascio di ormoni; le endorfine, come la morfina e l’oppio; “calmanti”, mentre il desiderio e generato da un altro ormone; la dopamina, l’ormone della”ricompensa”, che è un eccitante = “energia” .</p>
<p>L’energia è vita , è stimolo continuo, mai effimero o fine a se stesso come il piacere. E’ necessario rimanere nel desiderio, cavalcarlo, pena il vederlo trasformare in bisogno = “dipendenza”.</p>
<p>Ma quali sono le cause che fanno si che l’uomo assuma comportamenti dannosi per la propria salute e si renda schiavo dalle dipendenze?</p>
<p><strong> Per dirla con Dostoevskij:</strong></p>
<p><em>“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…” “ma allora è tutta colpa della stupidità?”</em></p>
<p>Forse è meglio consultare la <strong>TEORIA DI EYSENCK</strong>. Eysenck scoprì due dimensioni di base della personalità, che indicò come introversione-estroversione e nevroticismo (stabile-instabile). L’estroversione ha una base fisiologica. L’individuo estroverso sarebbe corticalmente sotto-attivato è quindi avrà una fisiologica tendenza per la ricerca di stimoli eccitanti e pericolosi, l’impulsività è una componente principale della personalità dell’estroverso, vi è insomma una predisposizione a mettersi nei guai.</p>
<p><strong>E avvalersi del contributo di FREUD con Eros e Thanatos</strong></p>
<p>Nell’antichità Eros &amp; Thanatos, originariamente fratelli e figli della Notte e di Erebo erano legati al mito dell’amore e della morte, entrambi erano mediatori tra il caos e la perfezione, tra l’irrazionale e il razionale. Eros e Thanatos sono complementari, non possono esistere l’uno senza l’altro. Non si può prescindere da fisiologici stadi di dolore, in quanto il dolore è il rovescio della medaglia del piacere.</p>
<p>Ma quale che sia la interpretazione eziologica il problema è che l’individuo è costantemente assorbito dal pensiero del gioco, il quale diventa una strategia fallimentare di evitamento dai problemi, vi è un continuo affidarsi alla sorte, per raggiungere la “felicità”, per mezzo di somme di denaro sempre più consistenti, (comportamento favorito dalla sindrome della tolleranza e dell’astinenza), fino a portarsi al tracollo economico, dopodiché non esiterà a procurarsi il denaro anche con mezzi illegali compromettendo gravemente la sua vita familiare e sociale, in danno della propria autostima e dignità , allora è facile rimanere soli e vedere affacciare l’ombra della depressione, nei casi piu gravi accompagnata dall’estremo tentativo di rimettere tutto a posto attraverso il suicidio, spesso attuato anche per mezzo dell’ “accoppiata vincente” fumo e alcol.</p>
<h2><span style="color: #800080;">E pensare che è solo un gioco…</span></h2>
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		<title>Lo stress degli operatori sociali: il burnout</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout può essere definito come una sindrome di <span style="color: #800080;"><strong>esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale</strong></span>, che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente.</h2>
<h2><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8130" title="medico-donna-482.jpg_370468210" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg" alt="" width="482" height="300" /></a></h2>
<h2>I principali destinatari, infatti, sono gli operatori delle cosiddette “helping profession”, cioè quelle professioni caratterizzate da:</h2>
<p>-          Uno stretto contatto tra operatore ed utente:</p>
<p>-          Situazioni in cui è richiesta la presenza costante dell’operatore;</p>
<p>-          Contesti che presuppongono un forte coinvolgimento emotivo alle problematiche dell’utente.</p>
<p>Rientrano in questa categoria, quindi, sia il personale sanitario e gli operatori sociali, che gli insegnanti.</p>
<p>È importante sottolineare come il burnout non sia un fenomeno legato solo al disagio individuale, ma è, invece, un malessere organizzativo generalizzato. Ciò è una delle <strong>differenze tra stress e burnout</strong> in quanto, il primo, riguarda prettamente la sfera individuale. Altre differenze riguardano, inoltre, il fatto che: lo stress è più caratterizzato da dimensioni fisiche, mentre il burnout da quelle emotive; lo stress ha una natura momentanea, mentre il burnout cronica; infine, nello stress il deterioramento della dimensione personale è una conseguenza, mentre nel burnout ne è una caratteristica intrinseca.</p>
<p>Maslach identifica tre <strong>fasi di sviluppo</strong> del burnout:</p>
<p>1)      In una prima fase, l’operatore si trova a dover affrontare una situazione di sovraccarico, che lo conduce ad un esaurimento emotivo, ciò avviene in quanto l’operatore percepisce un eccessivo divario tra le richieste che sente provenire dal mondo del lavoro e le sue risorse disponibili;</p>
<p>2)      L’operatore reagisce con atteggiamenti eccessivamente distaccati e burocratici: è la fase delle depersonalizzazione;</p>
<p>3)      Durante l’ultima fase, invece, si ha una ridotta realizzazione personale, con il conseguente abbassamento del livello di autostima.</p>
<p>I <strong>sintomi</strong> del burnout comprendono l’area:</p>
<p>-          Psichica: si fa riferimento a sintomi tipici degli stati ansioso-depressivo (riluttanza nel recarsi al lavoro, apatia, demoralizzazione, difficoltà di concentrazione, insonnia, instabilità, paure immotivate ed eccessive, ecc…), a sentimenti di distacco emotivo e perdita della capacità empatica, rifiuto ed ostilità verso gli utenti ed i colleghi, svalutazione professionale;</p>
<p>-          Comportamentale: assenteismo, disinvestimento dalla realtà lavorativa (es. presenziare passivamente alle riunioni senza intervenire), reazioni emotive violente ed impulsive sia verso gli utenti che verso i colleghi, tabagismo ed assunzione di sostanze psicoattive;</p>
<p>-          Fisica: senso di esaurimento e fatica, mal di testa e disturbi gastrointestinali, insonnia, vulnerabilità alle malattie e cambiamenti delle abitudini alimentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le <strong>cause</strong> del burnout riguardano sia fattori situazionali che personali.</p>
<p>Nella prima categoria rientrano, ad esempio, una comunicazione interna insufficiente, cause estrinseche relative al lavoro (scarsa retribuzione, straordinari poco retribuiti) ed all’utenza (utenti cronici, sovraccarico di lavoro e richieste troppo difficili) e fattori extraorganizzativi (nuovi stili di vita, venir meno dei sistemi di sostegno primari).</p>
<p>Per quanto concerne i fattori personali, invece, si fa riferimento sia a tratti di personalità (ansia nevrotica, locus of control esterno, introversione, ruolo delle esperienze personali) che ad aspettative professionali.</p>
<p>Il principale <strong>strumento</strong> di indagine per la rilevazione del burnout è il MBI &#8211; Maslach Burnout Inventory. Questo è un questionario, formato da 22 item, su scala Likert a 6 punti.</p>
<p><strong>L’intervento</strong> del burnout si articola su più livelli:</p>
<p>1)      Programmi di sviluppo professionale: gli operatori possono essere incoraggiati a ridurre il livello di stress lavorativo pianificando adeguatamente il lavoro, fornendo fonti alternative di gratificazione, utilizzando strategie quali il corretto utilizzo del tempo, ecc…;</p>
<p>2)      Cambiamento delle mansioni e delle strutture d ruolo: rendere i ruoli e le strutture flessibili, limitare il numero di utenti e distribuire i compiti più difficili e meno gratificanti tra tutti i membri dello staff;</p>
<p>3)      Miglioramento della gestione;</p>
<p>4)      Problem solving;</p>
<p>5)      Chiarezza degli obiettivi e dei modelli di management: rendere chiari e compatibili gli obiettivi, investire sulla formazione, sviluppare un adeguato modello gestionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        Licciardello, O., Costantino A. &#8211; a cura di &#8211; (2007) <em>Quale formazione continua? Climi relazionali e qualità della professionalità delle organizzazioni di servizio. </em>Bonanno Editore, Acireale &#8211; Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando l&#8217;emozione non ha voce</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 14:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
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		<description><![CDATA[Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati dai sistemi subcorticali e limbici, funzionali alla sopravvivenza della specie e basati su segnali non verbali, quali la mimica facciale, la gestualità, la postura corporea e il tono di voce.</span></h2>
<h2>Sono, in sostanza, la componente biologica dell&#8217;affetto.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8108" title="mask" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg" alt="" width="474" height="316" /></a></p>
<p>I <strong>SENTIMENTI</strong> (feelings) sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi, perchè implicano l&#8217;elaborazione cognitiva e il vissuto soggettivo mediato dalle funzioni neocorticali. tale componente psicologica dell&#8217;affetto consente di valutare la risposta emotiva a stimoli esterni ed interpersonali e di comunicare intenzionalmente le emozioni mediante la funzione linguistica verbale ed extraverbale di simbolizzazione. Essi, pertanto, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalle esperienze infantili, dalle rappresentazioni di sè e degli altri, da ricordi, fantasie e sogni.</p>
<p><strong>L&#8217;ALESSITIMIA</strong> (lett. senza parole per le emozioni) non indica individui senza emozioni, ma soggetti con un deficit della componente psicologica dell&#8217;affetto (feelings). Quindi persone che hanno emozioni espresse dalle componenti biologiche degli affetti, ma con scarsa o nessuna possibilità di ricorrere agli strumenti psicologici (immagini, pensieri, fantasie) per rappresentarle.</p>
<p>Il costrutto di ALESSITIMIA, comprende le seguenti caratteristiche:</p>
<p>1) Difficoltà ad identificare i sentimenti,</p>
<p>2) Difficoltà a descrivere i sentimenti,</p>
<p>3) Limitata capacità immaginativa,</p>
<p>4) Stile di pensiero orientato verso la realtà esterna.</p>
<p>Sebbene la difficoltà di monitorare sentimenti ed emozioni degli altri non sia compresa nella definizione del costrutto, vi sono resoconti clinici ed evidenze empiriche che indicano che individui con elevati livelli di alessitimia hanno marcate difficoltà nell&#8217;identificare emozioni dall&#8217;espressione facciale degli altri.</p>
<p>Altre evidenze empiriche mostrano che l&#8217;alessitimia è associata alla difficoltà di discriminare fra diversi stati emozionali, e alla limitata capacità di pensare sulle emozioni ed usarle per affrontare situazioni stressanti.</p>
<h2><span style="color: #800080;">La limitata capacità di rappresentare e regolare cognitivamente le emozioni rende probabilmente gli individui alessitimici maggiormente vulnerabili verso una varietà di disturbi medici e psichiatrici.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Effetto placebo: il ruolo delle aspettative nella terapia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:21:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Caravella</dc:creator>
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Era il 1811 quando, all&#8217;interno dell’Hoopers Medical Dictionary, il placebo veniva descritto come ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<h3><span style="color: #800080;">Era il 1811 quando, all&#8217;interno dell’Hoopers Medical Dictionary, il placebo veniva descritto come una forma di &#8220;medicamento dato più per compiacere il paziente che per fornirgli beneficio&#8221;. Da allora, numerosi studi hanno dimostrato l&#8217;esistenza di un “effetto placebo” nella terapia,  che può a volte produrre modificazioni sorprendenti in condizioni patologiche di varia natura, e in particolar modo in quelle caratterizzate da una presenza di sintomi soggettivi accentuati e  dall&#8217;intensa partecipazione psicologica del paziente, come nel caso delle malattie psicosomatiche. <span style="color: #000000;">Ma in che modo le aspettative nutrite nei confonti di un determinato farmaco o trattamento possono influenare l&#8217;esito clinico della terapia? E soprattutto: si tratta di un processo basato solo sulla suggestione o ci sono altri fattori implicati?</span></span></h3>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/farmaco.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8037" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/farmaco.jpg" alt="" width="246" height="224" /></a></p>
<p dir="ltr">Derivante dal latino (dal futuro del verbo placere=piacerò), l&#8217;<strong>effetto placebo</strong> indica comunemente l&#8217;influenza positiva esercitata dalle nostre aspettative nei confronti di uno specifico <strong>farmaco</strong>, o di un trattamento privo di per sè di alcuna efficacia terapeutica. Il placebo, nella maggior parte dei casi, è infatti costituito da una <em>sostanza inerte in quanto priva di principi attivi</em>, i cui effetti di miglioramento possono essere ascritti esclusivamente ai pensieri positivi e alle credenze ottimistiche formulate da un individuo riguardo ai potenziali benefici ad esso associati.</p>
<p dir="ltr">Per <strong>effetto nocebo</strong>, derivante anch&#8217;esso dal latino (dal futuro del verbo nocere=nuocerò), si suole invece far riferimento alle reazioni negative di natura biologica risultanti da un determinato farmaco o trattamento, imputabili alle aspettative negative e al pessimismo ad esso associati. In tal caso, può accadere che soggetti a cui sia stato somministrato il placebo, non solo non riportino miglioramenti, ma presentino anche degli evidenti effetti collatarali chiaramente non attribuibuli  all&#8217;attività del farmaco (inerte).</p>
<p dir="ltr">Nel 2002 il dott. Arthur J. Barsky direttore del centro di ricerche psicosomatiche a Boston aveva dimostrato attraverso alcuni esperimenti come alcuni pazienti che nutrivano delle aspettative negative riferite alla possibile insorgenza di effetti collaterali, avevano maggiori probabilità di presentare effettivamente questi <strong>sintomi</strong>, in base addirittura al solo nome o colore del farmaco.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;effetto placebo viene usato molto spesso nella ricerca medica per verificare l&#8217;e<em>fficacia</em> di nuovi farmaci.  In tal caso un farmaco potrà essere definito efficace solo se sarà in grado di produrre risultati significativamente differenti dal placebo a tre o sei mesi di distanza dal <strong>trattamento</strong>.</p>
<p dir="ltr">Nei casi di <em>malattie psicosomatiche</em> come emicrania, insonnia o comunque stati psicofisici accompagnati dalla sensazione di dolore, esperimenti condotti secondo la procedura cieco semplice (<em>single-blind control procedure)</em> hanno dimostrato che l&#8217;effetto placebo è in grado di produrre un miglioramento medio del 35-40% con punte che possono arrivare fino all&#8217;80%, nei primi tre mesi del trattamento. In questo tipo di esperimento la procedura consiste nel prendere in considerazione due campioni omogenei di soggetti, che formeranno il gruppo sperimentale (a cui viene somministrato il farmaco attivo oggetto di studio), e il gruppo di controllo (a cui viene somministrato una sostanza inerte, il placebo). Ovviamente nessun individuo appartenente a due gruppi dovrà sapere a quale condizione sperimentale è stato assegnato.</p>
<p dir="ltr">Per testare l&#8217;effettiva efficacia di un farmaco, invece, si suole mettere in atto la procedura doppia cieco <em>(double blind control procedure),</em> nell&#8217;ambito della quale nè i pazienti, ne i medici sono a conoscenza di chi sta assumendo il farmaco attivo o il placebo. In tal caso solo in presenza di  una differenza statisticamente significativa tra le due tipologie di &#8220;trattamento&#8221; a favore del gruppo di soggetti che è stato trattato con il farmaco attivo si potrà concludere che quest&#8217;ultimo ha una efficacia terapeutica.</p>
<p dir="ltr">È bene ricordare che l&#8217;effetto placebo inizia già prima della somministrazione del farmaco inerte, ovvero nel momento il medico frende cosciente il paziente riguardo ai possibili benefici psicologici dell&#8217;assistenza e lo dispone emotivamente ad attendere i vantaggi della cura che sta per ricevere.</p>
<p dir="ltr">Ma in che modo l&#8217;effetto placebo riesce a produrrre questi <strong>miglioramenti?</strong> Quanto contando le nostre aspettative e quali sono i fattori e i meccanismi che entrano in gioco all&#8217;interno di questo processo?</p>
<p dir="ltr">Per rispondere a questa domanda è bene chiarire che l&#8217;effetto placebo non costituisce un fenomeno astratto ed esclusivamente psicologico limitato soltanto ad un processo di <strong>suggestione</strong>, in quanto tale effetto è accompagnato da specifiche reazioni a livello biochimico.</p>
<p dir="ltr">Recenti studi (Scott et al., 2008), infatti, hanno dimostrato che le credenze e le aspettative positive che generiamo nei confronti del placebo agiscono direttametne sui nostri <strong>neurotrasmettitori</strong>, attivando quelli associati alle sensazioni di piacere e di felicità (serotonina, dopamina), e dimunendo al contempo l&#8217;azione di quelli associati all&#8217;ansia, alla paura e allo stress (come l&#8217;adrenalina). Inoltre in caso di aspettative ottimistiche è stato riscontrato un aumento degli <strong>oppiacei endogeni</strong> cioè sostanze chimiche di natura organica prodotte dal cervello, dotate di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina, che mediano sensibilmente la percezione di dolore. Tali modificazioni sono state ampiamente dimostrate nel corso di numerosi studi effettuati negli anni che hanno evidenziato attraverso la tecnica della risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI) l&#8217;attivazione di specifiche aree cerebrali (Kong et al. 2007).</p>
<p dir="ltr">Un recente <strong>studio¹</strong> coordinato dalla neuroscienziata cognitiva Irene Tracey, dell&#8217;Università di Oxford,  e pubblicato sulla rivista <em>Science Translational Medicine</em>, ha fornito un&#8217;ulteriore conferma sull&#8217;influenza esercitata dalle nostre aspettative sull&#8217;efficacia dei farmaci e sulla percezione del dolore (che in questo caso derivava da alcune bruciature sui polpacci e sui piedi dei partecipanti).</p>
<p dir="ltr">L&#8217;<strong>esperimento</strong>, condotto su 22 soggetti e basato sulla somministrazione di un farmaco dalla rapida azione analgesica (remifentanil), prevedeva tre condizioni sperimentali:</p>
<ol>
<li>nessuna aspettativa sull&#8217;effetto analgesico</li>
<li>aspettativa positiva in merito all&#8217;effetto analgesioco del farmaco;</li>
<li>aspettativa negativa riguardo all&#8217;effetto analgesico del farmaco.</li>
</ol>
<p dir="ltr">Dall&#8217;esperimento è emerso che i soggetti tendevano a percepire una sensazione di dolore meno intensa quando ritenevano di star ricevendo il farmaco (condizione sperimentale n°2) piuttosto che quando credevano di non essere sottoposti a nessun trattamento (condizione sperimentale n°1) , anche se la somministrazione del farmaco non era stata interrotta. Quando immaginavano, invece, che il dolore sarebbe aumentanto in funzione dell&#8217;interruzione del trattamento (condizione sperimentale n°3), questa aspettativa negativa eliminava di fatto qualsiasi effetto benefico derivante dall&#8217;analgesico, generando una sensazione di dolore paragonabile a quella esperita nella  fase iniziale dell&#8217;esperimento dove non era stato somministrato alcun medicinale. Inoltre, attraverso una <strong>risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI)</strong>, i ricercatori hanno evidenziato che in presenza di aspettative negative riguardanti l&#8217;efficacia del farmaco, le aree cerebrali associate alla percezione di dolore risultavano essere attive esattamente nello stesso modo in cui lo erano durante la prima fase dello studio, quando i soggetti non nutrivano alcuna forma di aspettativa, in quanto consapevoli di non star ricevendo alcuna forma di trattamento per alleviare il dolore.</p>
<p dir="ltr">I <strong>risultati</strong> emersi hanno dimostrato, quindi, tanto l&#8217;effetto lenitivo del placebo, quanto il suo ruolo come coadiuvante sugli effetti terapeutici dei farmaco. per mezzo delle  aspettative positive ad esso associate. Inoltre, come sostenuto dalla stessa coordinatrice dello studio, la dott.ssa Irene Tracey, gli effetti negativi causati da un approccio pessimista nei confronti di un farmaco sono maggiormente diffusi in quei pazienti che in passato hanno vissuto numerose delusioni e frustrazioni causate da trattamenti medici inefficaci.</p>
<h4><span style="color: #800080;">Da quanto detto finora emerge piuttosto chiaramente l&#8217;importanza degli aspetti psicologici legati all&#8217;uso dei farmaci, e in particolar modo l&#8217;influenza esercitata dalle nostre aspettative sull&#8217;esito clinico di un trattamento.</span> Allo stesso modo, risulta evidente il fondamentale ruolo giocato dall&#8217;interazione psico-sociale che va ad instaurarsi tra medico e paziente,  all&#8217;interno della quale è necessario non sottovalutare le potenzialità e i rischi derivanti dalle aspettative nutrite dai pazienti. Un atteggiamento ottimista accompagnato dalla <span style="color: #800080;">fiducia</span> e dalla <span style="color: #800080;">speranza</span> di riuscire a guarire si configurano, infatti, come condizioni imprescindibili per riuscire a sfruttare a pieno i potenziali benefici associati ad uno specifico farmaco o trattamento.</h4>
<h4>________</h4>
<p dir="ltr"><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p>
<p dir="ltr"><em><strong>¹</strong> http://stm.sciencemag.org/content/3/70/70ra14.abstract</em></p>
<p dir="ltr"><em>http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18019605</em></p>
<p dir="ltr"><em>http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16407533</em></p>
<p dir="ltr">Scott D.J., Stohler C.S., Egnatuk C.M.Wang H., Koeppe R.A., Zubieta J.K., (2008). &#8220;<em>Placebo and nocebo effects are defined by opposite opioid and dopaminergic responses</em>&#8220;.  Arch Gen Psychiatry, 65 (2), 220-31.</p>
<p dir="ltr">Barsky, A.J., Saintfort, R., Rogers, M.P. &amp; Borus, J.F., (2002). &#8220;<em>Non specific Medication Side Effects and the Nocebo Phenomenon</em>&#8220;. Journal of the American Medical Association, 287, 5, 622-627.</p>
<p dir="ltr">
</div>
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