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	<title>Psicozoo - Notizie e Risposte dagli psicologi &#187; Opinioni</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Meno male che c’è il Grande Fratello che ci difende!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 07:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziella Ceccarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Genitori che ritrovano i figli dopo vent’anni, triangoli amorosi, tradimenti ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Genitori che ritrovano i figli dopo vent’anni, triangoli amorosi, tradimenti e gelosie, <strong>tentativi di “approcci” e preliminari bollenti</strong>, questo ed altro offre la <strong>televisione italiana</strong> attraverso la messa in onda di programmi pomeridiani e <strong>reality show</strong>.</span> Le statistiche offrono dati sempre più massicci circa l’ormai passata passione per i reality, se provate a chiedere in giro, infatti, nessuno li guarda e tutti li snobbano.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/tv-spazzatura.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8431" title="tv-spazzatura" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/tv-spazzatura.jpg" alt="" width="488" height="266" /></a></p>
<p>Eppure continuano a esistere in tv: trasmissioni come il “Grande Fratello” e “Pomeriggio Cinque” fanno ancora ascolto; anch’io facendo zapping spesso vengo attratta da qualche <strong>storia strappalacrime o pettegolezzo allettante</strong>.</p>
<p>E Allora? E’ forse vero che gli italiani amano tanto criticare la televisione ma in realtà poi conoscono alla perfezione ogni palinsesto televisivo? Ma soprattutto: è vero che <strong>ascoltare storie “vere” e vedere la quotidianità vissuta da altre persone attrae l’attenzione in maniera quasi ipnotica?</strong></p>
<p>Le storie inscenate dagli autori televisivi, tutte diverse tra loro, hanno in comune una caratteristica, tutte <strong>sollevano stati emotivi e affettivi intimi e profondi dell’animo umano</strong> e per questo rispecchiano tante altre storie al di là dello schermo (a prescindere dalla veridicità della storia raccontata).</p>
<p>Proviamo ad immaginare quale impatto emotivo può essere, per una ragazza di vent’anni, rivedere il padre che l’ha abbandonata diciotto anni prima? <strong>In tv anche ciò che è solo immaginabile possiamo vederlo e ad un prezzo emotivo molto più basso</strong> sia per chi sta vivendo in prima persona l’accaduto sia per chi osserva da casa.</p>
<p>Da osservatrice e telespettatrice, con qualche deformazione professionale, mi sono fatta la mia idea e vi dico cosa ci vedo dietro tutto questo.</p>
<p>Nel momento in cui si <strong>accendono i riflettori</strong>, il calore delle luci e tutto ciò che la macchina da presa rappresenta, <strong>anestetizza il dolore</strong> che, per quanto sballottato in diretta viene comunque percepito dai protagonisti come <strong>protetto da una patina illusoria che fa da schermo e da guardia del corpo nei confronti della realtà</strong>. Paradossalmente, quindi, risulta più facile aprirsi ed esporsi, denudarsi completamente (sia emotivamente che fisicamente) di tutto ciò che magari per anni si è saputo gestire o soffocare.</p>
<p><em>“Tanto che ci frega c’è il grande fratello che ci difende o la zia Barbara che tanto ci vuole bene”. </em></p>
<p>E questo, visto da un certo punto di vista può fare addirittura bene, in quanto, si attiva una sorta di terapia d’urto “tutelata” da tanti specchi unidirezionali. <strong>Ciò che viene a galla sono stati d’animo e parti di sé che, in situazioni normali, di quotidianità, non potrebbero mai emergere</strong>.</p>
<p>Ma purtroppo per quanto il grande fratello è buono, <strong>non è mica scemo</strong>! Finito il programma, spenti i riflettori caldi ed abbaglianti torna a fare il suo lavoro con altre storie ed altri copioni da inscenare.</p>
<p><strong>E allora cosa succede a questi tanti topini da laboratorio che hanno riunito attorno alla tv tantissimi telespettatori?</strong></p>
<h2>Tante televendite ed ospitate e nel migliore dei casi qualche anno di psicoterapia <span style="color: #800080;"><strong>e si spera che questa volta lo psicologo non sia qualche altro format televisivo</strong>.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Apple e fanatismo religioso?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 07:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Lo scorso hanno la BBC ha mandato in onda un documentario sui segreti dei grandi marchi commerciali come Google, Microsoft o Apple.</span></h2>
<h2> Quello che risultò da questa inchiesta fu che tali “segreti” sembrano coincidere con la soddisfazione di bisogni essenziali per l’uomo: la possibilità di mantenere relazioni anche a distanza, il sesso e la religione.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/apple-la-nostra-nuova-religione.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8394" title="apple-la-nostra-nuova-religione" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/apple-la-nostra-nuova-religione.jpeg" alt="" width="463" height="341" /></a></p>
<p>Prendendo in considerazione quest’ultimo aspetto in particolare trovo interessante riflettere sugli accadimenti riportati dal reporter, <strong>Alex Riley</strong>. Lo stesso si è recato per il suo servizio all’inaugurazione di un nuovo negozio Apple a Londra. Circa due ore prima dell’apertura al pubblico, il giornalista ha notato che i dipendenti del negozio si mostravano entusiasti e eccitati, non disdegnando di saltare ed esultare tra di loro, scatenando altrettanta frenesia nella calca che era fuori in attesa (alcuni fra i clienti in attesa avevano dormito fuori dal negozio in ripari di fortuna per non perdere il posto in fila). Ma una delle cose che ha maggiormente stupito il reporter è stata che una volta dato inizio all’inaugurazione, all’interno del negozio non c’era nessuna offerta speciale o sconto particolare offerto per l’occasione. I gadget in vendita erano esattamente gli stessi di qualsiasi altro negozio Apple aperto in quel momento, uno dei quali si trova a meno di un chilometro da quello in questione.</p>
<p>Tale comportamento è stato definito dal giornalista come vera e propria <strong>devozione</strong>. La cosa curiosa è che lo stesso Riley riporta i risultati di una ricerca effettuata in precedenza dove alcuni fan della Apple venivano sottoposti a risonanza magnetica mentre di mostravano loro dei gadget di questa azienda. Quello che è stato riscontrato in questa ricerca è che in questo modo si attivavano nei soggetti le stesse aree cerebrali che solitamente si attivano in soggetti religiosi quando viene loro mostrato un’icona del loro culto.</p>
<p>Allo stesso modo, è anche vero che il fanatismo attecchisce meglio dove c’è un nemico comune da abbattere, inducendo una maggiore fedeltà per combattere in un fronte unito, e non è un mistero che la Apple abbia fatto di questa tecnica pubblicitaria uno dei suoi punti di forza da sempre.</p>
<p>Non bisogna dimenticare però, che tra usare tecniche pubblicitarie e manipolare la mente umana fino a fare di un marchio commerciale una fede c’è una grande differenza. I risultati della ricerca di cui prima non affermano che la Apple (o qualsiasi altro grande marchio) è vicina ad ottenere il segreto per programmare nuove mappe neurali nel nostro cervello, ma sono bensì da considerare come un tassello in più nello studio della personalità umana.</p>
<h2>Una nuova risposta su quanto gli essere umani abbiano bisogno di affidarsi a qualcosa che va al di là del loro controllo e su <span style="color: #800080;">quali meccanismi fanno sì che un determinato fenomeno possa diventare successivamente un credo.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ci incontriamo su facebook</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziella Ceccarelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;"><strong><em>“Ci incontriamo su facebook”</em></strong></span>, ormai è la frase che, più di altre, da un po’ di anni a questa parte ha sostituito quella classica: <em>“Ci vediamo al bar per un caffè”</em>, ed il caffè è effettivamente l’unica cosa che facebook non può offrire, a parte il contatto fisico.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/facebook.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8388" title="facebook" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/02/facebook.jpg" alt="" width="460" height="287" /></a></p>
<p>Nell’estate del 2008 questo network è entrato a far parte del linguaggio italiano in maniera prepotente e dilagante, (solo nell’ agosto dello stesso anno si sono registrate oltre un milione e trecentomila visite). Oggi il sito conta milioni di utenti in tutto il mondo, incoronandosi il social network più quotato ed <em>in</em> del momento. <strong>“<em>Ti ho taggato”</em>, <em>“mi hai letto in bacheca?”, oppure “ti ho aggiunto tra i miei amici”</em>,</strong> sono alcuni termini utilizzati dagli utenti di facebook per <strong>comunicare</strong>. Ormai questo modo di parlare e di fare “amicizia” è conosciuto anche dai non iscritti (pochi, a dire il vero), e anche dalla fascia d’età più adulta. Non avere un account su facebook è ormai considerato anomalo: giovani e meno giovani aggiungono foto, <strong>condividono stati d’animo</strong>, eventi della propria quotidianità, commenti sul proprio capo, ritrovano compagni delle elementari, stringono contatti con persone conosciute e non, pubblicizzano le proprie attività lavorative, etc… Si curiosa, così, tra foto, interazioni e profili altrui… I rischi delle potenzialità di questo social network sono enormi, si sente parlare spesso, ad esempio, di false identità e difendere la propria privacy è diventato molto difficile.<em>                                                                                                              </em></p>
<p>Ho letto che molti psicologi associano facebook alla dipendenza da internet (qualcuno l’ha definita “dipendenza da amici”), alla solitudine e alla chiusura in un mondo ideale ed ovattato, e forse se vogliamo generalizzare questo è ciò che effettivamente si valuta; ma visto da un’altra angolatura, questo strumento in alcuni casi può addirittura aiutare a vincere la solitudine e l’introversione, anche perché chi “frequenta” facebook è sicuramente più un <strong>estroverso</strong> che altro, la tendenza all’<strong>esibizionismo</strong>, infatti, è molto forte. Non voglio etichettare comportamenti né menzionare tratti di personalità, quindi, ma posso sollevare delle riflessioni da condividere.</p>
<p>Cosa c’è dietro questo <strong>bisogno di condivisione</strong>? Quello che mi colpisce è l’immediatezza e la velocità che si tende a cercare, come se dietro il voler far vedere subito delle foto o far leggere cosa si sta facendo in un determinato momento e farlo sapere a “tutti”, ci sia <strong>un’urgenza</strong> mai manifestata prima. Oppure, il non pensare minimente alla privacy violata (“il paradosso della privacy” come è stata definita da Stagliano) come se intervenisse una <strong>deresponsabilizzazione del gruppo</strong> <em>“lo fanno tutti e allora non ci sarà niente di male se lo faccio anch’io, cosa potrà mai avvenire di così grave?”</em>. La deresponsabilizzazione del gruppo è un fenomeno di solito associato al mondo adolescenziale ma in questo caso è interessante vedere come invece invade anche fasce d’età considerate adulte.</p>
<p>Un altro aspetto è quello di “accettare” in maniera compulsiva quanti più amici possibile, anche persone con le quali non ci si scambierà mai nessuna idea; quanto è importante, allora, l’<strong>apparenza</strong> e far vedere quanti amici si hanno? Diventa un modo per <strong>testare la propria popolarità</strong>? Un’altra tematica è legata al <strong>voyerismo</strong>: l’occhio del “grande fratello” aperto su milioni di finestre spalancate porta a stimolare la curiosità e la voglia di spiare, atteggiamento che si è sempre tenuto a bada, ma che con facebook si è legittimati a manifestare.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Queste sono alcune riflessioni fatte nel momento in cui mi sono addentrata in questo mondo, ma ci sono tante altre mille sfaccettature legate a questo fenomeno da valutare e discutere insieme.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>TV e paura: 4 meccanismi negativi da non far scattare</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittoria Nervi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I media e la paura

Ogni giorno dai telegiornali e dai ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">I media e la paura</span></h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/tv-e-paura.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8378" title="tv e paura" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2012/01/tv-e-paura.jpg" alt="" width="377" height="233" /></a></p>
<p>Ogni giorno dai telegiornali e dai media in genere siamo costantemente bombardati da un numero eccessivo di notizie negative che creano insicurezza e lasciano la sensazione di essere circondati da pericoli di ogni genere: rapinatori, terroristi, immigrati che ci minacciano..<br />
Per alcune news(gli omicidi di Sara Scazzi, Chiara Poggi, l’altalena dello spread.. la copertura mediatica è stata ossessiva e martellante)<br />
Più le minacce sono ripetute dai media, maggiore è il livello di stress cui si è sottoposti. Aumenta la percezione d’insicurezza che spesso non corrisponde a pericoli reali precisi.</p>
<p>Il bisogno principale della società terrorizzata é la sicurezza.<br />
Questo bisogno di protezione, di certezze di essere al sicuro provoca un cambiamento dei comportamenti. Per fortuna la maggioranza delle persone riesce ad adattarsi ragionevolmente in fretta a queste nuove fonti di stress.<br />
La resilienza sembra essere l’elemento chiave per l’adattamento, anche se il clima che si respira lascia in sospeso molti per quanto riguarda il presente e ansiosi per ciò che avverrà in futuro.</p>
<p><strong>L’ANSIA</strong><br />
L’ansia è una componente normale del nostro vivere quotidiano.<br />
Quando però accadono eventi fuori dall’ordinario quest’ansia può portare molti (dipende da individuo a individuo) a uno squilibrio psicofisico.<br />
L’ansia si riferisce all’emozione della paura quando la causa è sconosciuta.<br />
Le persone durante questo periodo di attentati terroristici sanno esattamente di cosa hanno paura quindi non è un’ansia irrazionale. Il terrorismo è diverso dalla Guerra. La Guerra avviene fra nazioni e in qualche modo è prevista, decisa. Il terrorismo può colpire in qualsiasi momento e luogo.<br />
E’ imprevedibile e invisibile. Quindi le azioni militari e la presenza di pattuglie negli aeroporti e nelle altre zone sensibili aumentano il senso di sicurezza ma anche l’ansia e la paura. Alcuni adulti rivivono la loro infanzia quando nell’ultimo conflitto mondiale hanno passato momenti di paura e di panico.<br />
La paura ha lo scopo di metterci in guardia da quegli eventi che potrebbero danneggiarci e questa è una reazione equilibrata. In molti casi però vi sono reazioni e atteggiamenti non equilibrati.</p>
<p><strong>4 MECCANISMI DI DIFESA</strong><br />
Ecco i quattro meccanismi di difesa irrazionali che la nostra psiche utilizza per difendersi.</p>
<p><strong>1 la proiezione</strong><br />
Si generalizza e si proietta su alcuni gruppi di persone considerate diverse. Nella storia ci sono svariati esempi: gli ebrei, gli infedeli al tempo delle crociate, le streghe….</p>
<p><strong>2 la magia</strong><br />
Ci si rivolge ai maghi per sapere il futuro o a uomini forti, dittatori che promettono di risolvere magicamente il problema. Spesso nella Storia la paura, il terrore sono stati fomentati volutamente addebitando poi a qualche sovversivo o capro espiatorio omicidî, attentati e stragi per destabilizzare il Paese e farsi poi accettare come portatori di ordine e pace (nazismo, fascismo ecc.)</p>
<p><strong>3 l’atto rischioso</strong><br />
Molte persone scelgono volutamente professioni pericolose che altri non sceglierebbero perché rischiose e fonte di paura. Queste persone hanno anche loro paura del rischio ma vincono tale paura con atteggiamenti contro fobici. Si difendono dalla paura con comportamenti di sfida. I kamikaze potrebbero esserne l’esempio.  Anche la guerra contro un nemico visto come pericolosa per la collettività.</p>
<p><strong>4 la negazione</strong><br />
negazione della paura : non pensare più al problema.<br />
Quando la gente si sente impotente, si rinchiude nella vita privata come reazione. I mass-media spesso amplificano le risonanze sino a farle diventare isterismi di massa. La paura viene regolata dalle influenze esterne, dal modo con cui le persone vengono bombardate da immagini e notizie. Una delle reazioni alla paura è quella che avevamo da bambini: rifugiarsi fra le braccia della mamma (da adulti nella propria casa, nel privato).Tutte queste sono reazioni eccessive perché ci impediscono di riflettere e rimanere lucidi.</p>
<p><strong>PAURA E PREOCCUPAZIONE: la differenza</strong><br />
Molte persone sentono paura e sono preoccupate di fronte al clima di questo periodo. LA PAURA E LA PREOCCUPAZIONE ANCHE SE SEMBRANO AVERE DEI PUNTI IN COMUNE SONO IN EFFETTI DUE ESPERIENZE DIVERSE.<br />
CAPIRE LA DIFFERENZA PUO’AIUTARE A:<br />
1 prepararsi in maniera realistica senza ansia a eventuali future minacce.<br />
2 gestire con consapevolezza le emozioni associate allo stato di allerta.</p>
<p><strong>La preoccupazione</strong><br />
E’ quello stato di anticipazione per qualcosa che deve ancora accadere, lo immaginarsi uno scenario a tinte fosche invece di prendere in considerazione ciò che effettivamente accade intorno nel presente. Preoccuparsi è controproducente.<br />
Meglio essere informati e mantenere i contatti con gli altri invece di lasciare che la propria immaginazione sia fonte di ansia. Consumare troppa energia nel preoccuparsi anticipatamente può impedire di agire in caso di reale pericolo.<br />
La PREOCCUPAZIONE e i pensieri negativi possono far scattare l’ansia.<br />
Le persone che entrano in uno stato d’ansia spesso hanno pensieri che peggiorano il loro stato d’animo, sono bloccati in quei pensieri, interpretano in maniera negativa i comportamenti degli altri intorno.</p>
<h2>Che gli uccelli dell’ansia e della preoccupazione volino sulla vostra testa, non potete impedirlo; <span style="color: #800080;">ma potete evitare che vi costruiscano un nido.</span><br />
<span style="color: #800080;">proverbio cinese</span></h2>
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		<title>Leadership e gruppi: la chiave del successo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 12:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Caravella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per leadership si suole intendere quel processo mediante il quale ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify"><span style="color: #800080">Per leadership si suole intendere quel processo mediante il quale una persona (leader) guida i membri del gruppo verso la formulazione e il conseguimento di determinati obiettivi attraverso la messa in atto di azioni specifiche. Ma quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un leader? In che modo un singolo individuo può guidare un gruppo di persone verso il raggiungimento di mete condivise?</span></h3>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/Jose_Mourinho-leader.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/Jose_Mourinho-leader.jpg" alt="" width="429" height="262" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In accordo con quanto sostenuto da Turner (1991), il <strong>leader</strong> gioca un ruolo fondamentale nel dirigere le attività di un gruppo, nel mantenimento delle sue tradizioni e nell’assicurare il raggiungimento dei suoi obiettivi. Il processo di leadership si basa sui meccanismi dell&#8217;influenza sociale, tanto che secondo Brown (1989) il leader è quel soggetto che in un <strong>gruppo</strong> influenza gli altri membri<strong></strong> più di quanto ne sia egli stesso influenzato.</p>
<p style="text-align: justify">Diversi studiosi nel corso degli tempo hanno tentato di spiegare il fenomeno della <strong>leadership</strong>, focalizzando l&#8217;attenzione sui fattori che determinerebbero l&#8217;efficacia del leader. In tal senso è possibile distinguere tre principali approcci teorici: l&#8217;a<em>pproccio personalistico</em> basato sulla teoria della grande persona, l&#8217;<em>approccio situazionale</em> e l&#8217;<em>approccio interazionista, </em>incentrato sulla teoria della contingenza.</p>
<p style="text-align: justify">La <em>teoria della grande</em> persona si focalizza su quei <strong>tratti di personalità</strong> che renderebbero un individuo maggiormanete adatto rispetto agli altri per ricoprire posizioni di potere. Tuttavia, le ricerche che nel corso degli anni hanno tentato di supportare questa teoria, hanno generato risultati modesti e limitati. In generale si può dire che i le caratteristiche di personalità associate maggiormente al leader sono intelligenza, sicurezza di sè, controllo, tolleranza allo stress, e motivazione al successo. L&#8217;insieme di queste caratteristiche costituisce il cosiddetto <strong>carisma</strong> che distinguerebbe il leader dagli altri membri del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo l&#8217;<em>approccio situazionale</em>, invece, il ruolo di leader dipende dalle richieste funzionali della situazione. Secondo quanto sostenuto da Bales (1950), infatti, la leadership è il prodotto della situazione. In funzione di ciò il leader più efficiente in una determinata <strong>situazione</strong> risulterà essere l&#8217;individuo meglio attrezzato per guidare il gruppo verso il raggiungimento dei propri obiettivi, mentre in un altro contesto o in un momento diverso è possibile che sia qualcun altro il leader dello stesso gruppo.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;approccio interazionista anzichè incentrarsi esclusivamente sulle caratteristiche personali del leader o sui fattori situazionali ne indaga la relazione. Secondo la <em>teoria della contingenza</em> elaborata da Fiedler (1965) l&#8217;efficacia della leadership è il risultato dell&#8217;interazione tra le caratteristiche personali del leader e quelle del contesto in cui si trova a operare.</p>
<p style="text-align: justify">Un elemento senza dubbio fondamentale per assicurare una leadership efficace è il tipo di <strong>comportamento</strong> messo in atto dal leader nel guidare le azioni del gruppo di riferimento. L&#8217;efficienza e lo stato d&#8217;animo del gruppo, infatti, risultano essere strettamente connessi al modo in cui il leader esercita la sua funzione di comando, e al tipo di clima sociale che riesce a ricreare all&#8217;interno del gruppo stesso. Sulla base di queste convinzioni, Lewin, Lippit e White (1939) portarono avanti una serie di esperimenti per comprendere le conseguenze dell’adozione di diversi stili di leadership sui membri del gruppo, e per verificare e quali tra essi risultasse infine più funzionale al gruppo in termini di produttività, gradimento e aggressività, evidenziando tre specifici stili di leadership:</p>
<ol style="text-align: justify">
<li><span style="text-decoration: underline"> autocratico</span>→ organizza le attività del gruppo, stabilendo i metodi di lavoro e assegnando i singoli compiti. Commenta generalmente il lavoro svolto senza prendervi parte.</li>
<li><span style="text-decoration: underline"> democratico</span>→ favorisce la partecipazione all&#8217;interno del gruppo, discutendo con loro le attività da svolgere e i metodi di lavoro, consentendo a ciascuno di scegliere i propri compagni di lavoro. Cerca di essere un vero e proprio membro del gruppo.</li>
<li> <span style="text-decoration: underline">permissivo</span>→ lascia al gurppo la possibilità di agire in piena libertà, intervenendo solo se interpellato.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify">I risultati emersi hanno dimostrato in linea generale come lo stile di leadership democratico risulti essere quello più indicato in funzione ai livelli di produttività, gradimento e aggressività manifestati dai partecipanti agli esperimenti. A prescindere dagli stili di leadership appena descritti, è comunque possibile varie tipologie di leadership anche in base al ruolo che il leader riveste all&#8217;interno del gruppo. In tal senso, Bales (1950) ha distinto tra:</p>
<ul>
<li>lo <em>specialista nel compito</em>, che tende a partecipare in maniera maggiore all&#8217;attività del gruppo, e viene ritenuto come quello maggiormente in grado di aiutare il gruppo per eseguire il compito attuale;</li>
<li>lo <em>specialista socio-emozionale</em>, che si concentra prevalentemente sui sentimenti e sulle opinioni degli altri membri del gruppo, dando grande rilevanza agli aspetti motivazionali.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Negli ultimi anni, diverse ricerche hanno tentato di ridare nuova vita al concetto di carisma evidenziandone l&#8217;importanza che riveste per una leadership di successo. Tuttavia, in questo nuovo approccio il carisma non viene più considerato nella sua accezione convenzionale, ossia come tratto di personalità, bensì come una caratteristica derivante dalla relazione che si instaura tra il leader e gli altri membri del gruppo. Sulla scia di queste ricerche, Bass (1985) ha sottolineato la differenza tra <em>leadership trasformazonale</em> e <em>leadership transazionale, </em>spostando di fatto il focus sul processo di leadership. La prima è quella tipologia di leadership mediante cui il leader motiva e spinge i propri seguaci a compiere uno sforzo in più per raggiungere gli obiettivi prestabiliti e condivisi. La seconda, invece, è una tipologia di leadership in cui il leader risulta essere molto più reattivo, intervenendo prevalentemente nel momento in cui si manifesta un problema.Come sostenuto da Bass, la leadership trasformazionale, per i comportamenti che la caratterizzano, può favorire un potenziale aumento della <strong>performance</strong> del gruppo in tutte le situazioni, e in particolar modo in quelle caratterizzate da instabilità e cambiamento. Un aspetto particolarmente interessante quando si parla di leadership riguarda il processo decisionale attraverso cui il leader determina le azioni e gli obiettivi del gruppo. A tal proposito, Vroom e Yetton (1973) all&#8217;interno del loro modello della contingenza descrivono questo processo di <strong>decision making </strong>illustrando 5 possibili alternative (caratterizzate da differenti gradi di partecipazione e  di consultazione del gruppo) tra cui il leader può scegliere per giungere a decisioni efficaci:</p>
<ol style="text-align: justify">
<li> decidere autonomamente senza consultare nessuno</li>
<li>ottenere qualche idea e informazioni da parte del gruppo, continuando però a decidere in piena autonomia</li>
<li>condividere il problema con gli altri, dando spazio ai loro suggerimenti ma continuando a prendere la decisione in autonomia</li>
<li> riconoscere l&#8217;utilità dei suggerimenti provenienti dagli altri membri del gruppo, scegliendo se accettarli o meno</li>
<li>favorire la partecipazione e la piena condivisione del problema nella speranza di giungere a una soluzione collettiva consensuale</li>
</ol>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, i due autori precisano che la scelta tra queste alternative dipende dalla natura del compito e dalle caratteristiche del leader.</p>
<p style="text-align: justify">Anche il processo per mezzo del quale il leader aquisisce <strong>influenza</strong> all&#8217;interno del gruppo indirizzandone il comportamento, è un aspetto molto importante. La <strong>legittimazione</strong> del leader dipende infatti da diversi fattori.Un primo elemento da considerare è il modo in cui il leader raggiunge la sua posizione di comando: è stato eletto dal gruppo, o è stato investito di tale potere da un&#8217;autorità esterna? In tal senso si suole anche distinguere tra leadership formale e informale, oltre che tra leadership diretta e indiretta. Hollander ritiene che un leader eletto dal gruppo goda di una legittimità superiore rispetto a uno proveniente dall&#8217;esterno. Anche l&#8217;identificazione iniziale con le norme del gruppo è molto importante, in quanto aumenta il livello di <strong>credibilità</strong> del leader, così come anche la competenza manifestata nei riguardi del compito.Infine, è estremamente importante che il leader sia in grado di identificarsi con gli ideali, i valori e le aspirazioni del gruppo, perchè solo così riuscirà a godere della piena <strong>fiducia </strong>da parte del gruppo di riferimento.</p>
<h4 style="text-align: justify">La leadership rappresenta, dunque, un aspetto fondamentale per qualsiasi gruppo, in quanto consente di unire e indirizzare le risorse, le motivazioni e le individualità di ogni singolo individuo verso il raggiungimento di obiettivi comuni e socialmente condivisi, anche attraverso performance fuori dalla norma. <span style="color: #800080">L&#8217;importanza che riveste la figura del leader nel garantire il successo al gruppo è ben sintetizzata dalle parole di Plutarco, che riferendosi a Giulio Cesare scriveva: <em>&#8220;i nemici avrebbero avuto la vittoria se avessero avuto chi sa vincere</em>&#8220;.</span></h4>
<h4 style="text-align: justify">_________</h4>
<p style="text-align: justify" dir="ltr"><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Lewin, K., Lippitt, R., White, R.(1939). Patterns of aggressive behavior in experimentally created social climates. <em>Journal of Social Psychology, 10,</em> 271-301.</p>
<p style="text-align: justify">Bass, B.M. (1990). From transactional to trasformational leadership: Learning to share vision. <em>Organizational Dynamics, 18,</em> 19-31.</p>
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		<title>Pedofilia e media. Lettera a &#8220;Le iene&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 07:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mirabella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qui di seguito pubblico una mia lettera inviata alla redazione ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Qui di seguito pubblico una mia lettera inviata alla redazione del programma televisivo “Le Iene”.</span></h2>
<h2>La pubblico con la speranza che possa essere uno stimolo ad una fruizione consapevole e a non subire supinamente, ma ad intervenire ogni qual volta si è spettatori di simili messaggi veicolati con il solo scopo di intrattenere, anziché istruire ed educare.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/pedofilia_femminile.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8120" title="pedofilia_femminile" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/11/pedofilia_femminile.jpg" alt="" width="483" height="302" /></a></p>
<p>Spett.le IENE, mi chiamo Giuseppe Mirabella e attualmente frequento l&#8217;ultimo anno della facoltà di Scienze e tecniche psicologiche di Enna. Innanzitutto voglio farvi i miei più sentiti complimenti per la puntata di ieri 24 Aprile 2006, in particolare mi riferisco al servizio sulla pedofilia,( di quello &#8220;squallido personaggio&#8221; di Verona), pedofilo, ma a mio parere non malato dove la parola malattia potrebbe essere usata per deresponsabilizzare il soggetto, il quale dal suo modo di narrare le sue “schifose gesta” dava la sensazione di non rendersi conto del danno arrecato alle sue piccole vittime indifese, quindi imperdonabilmente inconsapevole ma assolutamente colpevole dello scempio compiuto e perpetuato per anni. Dopo i meritati complimenti per aver aiutato le autorità ad effettuare l&#8217;arresto, permettetemi di farvi una critica, a mio avviso costruttiva.</p>
<p>Secondo me sarebbe stato eccezionalmente utile contrapporre alle dichiarazioni del pedofilo, l&#8217;intervento di professionisti, i quali avrebbero esplicitato gli irrimediabili traumi esistenziali arrecati alle piccole vittime, questi interventi sarebbero stati utili per istruire ed educare ( non è forse questa una delle missioni più importanti della tv?), così da sensibilizzare e magari consapevolizzare, (fosse uno solo ), chi è attratto da questo tipo di aberrazioni sessuali.</p>
<p>Spero che rientri nelle vostre possibilità e nel vostro interesse valutare questa mia proposta.</p>
<h2>Con la speranza di veder realizzare, magari nelle prossime puntate questo mio suggerimento.</h2>
<h2><span style="color: #800080;">Fiducioso vi ringrazio anticipatamente.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Halloween: il lato piacevole della paura</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 10:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Rosati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricorrenza di Halloween corrisponde alla Vigilia della Festa di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">La ricorrenza di Halloween corrisponde alla Vigilia della Festa di Ognissanti:</span> lo stesso nome deriva dalla contrazione del termine inglese “All Hallows’ Eve”, che appunto significa “vigilia di tutti i santi”.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/halloween.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8059" title="halloween" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/halloween.jpg" alt="" width="478" height="357" /></a></p>
<p>Le origini di Halloween, però, sono antecedenti al Cristianesimo. Secondo le tradizioni pagane infatti, nella notte del 31 ottobre i morti tornavano a fare visita ai vivi. Per spaventare gli spiriti e tenerli lontani, ci si vestiva con pelli di animali uccisi e maschere mostruose oppure si lasciava cibo sulla porta di casa, in modo da evitare, placandoli, le loro malefatte.</p>
<p>Alcuni di questi riti, riveduti e corretti, possono ancora essere riconosciuti nell’attuale festa di Halloween, durante la quale i bambini, mascherati da fantasmi, bussano alla porta dei vicini di casa, recitando la famosa rima: “dolcetto o scherzetto?”</p>
<p>Ma Halloween non è solo una festa per bambini: in questa occasione anche gli adulti amano travestirsi da spiriti maligni, morti viventi, fantasmi o vampiri, creando atmosfere lugubri, piene di finte bare, sangue, scheletri e ragnatele.</p>
<p>Ma cosa può esserci di divertente in questa macabra rappresentazione? Come mai durante la notte di Halloween molti si sottopongono a maratone di film horror, circondati da candele, immersi in un’inquietante penombra?</p>
<p><strong>In breve, dunque, perché molte persone amano spaventarsi?</strong></p>
<p>Per tentare di spiegare questo fenomeno è necessario prendere in considerazione diversi livelli tra loro strettamente interconnessi, da quello biologico a quello culturale.</p>
<p>La paura, come altre emozioni di base, scatena una serie di reazioni psicofisiche intense, difficili da ignorare.</p>
<p>Quando ad esempio ci troviamo a vivere una situazione rischiosa, tutte le nostre percezioni vengono immediatamente esaltate per migliorare la capacità di reazione (attacco o fuga) di fronte al potenziale pericolo: questa eccitazione può tradursi in un piacere euforizzante, grazie al rilascio nel nostro cervello di sostanze che generano, in varia misura, un senso di benessere.</p>
<p>Fin da piccoli, quindi, veniamo attratti e cerchiamo di suscitare forti emozioni, che danno colore alla nostra vita. Ovviamente, crescendo affiniamo la capacità di fare valutazioni e di decidere se la modalità, attraverso la quale intendiamo procurarci quel piacevole brivido, sia più o meno compatibile con la nostra incolumità fisica e mentale.</p>
<p>Alcuni individui, alla continua ricerca di stimoli nuovi e coinvolgenti, in verità, pur di provare emozioni intense, mettono a repentaglio la propria vita, rimanendo spesso vittime dei loro comportamenti disadattivi.</p>
<p>Tuttavia, la maggior parte delle persone solitamente sperimenta come piacevole un rischio che sia in qualche modo calcolato. Infatti, affinché la tensione provocata dalla paura sia valutata in modo positivo, tanto da poter godere di un’esperienza normalmente considerata sgradevole, è necessario avere consapevolezza di non essere realmente in pericolo.</p>
<p>Grazie alla possibilità di ricorrere allo scherzo, sapendo che non potrà accadere nulla di male, è possibile avvicinarsi e perfino intrattenersi con il timore dell’ignoto, riuscendo a dominarlo.</p>
<p>Paradossalmente, dunque, spaventarsi per gioco ad Halloween può depotenziare paure ataviche, presenti in ognuno di noi, come la paura della morte.</p>
<h2>La consuetudine di travestirsi da streghe, diavoli, fantasmi ed animali feroci può inoltre servire ad esprimere in una forma divertente e innocua, quelle parti di noi, <span style="color: #800080;">come l’aggressività e la voglia di trasgredire, che in genere tendiamo a reprimere, perché troppo ardite o socialmente sconvenienti, e che dietro la maschera riescono finalmente ad emergere.</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La psicoterapia funziona! Meglio degli psicofarmaci.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 08:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisabetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ stato scoperto dalle osservazioni condotte durante la Risonanza Magnetica ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">E’ stato scoperto dalle osservazioni condotte durante la Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI),</span> una tecnica di osservazione delle aree del cervello attive in determinate circostanze o attività (leggere, parlare, ascoltare, ricordare, fare sesso, ecc) che la psicoterapia agisce sul cervello modificandolo.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/psicoterapia.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-7945" title="psicoterapia" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/10/psicoterapia.png" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p>“In base alle osservazioni condotte con la tecnica della Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI) è risultato che la psicoterapia può modificare la struttura del cervello. La scoperta è stata presentata durante il &#8221; 20° Congresso mondiale di Medicina psicosomatica&#8221; tenutosi a settembre 2009 a Torino. Secondo gli esperti, la psicoterapia e&#8217; in grado di modificare l&#8217;attivazione di aree specifiche cerebrali in modo tale che l&#8217;individuo possa gestire meglio emozioni negative quali ansia, panico, depressione, paura.” (da La Stampa del 23/09/2009).</p>
<p>Questa tecnica di indagine (fRMI) ha, quindi, evidenziato che, per esempio, pazienti sofferenti per fobie, ansia o stati depressivi più o meno gravi presentavano, dopo essersi sottoposti per qualche mese ad un ciclo di incontri con uno psicoterapeuta, i livelli di attivazione delle aree cerebrali interessate nel disturbo specifico del tutto vicine alla norma, come se avessero assunto dei farmaci.</p>
<p>Ecco un esempio maggiormente esplicativo: “C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte &#8211; l’area pre-frontale laterale destra &#8211; si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.” ( da La Stampa del 23/09/2009)</p>
<p>In questo caso specifico è chiaro ed evidente che il cervello della persona si è modificato. Si è modificata, in particolare, la struttura dei neuroni (cioè, la materia di cui il cervello è composto). L’aspetto più interessante e innovativo, però, risiede nel fatto che tutto ciò è accaduto senza intervenire farmacologicamente (come purtroppo molto spesso si fa in Italia), ma solamente grazie alla psicoterapia, grazie, cioè, alla relazione tra un individuo (paziente) e un altro (psicoterapeuta).</p>
<p>La terapia della psiche (della mente o del pensiero, se preferite) è in grado di far cambiare forma ed anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sulle interrelazioni tra gli aspetti biologici (organici) e neuronali (psicologici, se vogliamo) cioè su quelli che in gergo scientifico sono detti circuiti neurobiologici. La psicoterapia “Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma”, spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ha ospitato il congresso. ( da La Stampa del 23/09/2009)</p>
<p>Fortunatamente, quello dell’utilizzo della psicoterapia al posto dei farmaci è un procedimento che sta consolidandosi negli anni, nonostante la tendenza diffusissima a ricorrere ai farmaci per molti disturbi o disagi che potrebbero efficacemente essere affrontati con la psicoterapia.</p>
<p>Non è insolito, infatti, che genitori di bambini “irrequieti”, oppure persone con problemi di ansia, fobie, ossessioni, attacchi di panico, depressione, distorsioni dell’umore ecc., si rivolgano preferenzialmente a neurologi, psichiatri o neuropsichiatri per risolvere i propri disagi; e non è insolito, purtroppo, nemmeno il fatto che tali operatori prescrivano farmaci a iosa, con leggerezza e intenzionalità anche quando sanno benissimo che basterebbe un ciclo di psicoterapie o un affiancamento di sedute di psicoterapia alla terapia farmacologica. Certo è che non tutti gli psichiatri, neurologi e medici di base sono così insensibili, purtroppo, però, manca in Italia il pieno sviluppo di quella funzione informativa che essi dovrebbero attuare, manca, cioè la funzione “ponte” tra la medicina e la psicoterapia.</p>
<p>Il fatto ancora più sconcertante, per non dire terrificante, riguarda proprio i bambini, cioè la facilità con cui, anche a loro, oggi vengono somministrati farmaci per problemi e disagi a cui si potrebbe far fronte benissimo con le parole, l’ascolto, con l’educazione, l’amore e regole comportamentali chiare e adeguate.</p>
<p>E’ il caso,per esempio, di bambini che se mostrano frequenti distrazioni in classe o un’eccessiva aggressività con i compagni, oggi, vengono classificati come malati di ADHD, cioè della “sindrome da deficit di attenzione e iperattività”. In pratica, il bambino viene subito considerato un malato mentale, riconducendo ad un deficit fisiologico quello che, spesso, è un problema ambientale o sociale. Ma, l’aspetto peggiore sta negli effetti collaterali e a lungo termine dell’uso di tali farmaci: il Ritalin (della Novartis), per restare nell’ambito dell’esempio dei bambini, fino al 2003 era classificato insieme agli oppiacei, alla cocaina, all’eroina e all’LDS (nella tabella n.7 della Farmacopea), poi, per decreto ministeriale, è passato nella sottotabella IV, dove si trovano le benzodiazepine e gli altri psicofarmaci. Questa decisione non ha nessun fondamento scientifico, né logica di benessere o utilità, in quanto la stessa Novartis mette guardia, nella scheda tecnica del farmaco, circa i rischi dell’uso di tale farmaco. Si legge, infatti, “un uso abusivo può indurre marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale (…) Si richiede un’attenta sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto poiché si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica”. Praticamente, si tratta di un farmaco che provoca effetti molto peggiori di quelli che dovrebbe curare! Anche nella “Guida all’uso dei farmaci” stilata dal Ministero della Salute si parla di effetti collaterali anche peggiori e, nonostante ciò, basta che un bambino sia un po’ negligente, corra, si dimeni sulla sedia, parli troppo, si agiti o ascolti poco che i genitori vengano indirizzati ad una visita specialistica da cui, se il professionista è un sciacallo, può scaturire la prescrizione di un farmaco e non di una psicoterapia.</p>
<h2>La psicoterapia, anche in questo caso, è meglio! Per lo meno non ha effetti collaterali.</h2>
<h2><span style="color: #800080;">Pensateci.</span></h2>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Bibliografia e fonti:</strong></p>
<p>- Kandel ER. Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 1999 Apr; 156(4):505-24.</p>
<p>- Miniver. Settembre 2006, n.4, pg. 6 “Anti depressivi e suicidi infantili. Quando gli psicofarmaci vengono dati ai bambini”.</p>
<p>- Quotitiano:“La Stampa” del 23/09/09</p>
<p>- www.psicoanalisi.it</p>
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		<title>Luoghi, identita&#8217; e attaccamento</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 17:35:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Caravella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Che la nostra identità, oltre ai nostri atteggiamenti e comportamenti, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3 style="text-align: justify"><span style="color: #800080"><span style="color: #000000">Che la nostra identità, oltre ai nostri atteggiamenti e comportamenti, sia infuenzata in maniera determinante dall&#8217;appartenenza a uno o più gruppi è cosa ormai nota e ben descritta nell&#8217;ambito della teoria dell&#8217;identità sociale.</span> Ma qual è l&#8217;influenza esercitata su di essa da parte dei luoghi in cui viviamo o abbiamo vissuto? In che modo, ad esempio, il quartiere dove siamo cresciuti, la città in cui ci siamo trasferiti per studiare o lavorare, entrano in gioco nella costruzione del nostro Sé, e influiscono su ciò che pensiamo e facciamo?<br />
</span></h3>
<p style="text-align: center" dir="ltr"> <a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/foto-Sao-Paulo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-7721" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/09/foto-Sao-Paulo.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Il concetto di identità di luog<strong>o</strong> risale agli anni &#8217;70, anche se la tematica riguardante il ruolo svolto dall&#8217;ambiente fisico nella costruzione del Sé era già stato trattato da  James, Freud, Mead e Jung.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Nel 1978 è Proshansky a fornire la prima definizione esaustiva del concetto definendo l&#8217;<strong>identità di luogo</strong> come &#8220;una parte  unica dell&#8217;identità di sé che rimanda a quelle dimensioni del Sé che definiscono l&#8217;identità personale dell&#8217;individuo in relazione all&#8217;ambiente fisico attraverso un complesso sistema di idee, credenze, preferenze, sentimenti, valori, e mete consapevoli e inconsapevoli, unite alle tendenze comportamentali e alle abilità rilevanti per tale ambiente&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Defininedo l&#8217;identità di luogo come un set di cognizioni che l&#8217;individuo forma sul contesto ambientale in cui vive e ha vissuto, Proshansky attribuisce  all&#8217;identità di luogo nell&#8217;ambito di 5 funzioni:</p>
<ol style="text-align: justify">
<li>riconoscimento</li>
<li>determinazione dei significati</li>
<li>esigenze espressive</li>
<li>mediazione nei confronti dei cambiamenti</li>
<li>difesa dall&#8217;ansia</li>
</ol>
<p style="text-align: justify" dir="ltr"> Le prime due funzioni fanno riferimento all&#8217;importanza di poter riconoscere e dare un significato a ciò che fisicamente ci circonda. Ciò avviene confrontando costantemente il luogo in cui ci si trova con quello che Proshansky e collaboratori definiscono &#8220;<em>passato ambientale&#8221;</em>, ossia l&#8217;insieme di tutti i luoghi fisici già esperiti da una persona, unito al valore e al significato emotivo attribuito a quei posti. Da ciò si evince come sia rischioso ai fini dell&#8217;identità effettuare cambiamenti continui e drastici soprattutto per i bambini, che ancora non hanno un&#8217;identità ben definita e che per questo necessitano di tempo per riconoscere e attribuire un significato a un determinato ambiente fisico. La terza funzione si riferisce alla necessità di esprimere il valore e il significato che un luogo rappresenta per noi, in modo da poter verificare anche tramite il confronto con gli altri se queste cognizioni siano effettivamente congruenti con le reali caratteristiche di quell&#8217;ambiente. La quarta funzione si richiama a quelle cognizioni che ci consentono di acquisire un adeguato livello di controllo ambientale che ci permetta di gestire in maniera equilibrata eventuali cambiamenti di setting ambientale e le possibili incongruenze che di conseguenza potrebbero emergere tra la nostra identità di luogo e il contesto. L&#8217;ultima funzione riguarda quelle informazioni rilevanti e utili per fronteggiare  eventuali minacce al nostro benessere psico-fisico provenienti da determinati setting.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr"> Un altro contributo teorico che aiuta a far chiarezza sul concettodi identità di lugo è quello fornito da Breakwell (1996) che nell&#8217;ambito della <span style="text-decoration: underline">Teoria del processo di identità</span> sostiene che i luoghi, in quanto simboli sociali, sono particolarmente utili all&#8217;individuio per la costruzione della sua identità.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Gli individui, infatti, nell&#8217;ambito delle loro esperienze, tenderebbero a caricare i luoghi in cui tali vicende personali si sono verificate di significati emotivi che con il passare degli anni si concretizzano nei ricordi. In tal senso, ogni luogo può evocare <em>ricordi personali</em> (chi non ricorda, ad esempio, il luogo in cui ha conosciuto la propria moglie o fidanzata ?), o <em>ricordi collettivi</em> collegati ad eventi e posti particolarmente significativi per un gruppo o per un&#8217;intera nazione (pensiamo ai vari monumenti eretti nei luoghi in cui numerosi partigiani persero la vita durante la II guerra mondiale).</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Ogni luogo, quindi, attraverso i significati ad esso attribuiti, permetterebbe all&#8217;individuo di rafforzare oltre che il senso di continuità e di distintività del proprio Sé, anche i livelli di autoefficacia e di autostima.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">È interessante notare che anche nell&#8217;ambito dell&#8217;identità di luogo può verificarsi un processo del tutto simile a quello della dissonanza cognitiva: quando il senso di appartenenza ad un determinato luogo risulta essere incongrunete con altre cognizioni relative al proprio Sé, o rischia di intaccare la propria autostima, l&#8217;individuo può mettere in atto due strategie: modificarne la salienza o ridefinire il valore e il significato attribuitogli.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr"> Breakwell chiarisce, inoltre,  quali sono i possibili effetti che possono scaturire dall&#8217;essere in luoghi nuovi o diversi da quelli precedentemente esperiti:</p>
<ul style="text-align: justify">
<li>attenuazione: la lontananza dai luoghi più salienti per la propria identità può diminuire l&#8217;importanza e la valenza che tali luoghi rivestono per il proprio Sé;</li>
<li>minaccia: i nuovi luoghi possono intaccare l&#8217;equilibrio di valori e credenze precedentemente create dai luoghi a noi più familiari;</li>
<li>trasferimento: il nuovo luogo può sostitutire quello precedente.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">In funzione di quanto detto emerge abbastanza chiaramente l&#8217;importanza che assume questo legame affettivo che ci lega a determinati luoghi. Un legame affettivo che può essere descritto una speciale forma di <strong>attaccamento al luogo</strong> definita da Rubinstein e Parmelee (1992) come &#8220;un insieme di sentimenti che si riferiscono a un luogo geografico, i quali legano emotivamente una persona a questo luogo in funzione del suo ruolo e come setting esperenziale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #000000">I concetti di identità e di attaccamento riferiti a determinati setting ambientali , dunque, comprendono una serie di <strong>cognizioni</strong> e <strong>significati emotivi</strong> che sono alla base di quel legame affettivo a volte indelebile, e a volte temporaneo, che ci vincola a uno o più luoghi. </span></p>
<h4 style="text-align: justify"><span style="color: #800080">In tal senso, quella stanza, quella strada o quella città che ritroviamo costantemenbte nei nostri ricordi, contribuiscono a formare il nostro Sé rafforzando la nostra autostima e il nostro senso di autoefficacia, permettendoci di agire in maniera consapevole e responsabile nell&#8217;ambiente che ci circonda</span><em><span style="color: #800080">.</span></em> Cognizioni e significati che è bene imparare a conoscere e gestire, perchè oltre a fornire un contributo importantissimo per la formazione della nostra identità, a volte possono anche indurre  atteggiamenti e comportamenti di intolleranza e ostilità causati appunto da un conflitto di identità e di attaccamento nei confronti del medesimo luogo conteso da soggetti e gruppi differenti.</h4>
<p>__________</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr"><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Proshansky, H. M. (1978). &#8220;The city and self-identity.&#8221; Environment and Behavior, 10, 147–169.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Proshansky, H.M., Fabian, A.K., Kaminoff, R. (1983), &#8220;Place-identity: Physical world socialization of the self&#8221;. In Journal of Environmental Psychology, 3, pp. 57-83.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Rubinstein, P.L., Parmelee, P.A. (1992), &#8220;Attachment to place and the representation of the life course by the elderly&#8221;. In Altman, I. Low, S.M. (a cura di) Place Attachment. Plenum Press, New York, pp. 139-163.</p>
<p style="text-align: justify" dir="ltr">Bonaiuto, M., Breakwell, G.M., &amp; Cano, I. (1996). &#8220;Identity process and environmental threat: the effects of nationalism and local identity upon perception of beach pollution&#8221;. Journal of Community &amp; Applied Social Psychology, 6, 157-175.</p>
<p dir="ltr">
</div>
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		<title>L&#8217;orientamento politico? Dipende dal nostro cervello</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 23:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Caravella</dc:creator>
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<h3><span style="color: #800080"><strong>Da cosa dipendono le nostre preferenze politiche? La risposta è certamente complessa e comprende diversi elementi come ad esempio i nostri valori, i nostri interessi, il contesto socio-culturale in cui siamo cresciuti, e le varie tecniche persuasive utilizzate nell&#8217;ambito della comunicazione politica. <span style="color: #000000">Tuttavia, una ricerca britannica ipotizza che sia la conformazione di alcune aree del nostro cervello a influenzare in maniera determinante il nostro orientamento politico.</span></strong></span></h3>
<p style="text-align: center"><span style="color: #800080"><strong><span style="color: #000000"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/Elezioni-3.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-7576" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/08/Elezioni-3.jpg" alt="" width="289" height="207" /></a><br />
</span></strong></span></p>
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<p style="text-align: justify">Lo <strong>studio</strong> è stato condotto da un gruppo di studiosi dello University College di Londra guidati da Ryota Kanai, ed è stato pubblicato online sulla rivista﻿ C<em>urrent Biology¹ </em>il 7 aprile 2011.</p>
<p style="text-align: justify">Gli scienziati hanno messso in relazione le <strong>preferenze politiche </strong>di 90 soggetti e la strutture di alcune aree del loro cervello. In particolare la ricerca consisteva nel chiedere ai volontari di descrivere il proprio orientamento politico  su una scala a 5 punti che andava da molto liberale e molto conservatore. Successivamente, attraverso una ﻿<strong>risonanza megnetica funzionale </strong>(fMRI), gli studiosi hanno provveduto ad analizzare la struttura cerebrale dei soggetti interessati, scoprendo che i  <span style="text-decoration: underline"><strong>liberali</strong></span><strong> </strong>presentavano una <em>corteccia cingolata anteriore</em> più grande, mentre i <span style="text-decoration: underline"><strong>conservatori</strong></span> avevano un&#8217;<em>amigdala</em> di dimensioni maggiori.</p>
<p style="text-align: justify">É bene ricordare che la <strong>corteccia cingolata anteriore</strong> (CCA) è quella regione del cervello responsabile del processo valutazione in merito alle decisioni da prendere ed è implicata nell&#8217;attribuzione di significati emotivi alle nostre esperienze,  oltre ad essere coinvolta nella motivazione e nella componente affettiva del dolore. Essa può essere definita la sede del cosiddetto &#8220;<em>sesto senso</em>&#8221; perchè è da questa area che proviene quella sensazione di inadeguatezza o di malessere che esperiamo quando abbiamo l&#8217;impressione che ci sia qualcosa che non va. In tal caso, questo sesto senso ci avvisa in maniera inconscia che la risposta fornita dall&#8217;organismo è inadeguata rispetto alla situazione. La sua funzione è praticamente quella di prepararci ad eventuali imprevisti e pericoli futuri, facendoci trovare pronti quando l&#8217;evento eventualmente si manifesterà.</p>
<p style="text-align: justify">﻿L’<strong>amigdala</strong>, invece, può essere considerata come il centro emotivo dei nostri ricordi, visto che gestisce le nostre emozioni (soprattutto quelle riguardanti lo stress, l’ansia e la paura) archiviando le esperienze ad esse connesse. La sua funzione è infatti quella di confrontare l’esperienza presente con quelle passate in modo da predisporci efficacemente all’azione, soprattutto quando si tratta di situazioni potenzialmente nocive.</p>
<p style="text-align: justify">In funzione di ciò, inoltre, come evidenziato in parte anche da un&#8217;altra <a href="http://www.nature.com/neuro/journal/v10/n10/abs/nn1979.html">precedente ricerca</a> condotta dal professor David Amodio della <em>New York University</em>, i <em>conservatori </em>sarebbero più sensibili alle emozioni associate ad una potenziale minaccia, come la paura e l&#8217;ansia, soprattutto in situazioni di incertezza. I <em>liberali, invece, </em>tenderebbero ad essere più inclini  al cambiamento e a fare nuove esperienze, e  allo stesso tempo risulterebbero essere più tolleranti e flessibili in relazione a informazioni e situazioni contraddittorie e imprevedibili.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #000000"><em>Certamente i risultati di questo studio, per quanto interessanti, necessitano quanto meno di ulteriori conferme (come sostenuto dagli stessi autori), visto che allo stato attuale siamo ben lontani dal poter sostenere che le nostre preferenze politiche siano frutto esclusivamente della conformazione del nostro cervello. Basti pensare a tutte quelle persone che non hanno un orientamento politico ben definito, o che col passare del tempo modificano le proprie preferenze. Inoltre, risulta essere troppo riduttivo ritenere che sia soltanto la fisiologia del nostro cervello a determinare un fenomeno tanto complesso, tralasciando tutti quei fattori citati all&#8217;inizio che, invece, entrano inevitabilmente in gioco. Senza dimenticare che, trattandosi sostanzialmente di atteggiamenti, la persuasione in particolare gioca un ruolo di primissimo piano. La ricerca in questione, quindi, offre spunti importanti di riflessione e di ricerca se inserita in un&#8217;ottica multicausale, che tenga conto dell&#8217;influenza esercitata da molteplici variabili di diversa natura.</em><br />
</span></p>
<h4><span style="color: #000000">Tuttavia, una cosa è certa: il lavoro condotto da Kanai e colleghi, non fa che confermare le potenzialità e le grandi prospettive di ricerca che accompagnano lo studio della</span><span style="color: #800080"> fisiologia del cervello</span><span style="color: #000000"> attraverso la tecnica della ﻿risonanza megnetica funzionale (fMRI). Un filone di studio che potrebbe aiutarci a fare maggiore chiarezza su numerosi interrogativi riguardanti il nostro modo di agire e di pensare.</span></h4>
<h4>______________</h4>
<p><em>¹http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(11)00289-2</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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