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	<title>Psicozoo - Orientarsi nella giungla della mente &#187; Disagio Psicologico</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Quando il genitore ha bisogno di cure</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti disturbi psicologici si manifestano in maniere lievi, che permettono ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Molti disturbi psicologici si manifestano in maniere lievi</span>, che permettono al soggetto che ne soffre di continuare a vivere la propria quotidianità in maniera abbastanza soddisfacente ma che minano invariabilmente la propria capacità di entrare in relazione con le altre persone.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/depressed-mother.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8351" title="depressed mother" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/depressed-mother.jpg" alt="" width="490" height="357" /></a></p>
<p>Alcuni disturbi come la depressione o la vasta categoria dei disturbi di ansia sono spesso considerati come sintomi di mancanza di volontà, e i sintomi che ne derivano sono facilmente descritti dai conoscenti e familiari di chi ne è affetto come “paranoie” o “fissazioni”. Non è infrequente che questi reagiscano con insofferenza o aggressività, a volte con indifferenza, aumentando la confusione nella persona sofferente e spingendola chiudersi ancor più in sé stessa.</p>
<p>In altri casi, è proprio chi ne soffre a non riconoscere o ammettere di avere un problema, tendendo a trovare giustificazioni in cause esterne per i propri problemi.</p>
<p>Durante l’adolescenza ogni persona compie un percorso di distacco dai propri genitori, considerati durante l’infanzia come onnipotenti e onniscienti, e riesce quindi a guardarli come maggiore obiettività. In questa fase, può succedere di riscontrare che alcuni comportamenti del proprio genitore sono sintomo di un disagio profondo che il genitore stesso non riesce o non vuole individuare. In questi casi, tutta la famiglia vive una situazione di malessere che viene affrontata più o meno direttamente.</p>
<p><strong>Se non si riesce a convincere il proprio genitore a farsi aiutare</strong> e se anche l’altro genitore, per varie ragioni, non può o non vuole prendere parte attivamente in questa situazione, può essere comunque utile affrontare un personale percorso di aiuto con un psicologo o uno psicoterapeuta.</p>
<p>Anche se in questi casi la scelta di <strong>una terapia familiare potrebbe essere la soluzione migliore</strong>, questa deve essere il frutto di una decisione di cambiamento gruppale. Iniziando una terapia individuale, il cambiamento del singolo individuo all’interno della famiglia potrebbe essere un segnale positivo e incentivante per l’inizio di un nuovo percorso insieme.</p>
<p>In ogni caso, una terapia individuale aiuterà innanzitutto a gestire il proprio malessere, a riconosce ed accettare le problematiche del proprio genitore, e a limitare l’influenza di queste nella propria quotidianità e nel proprio percorso di crescita .</p>
<h2>In un secondo tempo, <span style="color: #800080;">si potranno costruire strategie di interazione che permettano una convivenza più serena con i propri genitori e valutare ulteriormente una possibilità di coinvolgimento degli stessi in un nuovo percorso di cambiamento.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I disturbi alimentari e il loro trattamento</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello dei disturbi alimentari è un tema sempre più frequente, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Quello dei disturbi alimentari è un tema sempre più frequente, che ha un esordio sempre più precoce.</span> I principali disturbi alimentari, secondo la classificazione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, giunto alla sua quarta edizione (DSM-IV-r) sono due: <strong>l’anoressia</strong> e la <strong>bulimia</strong> nervosa.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/disturbi-alimentari-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8346" title="sb10069429a-002.jpg Food Salad" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/disturbi-alimentari-2.jpg" alt="" width="467" height="292" /></a></p>
<p><strong>I criteri diagnosti per poter fare diagnosi di Anoressia Nervosa sono i seguenti:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>A.</strong></td>
<td>Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>B.</strong></td>
<td valign="top">Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>C.</strong></td>
<td valign="top">Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="31"><strong>D.</strong></td>
<td valign="top">Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caratteristico dell<strong>’</strong>anoressia nervosa è il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale. La bulimia nervosa<strong> </strong>è, invece, caratterizzata da ricorrenti episodi di “abbuffate” seguiti dall’utilizzo di mezzi inappropriati per controllare il peso, come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi o diuretici, il digiuno o l’attività fisica praticata in maniera eccessiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I criteri per poter diagnosticare la Bulimia Nervosa, sempre il riferimento al DSM-IV-r sono:</strong></p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="40"><strong>A.</strong></td>
<td>Ricorrenti abbuffate. Una abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti:</p>
<table width="100%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="20">1)</td>
<td valign="top">mangiare in un definito periodo di tempo (ad es. un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="20">2)</td>
<td valign="top">sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (ad es. sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="40"><strong>B.</strong></td>
<td>Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>C.</strong></td>
<td valign="top">Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>D.</strong></td>
<td valign="top">I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Per i disturbi del comportamento alimentare, è utile distinguere tra: fattori predisponenti, fattori precipitanti, fattori che tendono a perpetuare la sindrome e fattori iatrogeni.</p>
<p><strong>Tra i fattori predisponenti rientrano:</strong></p>
<p>-         Il genere femminile, l’età (adolescenza), una storia di sovrappeso e di diete in età infantile, tratti ossessivi di personalità, aspettative esasperate, perfezionismo patologico, scarso controllo degli impulsi (per bulimia), sessualità disordinata;</p>
<p>-         Altri casi in famiglia (sorelle e/o madri);</p>
<p>-         Competitività esasperata di certi ambienti, mito della magrezza e della bellezza.</p>
<p><strong>Trai fattori precipitanti troviamo:</strong></p>
<p>-         Separazioni e perdite;</p>
<p>-         Esperienze sessuali;</p>
<p>-         Alterazioni dell’omeostasi familiare;</p>
<p>-         Cambiamenti della pubertà.</p>
<p><strong>I principali fattori di perpetuazione sono:</strong></p>
<p>-         Guadagni secondari legati alla malattia</p>
<p>-         Gli effetti del digiuno e della perdita di peso che tendono a perpetuare i sintomi per via di un feedback negativo.</p>
<p><strong>Tra i fattori iatrogeni troviamo:</strong></p>
<p>-         La prescrizione di diete in età adolescenziale;</p>
<p>-         La prescrizione di preparati ormonali che artificialmente la comparsa delle mestruazioni</p>
<p>Anoressia e bulimia prevedono <strong>interventi coordinati di specialisti diversi</strong>, in successione o contemporaneamente: psichiatri, psicoterapeuti, internisti, endocrinologi, ginecologi, dietisti, ecc…</p>
<p>Spesso è necessario il ricovero, anche a causa delle molteplici complicanze somatiche (alterazione della funzionalità renale, disturbi cardiocircolatori, gastrointestinali, neurologici, alterazioni dermatologiche ed ematologiche, danni al sistema immunitario, ecc…).</p>
<p>Una prima fase dell’intervento deve avere come obiettivo quello di interrompere il digiuno e ripristinare discrete condizioni fisiche, al fine di ottenere un peso accettabile, concordato con il paziente.</p>
<p>In riferimento ad un <strong>intervento cognitivo-comportamentale </strong>è necessario incrementare le abilità di coping e problem solving, con lo scopo di imparare a gestire i sintomi. È necessario inoltre ristrutturare gli schemi cognitivi disfunzionali, modificare progressivamente l’attitudine negativa verso il proprio corpo, migliorare le capacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, migliorare i pattern relazionali in famiglia, migliorare le competenze sociali e relazionali, tramite <em>social skill training</em>.</p>
<p>È possibile anche affiancare un intervento in <strong>gruppi di auto-aiuto.</strong></p>
<p align="center"> <strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        American Psychiatryc Association (2002) <em>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali</em>. (DSM-IV-r) Trad. it. Masson, Milano.</p>
<p>-        Cuzzolaro, M (2002) <em>Disordini alimentari in adolescenza. </em>A cura di Ammaniti, M., <em>Manuale di psicopatologia dell’adolescenza. </em>Raffaello Cortina Editore, Milano.</p>
<p>-        De Pasquale, C., Petralia, A., Rapisarda V. (2002) <em>Lezioni integrative di Clinica psichiatrica Vol. I &#8211; Neuropsichiatria dell’ età evolutiva.</em> Quaderno n. 22 di Formazione Psichiatrica, Catania.</p>
<p>-        Lombardo B. A. (2008) <em>Una breve analisi dei disturbi dell’alimentazione, anoressia e bulimia, secondo una prospettiva filogenetica: differenze fra Paesi del “Benessere Vs Malessere”. </em>Formazione psichiatrica, N. 3, pp. 127 &#8211; 133.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Disturbi del sonno e insonnia</title>
		<link>http://www.psicozoo.it/2011/12/07/8261/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Psicopatologie]]></category>
		<category><![CDATA[speciale sonno]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ risaputa l’importanza che il sonno abbia per il completo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">E’ risaputa l’importanza che il sonno abbia per il completo benessere psico-fisico dell’individuo.</span> Solo riposando bene si può affrontare adeguatamente l’intera giornata e i vari impegni quotidiani.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/insonnia-cause.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8262" title="insonnia-cause" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/insonnia-cause.jpg" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p>Purtroppo, però, sono sempre più frequenti i soggetti che soffrono di disturbi del sonno. Diverse indagini epidemiologiche dimostrano, infatti, che circa il 30% della popolazione manifesta occasionalmente qualche problema del sonno e che l’insonnia, nello specifico, è un disturbo presente nel 10-13% delle persone adulte.</p>
<p>Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali divide i disturbi del sonno in quattro sezioni principali secondo l’eziologia presunta.</p>
<h2>Nello specifico, distingue tra:</h2>
<p><strong>1) Disturbi primari del sonno:</strong> non attribuibili a nessuna condizione medica generale o a disturbi mentali o ad assunzioni di sostanze. Si presume che insorgano da anomalie della regolazione del ritmo sonno-veglia;</p>
<p><strong>2) Disturbi del sonno correlati ad altro disturbo mentale:</strong> sono secondari ad altri disturbi mentali diagnosticabili, in genere disturbi dell’umore o d’ansia, ma abbastanza gravi tanto da richiedere un’attenzione clinica indipendente;</p>
<p><strong>3) Disturbi del sonno dovuti ad una condizione medica generale:</strong> ci si riferisce ad un disturbo del sonno conseguente agli effetti di una condizione medica sul sistema sonno-veglia;</p>
<p><strong>4) Disturbo del sonno indotto da sostanze:</strong> che implica disturbi del sonno causati dall’uso o dalla recente interruzione di sostanze, inclusi farmaci.</p>
<p><strong>L’insonnia rientra all’interno dei disturbi primari del sonno.</strong> Tale disturbo è caratterizzato da un vissuto di difficoltà ad iniziare o mantener il sonno, o di un sonno “non ristoratore” che dura per almeno un mese e causa uno stress clinicamente significativo o menomazione nell’area sociale, lavorativa o in altre importanti aree del funzionamento.</p>
<p>Quello dell’insonnia è un disturbo troppo spesso sottovalutato, sia dai pazienti che dai medici. I primi, infatti, tendono a procrastinare la ricerca di un aiuto specialistico, in quanto convinti del fatto che la situazioni si possa risolvere da sé. Il medico, dal canto suo, non sempre dedica il tempo necessario ad effettuare una corretta valutazione e diagnosi differenziale. Per tale ritardo nell’intervento, spesso l’insonnia tende a cronicizzarsi.</p>
<p>Secondo il <strong>modello delle 3 P</strong>, è possibile considerare l’insonnia come il prodotto dell’azione nel tempo di tre fattori. Il primo fa riferimento ai fattori predisponenti, cioè una predisposizione innata a sviluppare livelli elevati di attivazione emotiva e/o cognitiva. All’interno dei fattori predisponenti si aggiungono anche l’età avanzata, il genere femminile e la presenza di familiarità per l’insonnia. Sono inoltre da considerare i fattori precipitanti, come, ad esempio, un lutto, un evento stressante acuto e/o preoccupazioni che concernano il lavoro o la salute. Se la situazione viene affrontata tempestivamente, è possibile allora che la si risolvi. Altrimenti il disturbo rischia di cronicizzarsi, anche a causa dei cosiddetti fattori perpetuanti che determinano, a lungo andare, comportamenti disfunzionali difficili da trattare.</p>
<p>In riferimento ai sintomi dell’insonnia, i pazienti lamentano principalmente: un senso di irrequietezza durante l’addormentamento, sonno agitato e interrotto anche da minime fonti di rumore e disturbi ambientali e sensazione di aver riposato male.</p>
<p>È evidente come tale disturbo del sonno abbia importanti ricadute sulla vita diurna delle persone che ne soffrono. I pazienti riportano, infatti, un generico senso di stanchezza, che diventa particolarmente difficile da gestire in determinati momenti della giornata, e altri disturbi quali cefalea e irritabilità. Tali sintomi si ripercuotono anche sulla performance lavorativa, sulla qualità e sulla gestione del tempo libero, fino a compromettere i livelli di autostima del soggetto. Le ripercussioni si hanno anche a livello sociale, basti pensare, ad esempio, all’aumentato rischio di incidenti sul lavoro e al problema della sicurezza stradale.</p>
<p>Il momento della valutazione dei disturbi del sonno è estremamente importante: solo attraverso corrette valutazioni è infatti possibile predisporre adeguati interventi.</p>
<p><strong>Per i disturbi del sonno, si procede ad una duplice valutazione, clinica e strumentale.</strong></p>
<p>La prima comprende un’approfondita anamnesi familiare, lavorativa, patologica remota e recente del paziente. Si andranno, quindi, a ricercare informazioni su eventuali precedenti morbosi, su eventuali traumi e sui motivi che hanno portato il paziente a chiedere aiuto in quel particolare momento. Al fine di ottenere informazioni più dettagliate, il clinico può adoperare questionari specifici e lo strumento del “diario del sonno”. In tale diario, il paziente avrà il compito, al mattino appena sveglio, di annotare le più svariate informazioni riguardo il sonno appena concluso, includendo quindi le ore di sonno, il tempo di addormentamento, il numero di risvegli, ecc…</p>
<p>Per quanto concerne la diagnosi strumentale, inoltre, le principali tecniche adoperate sono due: <strong>la polisonnografia e l’attigrafia</strong>. La prima viene effettuata mediante il monitoraggio di tre parametri fisiologici, quali: l’elettroencefalogramma, l’elettrooculogramma e l’elettromiogramma.</p>
<p>L’attigrafia, invece, attraverso la registrazione dell’attività motoria, è in grado di misurare la quantità e la qualità del sonno del paziente.</p>
<p>Dopo aver accertato la presenza dell’insonnia o di qualche altro disturbo del sonno, è necessario che il trattamento sia mirato e specifico, vista la complessità del disturbo e la mancanza, di conseguenza, di una soluzione terapeutica univoca.</p>
<p>In riferimento al trattamento dell’insonnia, esiste ancora una diatriba tra coloro che si dichiarano favorevoli all’uso dei farmaci e coloro i quali, invece, ne sono contrari. Tale disputa si fa risalire agli anni Sessanta, con la scoperta delle benzodiazepine. Tale classe di farmaci, infatti, aveva creato l’illusione di poter risolvere l’insonnia senza effetti collaterali. Tuttavia sono subito emersi i limiti delle benzodiazepine, sia per quanto riguarda l’efficacia nel tempo e sia per i fenomeni di assuefazione che l’uso prolungato causa.</p>
<p>In generale, oggi, c’è una certa concordanza nel ritenere che l’uso più appropriato del trattamento farmacologico dovrebbe essere limitato a brevi periodi di tempo e riservato alle insonnie acute.</p>
<p>A tale intervento farmacologico deve essere affiancato un trattamento psicoterapico di tipo cognitivo-comportamentale. Tale approccio terapeutico attribuisce un ruolo predominante ai fattori cognitivi ed emotivi quali responsabili dell’instaurarsi e cronicizzarsi dell’insonnia. Il terapeuta, quindi, lavora sugli aspetti emotivi e i comportamenti dei pazienti che possono disturbare il sonno e creare circoli viziosi che alimentano l’insonnia e incrementano la sensazione di impotenza rispetto al problema.</p>
<p>Altre tecniche di intervento da utilizzare nei casi di insonnia sono:</p>
<p>- rilassamento, il cui obiettivo è quello di facilitare l’inizio del sonno. Tra queste tecniche rientrano i training autogeni e il rilassamento progressivo;</p>
<p>- controllo degli stimoli, che ha lo scopo di correggere cattive abitudini o condizionamenti ambientali negativi;</p>
<p>- restrizione del sonno, che, aumentando le ore di veglia, tende a ripristinare la fisiologica propensione del sonno;</p>
<p>- fototerapia, attraverso la somministrazione di luce ad alta intensità, a determinati orari, consente di regolarizzare l’orologio biologico.</p>
<h2>In generale, quindi, emerge come quello dell’insonnia sia un fenomeno complesso, che necessita di attenzioni ed interventi mirati. <span style="color: #800080;">Già ai primi sintomi è necessario, allora, rivolgersi ad uno specialista, così da non inficiare la propria qualità della vita.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>- American Psychiatryc Association (2002) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. (DSM-IV-r) Trad. it. Masson, Milano.</p>
<p>Natale, V., Occhionero, M. (2009) Insonnia: se la riconosci la curi. Psicologia Contemporanea, Vol. 216, pag. 12- 17.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’ipocondria</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 07:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La paura di essere gravemente malato, la costante preoccupazione di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">La paura di essere gravemente malato, la costante preoccupazione di avere una malattia grave, avere la percezione (errata) di sentire tutti i sintomi di determinate malattie, <span style="color: #000000;">sono le caratteristiche dell’ipocondria.</span></span></h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/ipocondria.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8252" title="Medizinerin sitzt hinter vielen bunten Pillen" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/12/ipocondria.jpg" alt="" width="440" height="293" /></a></p>
<p>La percezione di avere una malattia è dovuta a preoccupazioni nei confronti di funzioni corporee e alterazioni fisiche. Spesso si attribuiscono sintomi di malattie che in realtà non si provano, ma sono alterate dalla convinzione di essere malati.</p>
<p><strong>Andare da un medico, fare molte analisi, non serve a nulla</strong>, poiché chi soffre di ipocondria è sicuro di essere malato e non è convinto delle rassicurazioni del medico e delle analisi. Tende a cambiare spesso medico, perché è convinto che sia lui a sbagliarsi e ripete le analisi più volte. In alcuni casi diventa anche pericoloso poiché molte analisi, se ripetute, possono danneggiare il proprio corpo.</p>
<p>Le preoccupazioni possono essere anche diverse e comprendere più malattie, può esserci preoccupazione sia per una malattia che per più malattie, sia per un solo organo specifico che per più organi del corpo. (ad esempio problemi al cuore, o al fegato…). Una persona affetta di ipocondria può “ammalarsi” se sente parlare di una malattia o se sente che qualche caro è affetto da questa.</p>
<p>Parlano sempre della loro presunta malattia, essendo convinti di averla. Le relazioni sociali rischiano di essere compromesse, il soggetto, convinto di essere malato, vuole essere trattato da malato dai suoi cari, pur stando in salute. E non sempre i familiari sono disposti ad assecondarli, si rischiano quindi difficoltà nelle relazioni. Spesso queste difficoltà possono nascere anche a lavoro.</p>
<h2>Un trattamento per l’ipocondria è un percorso psicoterapeutico, o psichiatrico, ma l’ipocondriaco tende a non voler andare da uno psichiatra o psicologo. <span style="color: #800080;">Se lui non è convinto il percorso risulterà molto difficile.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scommettiamo che divento felice?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi anni il mio interesse si è focalizzato ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In questi ultimi anni il mio interesse si è focalizzato sulla patologia dalle dipendenze senza sostanza,</span> in particolare il gioco d’azzardo, dove troviamo anche: dipendenze affettive, da sesso, da internet, da acquisti compulsivi.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8154" title="dipendenza gioco" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/dipendenza-gioco.jpeg" alt="" width="489" height="371" /></a></p>
<p>Si tratta di una patologia in preoccupante espansione che a mio modesto avviso non viene sufficientemente attenzionata, probabilmente perché socialmente condivisa da sempre più persone e nel caso del gioco d’azzardo, “benedetta dallo Stato”. Le caratteristiche indicative della dipendenza ( tolleranza, astinenza, controllo), insorgono tramite l’attivazione dell’escalation: ”passatempo vizio patologia”. La dipendenza da gioco d’azzardo è subdola e insidiosa, perchè difficilmente individuabile, ad alta recidività e difficilmente trattabile con gli odierni mezzi terapeutici.</p>
<p><strong>A proposito di gioco d’azzardo&#8230;</strong></p>
<h2>SCOMMETTIAMO CHE DIVENTO FELICE ?</h2>
<p>Vorrei iniziare con una disamina di carattere semantico in riferimento al termine dipendenza, che proviene etimologicamente dal latino: dipendere “pendere in giù”, quindi parlare di dipendenza come di un fatto negativo evoca necessariamente il contrario; indipendenza che è sinonimo di libertà; l’assioma principale che dovrebbe guidare l’agire umano cosi da condurre alla felicità.</p>
<p><strong>Breve riflessione &#8230;</strong></p>
<p>Ma essere felici che cos’è, desiderio o piacere? E’ desiderio, lo postula la filosofia e la letteratura (non amo che le rose che non colsi), lo conferma la scienza.</p>
<p>In neurofisiologia si afferma che il piacere viene attivato dal rilascio di ormoni; le endorfine, come la morfina e l’oppio; “calmanti”, mentre il desiderio e generato da un altro ormone; la dopamina, l’ormone della”ricompensa”, che è un eccitante = “energia” .</p>
<p>L’energia è vita , è stimolo continuo, mai effimero o fine a se stesso come il piacere. E’ necessario rimanere nel desiderio, cavalcarlo, pena il vederlo trasformare in bisogno = “dipendenza”.</p>
<p>Ma quali sono le cause che fanno si che l’uomo assuma comportamenti dannosi per la propria salute e si renda schiavo dalle dipendenze?</p>
<p><strong> Per dirla con Dostoevskij:</strong></p>
<p><em>“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…” “ma allora è tutta colpa della stupidità?”</em></p>
<p>Forse è meglio consultare la <strong>TEORIA DI EYSENCK</strong>. Eysenck scoprì due dimensioni di base della personalità, che indicò come introversione-estroversione e nevroticismo (stabile-instabile). L’estroversione ha una base fisiologica. L’individuo estroverso sarebbe corticalmente sotto-attivato è quindi avrà una fisiologica tendenza per la ricerca di stimoli eccitanti e pericolosi, l’impulsività è una componente principale della personalità dell’estroverso, vi è insomma una predisposizione a mettersi nei guai.</p>
<p><strong>E avvalersi del contributo di FREUD con Eros e Thanatos</strong></p>
<p>Nell’antichità Eros &amp; Thanatos, originariamente fratelli e figli della Notte e di Erebo erano legati al mito dell’amore e della morte, entrambi erano mediatori tra il caos e la perfezione, tra l’irrazionale e il razionale. Eros e Thanatos sono complementari, non possono esistere l’uno senza l’altro. Non si può prescindere da fisiologici stadi di dolore, in quanto il dolore è il rovescio della medaglia del piacere.</p>
<p>Ma quale che sia la interpretazione eziologica il problema è che l’individuo è costantemente assorbito dal pensiero del gioco, il quale diventa una strategia fallimentare di evitamento dai problemi, vi è un continuo affidarsi alla sorte, per raggiungere la “felicità”, per mezzo di somme di denaro sempre più consistenti, (comportamento favorito dalla sindrome della tolleranza e dell’astinenza), fino a portarsi al tracollo economico, dopodiché non esiterà a procurarsi il denaro anche con mezzi illegali compromettendo gravemente la sua vita familiare e sociale, in danno della propria autostima e dignità , allora è facile rimanere soli e vedere affacciare l’ombra della depressione, nei casi piu gravi accompagnata dall’estremo tentativo di rimettere tutto a posto attraverso il suicidio, spesso attuato anche per mezzo dell’ “accoppiata vincente” fumo e alcol.</p>
<h2><span style="color: #800080;">E pensare che è solo un gioco…</span></h2>
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		<title>Lo stress degli operatori sociali: il burnout</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Secondo la definizione data da Maslach nel 1982, il burnout può essere definito come una sindrome di <span style="color: #800080;"><strong>esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale</strong></span>, che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente.</h2>
<h2><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8130" title="medico-donna-482.jpg_370468210" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/medico-donna-482.jpg_370468210.jpg" alt="" width="482" height="300" /></a></h2>
<h2>I principali destinatari, infatti, sono gli operatori delle cosiddette “helping profession”, cioè quelle professioni caratterizzate da:</h2>
<p>-          Uno stretto contatto tra operatore ed utente:</p>
<p>-          Situazioni in cui è richiesta la presenza costante dell’operatore;</p>
<p>-          Contesti che presuppongono un forte coinvolgimento emotivo alle problematiche dell’utente.</p>
<p>Rientrano in questa categoria, quindi, sia il personale sanitario e gli operatori sociali, che gli insegnanti.</p>
<p>È importante sottolineare come il burnout non sia un fenomeno legato solo al disagio individuale, ma è, invece, un malessere organizzativo generalizzato. Ciò è una delle <strong>differenze tra stress e burnout</strong> in quanto, il primo, riguarda prettamente la sfera individuale. Altre differenze riguardano, inoltre, il fatto che: lo stress è più caratterizzato da dimensioni fisiche, mentre il burnout da quelle emotive; lo stress ha una natura momentanea, mentre il burnout cronica; infine, nello stress il deterioramento della dimensione personale è una conseguenza, mentre nel burnout ne è una caratteristica intrinseca.</p>
<p>Maslach identifica tre <strong>fasi di sviluppo</strong> del burnout:</p>
<p>1)      In una prima fase, l’operatore si trova a dover affrontare una situazione di sovraccarico, che lo conduce ad un esaurimento emotivo, ciò avviene in quanto l’operatore percepisce un eccessivo divario tra le richieste che sente provenire dal mondo del lavoro e le sue risorse disponibili;</p>
<p>2)      L’operatore reagisce con atteggiamenti eccessivamente distaccati e burocratici: è la fase delle depersonalizzazione;</p>
<p>3)      Durante l’ultima fase, invece, si ha una ridotta realizzazione personale, con il conseguente abbassamento del livello di autostima.</p>
<p>I <strong>sintomi</strong> del burnout comprendono l’area:</p>
<p>-          Psichica: si fa riferimento a sintomi tipici degli stati ansioso-depressivo (riluttanza nel recarsi al lavoro, apatia, demoralizzazione, difficoltà di concentrazione, insonnia, instabilità, paure immotivate ed eccessive, ecc…), a sentimenti di distacco emotivo e perdita della capacità empatica, rifiuto ed ostilità verso gli utenti ed i colleghi, svalutazione professionale;</p>
<p>-          Comportamentale: assenteismo, disinvestimento dalla realtà lavorativa (es. presenziare passivamente alle riunioni senza intervenire), reazioni emotive violente ed impulsive sia verso gli utenti che verso i colleghi, tabagismo ed assunzione di sostanze psicoattive;</p>
<p>-          Fisica: senso di esaurimento e fatica, mal di testa e disturbi gastrointestinali, insonnia, vulnerabilità alle malattie e cambiamenti delle abitudini alimentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le <strong>cause</strong> del burnout riguardano sia fattori situazionali che personali.</p>
<p>Nella prima categoria rientrano, ad esempio, una comunicazione interna insufficiente, cause estrinseche relative al lavoro (scarsa retribuzione, straordinari poco retribuiti) ed all’utenza (utenti cronici, sovraccarico di lavoro e richieste troppo difficili) e fattori extraorganizzativi (nuovi stili di vita, venir meno dei sistemi di sostegno primari).</p>
<p>Per quanto concerne i fattori personali, invece, si fa riferimento sia a tratti di personalità (ansia nevrotica, locus of control esterno, introversione, ruolo delle esperienze personali) che ad aspettative professionali.</p>
<p>Il principale <strong>strumento</strong> di indagine per la rilevazione del burnout è il MBI &#8211; Maslach Burnout Inventory. Questo è un questionario, formato da 22 item, su scala Likert a 6 punti.</p>
<p><strong>L’intervento</strong> del burnout si articola su più livelli:</p>
<p>1)      Programmi di sviluppo professionale: gli operatori possono essere incoraggiati a ridurre il livello di stress lavorativo pianificando adeguatamente il lavoro, fornendo fonti alternative di gratificazione, utilizzando strategie quali il corretto utilizzo del tempo, ecc…;</p>
<p>2)      Cambiamento delle mansioni e delle strutture d ruolo: rendere i ruoli e le strutture flessibili, limitare il numero di utenti e distribuire i compiti più difficili e meno gratificanti tra tutti i membri dello staff;</p>
<p>3)      Miglioramento della gestione;</p>
<p>4)      Problem solving;</p>
<p>5)      Chiarezza degli obiettivi e dei modelli di management: rendere chiari e compatibili gli obiettivi, investire sulla formazione, sviluppare un adeguato modello gestionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Bibliografia</em></strong></p>
<p>-        Licciardello, O., Costantino A. &#8211; a cura di &#8211; (2007) <em>Quale formazione continua? Climi relazionali e qualità della professionalità delle organizzazioni di servizio. </em>Bonanno Editore, Acireale &#8211; Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando l&#8217;emozione non ha voce</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 14:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le EMOZIONI (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati dai sistemi subcorticali e limbici, funzionali alla sopravvivenza della specie e basati su segnali non verbali, quali la mimica facciale, la gestualità, la postura corporea e il tono di voce.</span></h2>
<h2>Sono, in sostanza, la componente biologica dell&#8217;affetto.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8108" title="mask" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/mask.jpg" alt="" width="474" height="316" /></a></p>
<p>I <strong>SENTIMENTI</strong> (feelings) sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi, perchè implicano l&#8217;elaborazione cognitiva e il vissuto soggettivo mediato dalle funzioni neocorticali. tale componente psicologica dell&#8217;affetto consente di valutare la risposta emotiva a stimoli esterni ed interpersonali e di comunicare intenzionalmente le emozioni mediante la funzione linguistica verbale ed extraverbale di simbolizzazione. Essi, pertanto, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalle esperienze infantili, dalle rappresentazioni di sè e degli altri, da ricordi, fantasie e sogni.</p>
<p><strong>L&#8217;ALESSITIMIA</strong> (lett. senza parole per le emozioni) non indica individui senza emozioni, ma soggetti con un deficit della componente psicologica dell&#8217;affetto (feelings). Quindi persone che hanno emozioni espresse dalle componenti biologiche degli affetti, ma con scarsa o nessuna possibilità di ricorrere agli strumenti psicologici (immagini, pensieri, fantasie) per rappresentarle.</p>
<p>Il costrutto di ALESSITIMIA, comprende le seguenti caratteristiche:</p>
<p>1) Difficoltà ad identificare i sentimenti,</p>
<p>2) Difficoltà a descrivere i sentimenti,</p>
<p>3) Limitata capacità immaginativa,</p>
<p>4) Stile di pensiero orientato verso la realtà esterna.</p>
<p>Sebbene la difficoltà di monitorare sentimenti ed emozioni degli altri non sia compresa nella definizione del costrutto, vi sono resoconti clinici ed evidenze empiriche che indicano che individui con elevati livelli di alessitimia hanno marcate difficoltà nell&#8217;identificare emozioni dall&#8217;espressione facciale degli altri.</p>
<p>Altre evidenze empiriche mostrano che l&#8217;alessitimia è associata alla difficoltà di discriminare fra diversi stati emozionali, e alla limitata capacità di pensare sulle emozioni ed usarle per affrontare situazioni stressanti.</p>
<h2><span style="color: #800080;">La limitata capacità di rappresentare e regolare cognitivamente le emozioni rende probabilmente gli individui alessitimici maggiormente vulnerabili verso una varietà di disturbi medici e psichiatrici.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;obesita&#8217; infantile</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Ciccarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio Psicologico]]></category>
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		<description><![CDATA[Le preoccupazioni dei genitori spesso sono dirette a bambini che ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Le preoccupazioni dei genitori spesso sono dirette a bambini che mangiano poco e raramente a bambini che mangiano troppo.</span></h2>
<h2>Un bambino che ha un eccessivo peso dovrebbe allarmare i genitori che lo dovranno accompagnare dal pediatra, per capire se si tratta di obesità infantile o meno.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/obesit%C3%A0-infantile.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8020" title="obesità-infantile" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/obesit%C3%A0-infantile.jpg" alt="" width="450" height="316" /></a></p>
<p>Un forte appetito, manifestato con una forte voracità, viene visto dai genitori come segno di “buona salute”, quindi il bambino non viene fermato, anzi, nella maggior parte dei casi, viene incentivato a mangiare.</p>
<p>Il bambino mangia troppo e male, a qualsiasi ora apre la credenza e mangia tante merendine, apre il frigorifero che di solito è strapieno, e non riesce a regolarsi. È difficile che i bambini riescano a regolarsi da soli, è importante l’aiuto dei genitori.</p>
<p>I genitori credono che i chili in eccesso andranno via con lo sviluppo.</p>
<p>A tutto ciò si unisce una vita sedentaria. I bambini, essendo pesanti, hanno difficoltà ad iniziare uno sport, spesso la difficoltà nasce anche dall’imbarazzo che provano sentendosi obesi, guardano i loro compagni, vengono presi in giro e da loro, preferiscono così stare a casa davanti alla tv o al pc e non fare attività fisica.</p>
<p><strong>L’obesità infantile è dunque il risultato di diverse cause.</strong></p>
<p>Il bambino usa il cibo per reprimere tensioni emotive e per reggere difficoltà personali. Se i genitori non si rendono conto di questo atteggiamento, ma anzi lo rinforzano, il bambino impara che questa è la modalità giusta per affrontare le esperienze di disagio.</p>
<p>Le relazioni con i genitori hanno un ruolo determinante per la crescita del bambino, se ad esempio la madre soffre di depressione, il bambino compensa il vuoto affettivo della madre con il cibo.</p>
<p>Se invece uno dei due genitori, o entrambi, hanno comportamenti compulsivi con il cibo, o mangiano in modo disordinato, il bambino li considererà come esempi da seguire e quindi mangerà allo stesso modo.</p>
<p>Se si fa mangiare molto il bambino, non rispettando la sua fame, e quindi insistendo a dargli cibo quando lui non ha più voglia di mangiare, si rischierà di alterare il suo senso di sazietà e il bambino non saprà correttamente controllare il suo bisogno di cibo.</p>
<p>Il bambino obeso rischia di avere una bassa autostima che può determinare i suoi rapporti sociali con i suoi compagni; tendenza alla passività; immagine negativa di sé; si può sentire responsabile della sua condizione di obesità, con il rischio di una conseguente depressione.</p>
<p>Spesso in famiglia c’è scarsa comunicazione e una mancanza di educazione dell’uso e consumo del cibo.</p>
<h2>Osservare con più attenzione i comportamenti dei nostri figli, con l’aiuto del pediatra, potrebbe essere un primo passo per aiutare il nostro bambino ad affrontare lo stato di obesità infantile, <span style="color: #800080;">nel caso abbia dei chili in più, o educarlo ad un’alimentazione corretta per prevenire questo disagio.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando il partner soffre di un disturbo psicologico</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 08:39:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una strategia per affrontare i momenti critici
Secondo recenti studi, il ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Una strategia per affrontare i momenti critici</span></h2>
<h2>Secondo recenti studi, il 38,2% della popolazione europea, ogni anno, va incontro a qualche disturbo psicologico. Come si può dedurre dal dato statistico, quindi, avere accanto una persona che abbia un problema di questo tipo è una condizione piuttosto frequente, anche se tutt’altro che facile da gestire, soprattutto nei momenti più critici.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/partner-malattia-mentale.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-8015" title="partner malattia mentale" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/partner-malattia-mentale.png" alt="" width="448" height="299" /></a></p>
<p>In questi casi, le reazioni del partner di fronte ai sintomi della malattia possono essere molto disfunzionali, perché dettate dalla paura o dalla frustrazione, più che da un’attenta analisi del problema. E poiché alcuni disturbi tendono a ripresentarsi con episodi ricorrenti, diventa fondamentale gestire la situazione con modalità forse meno “istintive” ma più efficaci. Invece di improvvisare, infatti, si può cercare di capire esattamente cosa fare per aiutare il partner. A questo scopo, una semplice strategia, raccomandata da alcuni terapeuti, può rivelarsi davvero utile: stilare un elenco di comportamenti da tenere nel caso in cui la situazione peggiori. Avere un piano d’azione per le emergenze, infatti, serve ad eliminare la confusione e il senso di impotenza.</p>
<p><strong>Ecco dei suggerimenti su come procedere.</strong></p>
<p>Per prima cosa è bene che tra i partner ci sia accordo su quali siano i segnali della malattia, cercando di descriverli in modo accurato. Se, ad esempio, un membro della coppia soffre di depressione, alcuni comportamenti come “stare sul divano tutto il giorno”, “non andare al lavoro”, “trascurare il proprio aspetto” potrebbero essere considerati un campanello d’allarme. Se invece il partner soffre di un disturbo d’ansia sarebbe meglio non sottovalutare “il frequente evitamento delle situazioni sociali” o il “continuo rimuginare su ciò che procura ansia”. I partner possono individuare i sintomi che si presentano più spesso, in modo da riuscire a riconoscere con buona approssimazione l’inizio di un nuovo momento critico. Se si hanno dei dubbi o delle difficoltà nell’identificare i segnali della malattia, lo psicoterapeuta o lo psichiatra possono fornire maggiori indicazioni in tal senso.</p>
<p>Successivamente, è bene discutere di come il partner intenda essere aiutato, qualora i segnali facciano presagire l’aggravarsi della sua condizione. Spesso, le persone lamentano che il proprio compagno di vita, nonostante l’amore e l’affetto, in certi momenti non sappia essere d’aiuto. Tuttavia, sono incerte nel riferire cosa il partner dovrebbe concretamente fare per alleviare il loro disagio. Per cercare di capirne di più, dunque, si possono porre alcune domande in riferimento a specifiche situazioni, come ad esempio: “Quando ti senti così giù da non riuscire ad alzarti dal letto, cosa posso fare per aiutarti? Come posso risollevarti?”. “Quando sei arrabbiato e cominci a sbattere porte o rompere oggetti, cosa posso fare per calmarti?”. O ancora: “Come posso convincerti a chiamare il tuo medico e a prendere i farmaci che ti sono stati prescritti?”. Le risposte saranno poi annotate e riportate in una lista. Anche in questa fase, è consigliabile consultare lo specialista, che può aiutare la coppia a selezionare i comportamenti adeguati da adottare. Una volta completata, la lista potrà essere consultata da entrambi i partner che, quindi, saranno in grado di affrontare in maniera proattiva e consapevole i momenti problematici, ogni volta che si ripresenteranno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I disturbi dell&#8217; alimentazione nell&#8217; infanzia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 11:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Anna Gullà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I disturbi dell&#8217;alimentazione nell&#8217;Infanzia includono:
la PICA
il Disturbo di Ruminazione
il Disturbo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">I disturbi dell&#8217;alimentazione nell&#8217;Infanzia includono:</span></h2>
<h2>la PICA</h2>
<h2>il Disturbo di Ruminazione</h2>
<h2>il Disturbo della Nutrizione dell&#8217;Infanzia o della Prima Adolescenza</h2>
<p>tutti caratterizzati da alterazioni dell&#8217;alimentazione e della nutrizione che si manifestano molto precocemente nella vita, mentre Anoressia e Bulimia sono più tipici della fase adolescenziale.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/disturbi-alimentari.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8009" title="disturbi alimentari" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/disturbi-alimentari.jpg" alt="" width="500" height="282" /></a></p>
<p>Questi disturbi, specie il Disturbo di Ruminazione, sono tra le poche condizioni psichiatriche infantili con significativa mortalità.</p>
<p>La PICA è caratterizzata dalla ripetuta ingestione di sostanze non nutritive come terra, sabbia, plastica, carta, foglie, insetti. L&#8217;esordio è di solito tra i 12 e i 24 mesi, con remissione durante la fanciullezza.</p>
<p>È importante sottolineare che questo problema è più comune nei bambini poco controllati o ritardati.</p>
<p>Il Disturbo di Ruminazione (MERICISMO) è invece caratterizzato dal rigurgito del cibo dallo stomaco nella bocca, per essere espulso o reingerito. Il DSM-IV specifica una durata del Disturbo di almeno un mese per giustificarne la Diagnosi.</p>
<p>Insorge fra i 3 mesi a 1 anno di età.</p>
<p>Come cause sono state avanzate: una madre incapace di dare affetto, problemi del sistema neurovegetativo, reflusso gastro-esofageo, ernie iatali. La diagnosi è però giustificata solo quando i sintomi non sono ascrivibili a fattori fisiologici.</p>
<p>La ruminazione può causare la perdita di peso e la conseguente malnutrizione.</p>
<p>La caratteristica fondamentale del Disturbo della Nutrizione dell&#8217;Infanzia o della Prima Adolescenza è la persistente incapacità di mangiare adeguatamente.</p>
<p>Come per il Disturbo di Ruminazione bisogna escludere cause gastrointestinali o mediche generali, e il problema deve protrarsi per almeno un mese.</p>
<p>L&#8217;esordio deve avvenire prima dei anni di età.</p>
<h2>In conclusione va sottolineato che tutti questi disturbi, nella maggior parte dei casi, si manifestano in concomitanza e/o conseguenza a <span style="color: #800080;">stressanti fattori psicosociali, come la separazione dei genitori, un accudimento incoerente, la nascita di un fratellino/sorellina, un lutto importante, rapporti ostili con i coetanei.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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