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	<title>Psicozoo - Notizie e Risposte dagli psicologi &#187; Cronaca</title>
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	<description>psicologia, disturbi della personalità, depressione, ansia, attacchi di panico, counseling</description>
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		<title>Struttura psichiatrica virtuosa rischia chiusura</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">La vita non è certo facile per chi soffre di un disturbo mentale, vivendo ogni giorno oceani di angoscia che non riusciamo nemmeno ad immaginare. </span>Altrettanto difficile è per i suoi familiari, che oltre al dolore per il problema del proprio caro, spesso non sanno come agire e a chi rivolgersi. E come se non bastasse se trovano un posto dove si sentono accolti e fanno passi avanti, non è detto che la libertà di scelta della cura non sia loro sottratta.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/05/salute-men.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6836" title="salute-men" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/05/salute-men.jpg" alt="" width="464" height="309" /></a></p>
<p>La <strong>Cooperativa Integrazioni di Casoria</strong> (Napoli) da più di 20 anni si occupa di pazienti &#8220;difficili&#8221;, persone psicotiche gravi, che spesso altre strutture non si sono sentite di prendere in carico. Lo fa in modo del tutto innovativo, partendo dal presupposto che i pazienti psichiatrici non sono &#8220;animali selvatici da tenere a bada&#8221;, ma persone che hanno diritto alla speranza di una vita psichica, sociale e familiare sana vissuta nel mondo reale. Questi risultati vengono perseguiti attraverso il lavoro paziente e appassionato di decine di operatori, psicoterapeuti e medici che ogni giorno affrontano la sfida del lavoro con la malattia mentale. In più, oltre agli strumenti classici della riabilitazione e della farmacoterapia, i pazienti seguono percorsi di psicoterapia individuale, di gruppo e familiare con il modello strutturale integrato, elaborato dal professor Giovanni Ariano, direttore della struttura e fondatore della SIPI (Società Italiana di Psicoterapia Integrata). A queste importanti terapie si aggiungono infine i percorsi d&#8217;inserimento lavorativo all&#8217;interno e all&#8217;esterno della struttura.</p>
<p>Tutto questo lavoro è stato improvvisamente messo a rischio e quasi troncato di netto, senza se e senza ma, da un comunicato inaspettato giunto lo scorso 29 Aprile dall&#8217;ASL Na2, che informava che <strong>di lì a pochi giorni il centro sarebbe stato chiuso e i pazienti trasferiti in massa in una struttura puteolana.</strong> I pazienti erano terrorizzati all&#8217;idea che da un giorno all&#8217;altro qualcuno sarebbe venuto a prelevarli per portarli in una struttura lontana e sconosciuta, così come i familiari che vedevano svanire le speranze per il percorso intrapreso dai loro cari. <strong>Una pura assurdità, motivata da un cavillo: </strong>la possibilità di contatto tra gli ospiti della residenza e quelli della comunità alloggio, solo perchè inquilini dello stesso pianerottolo.</p>
<p>Questa terribile notizia è arrivata senza preavviso per 48 pazienti, 20 della residenza psichiatrica, 8 della comunità alloggio e 20 del centro diurno. Anche il personale è stato colpito, considerando quante persone potevano da un giorno all&#8217;altro perdere il lavoro. La protesta si è subito attivata, capeggiata da decine di familiari dei pazienti che hanno intrapreso percorsi legali e rimostranze di vario genere. <em>&#8220;Non permetterò a nessuno di portare via mio fratello da questo posto&#8221;</em> &#8211; afferma la sorella di un paziente, testimoniando insieme ad altri familiari che pur avendo girato tante strutture psichiatriche, nessuna raggiunge i livelli della cooperativa Integrazioni.</p>
<p><strong>In seguito alle proteste, la decisione dell&#8217;ASL è stata momentaneamente sospesa</strong>, ma questa spada di Damocle sulla testa rende la vita e la serenità dei pazienti ancora più difficile. <em>&#8221; Non si vuole credere&#8221;</em> &#8211; sottolinea il Professor Ariano &#8211; <em>&#8220;che queste sono persone con cose da dire e non sono rassegnate al loro destino. Le istituzioni dovrebbero tenere in considerazione questo, perchè il loro recupero e reinserimento nella vita sociale vuol dire non essere più a carico dello Stato&#8221;.</em></p>
<h2>La legge sancisce la scelta e la libertà della cura. <span style="color: #800080;">Distruggere realtà e percorsi che funzionano, in nome di chissà quali interessi, non fa che uccidere la speranza.</span></h2>
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		<title>Luleki Sizwe contro gli stupri correttivi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 07:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Iesari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con “stupro correttivo” si intende una pratica violenta di “rieducazione” ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Con “stupro correttivo” si intende una pratica violenta di “rieducazione” attuata sempre più spesso nelle aree sud africane nei confronti di donne omosessuali.</span></h2>
<h2><span style="font-size: small;">In pratica, si tratta di una serie di stupri sessuali, spesso perpetuati per più giorni e da parte di più uomini. La vittima di queste violenze dovrebbe poi uscirne guarita dalla propria malattia, cioè l’omosessualità.</span></h2>
<p><span style="font-size: small;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/03/stupro-correttivo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6511" title="stupro correttivo" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/03/stupro-correttivo.jpg" alt="" width="387" height="217" /></a><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questa brutale forma di coercizione è venuta ultimamente allo scoperto grazie ad una fondazione sud africana, “Luleki Sizwe</span><span style="font-size: small;">”, che opera a città del capo per conto della LGBT, un’industria turistica rivolta a persone omosessuali, bisessuali e transessuali che desiderano viaggiare in destinazioni o strutture selezionate definite “gay-owned” (nel caso le stesse siano gestite da gay) o “gay-friendly” (con l’assicurazione cioè che non avverranno discriminazioni di sorta nei loro confronti).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La storia della nascita di questa fondazione è molto triste, e riguarda, come spesso succede, in prima persona una delle socie fondatrici. Infatti il nome Luleki Sizwe altro non è che l’unione dei nomi di due donne che sono morte a causa delle complicazioni mediche causate da uno stupro correttivo. Una di queste ragazze, era la fidanzata di una della fondatrici dell’istituzione.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Quando a questa fondazione si è presentata </span><span style="font-size: small;">Millicent Gaika, l’ennesima vittima di uno stupro correttivo, la Luleki Sizwe ha deciso di passare all’azione inviando una petizione on-line per far sì che il governo sud africano riconosca lo stupro correttivo come un crimine.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La petizione ha riscosso un enorme successo, raccogliendo più di 100.000 firme. Ma questo non può bastare. In Sud Africa, uomini come </span><span style="font-size: small;"><strong>Andile Ngoza, </strong>la persona che ha violentato Millicent, sono liberi di continuare la loro vita in libertà, convinti di aver fatto esattamente il proprio dovere.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Ma cosa porta un uomo a perpetuare una violenza così grande a discapito di una donna, con la convinzione di essere nel giusto?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Per di più in un paese come il Sud Africa, uno dei primi paesi al mondo a bandire la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e il primo paese in africa a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Secondo la Luleki Sizwe, ogni settimana, solo a Città del Capo verrebbero stuprate a fini “correttivi” quasi 10 donne.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><strong>Di fronte a numeri così inquietanti, da dove cominciare?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/03/action_aid_report_march2010.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6512" title="action_aid_report_march2010" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/03/action_aid_report_march2010-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Forse, un primo passo potrebbe essere quello di dare una dignità alle donne del Sud Africa. Insegnare nelle scuole che le donne e gli uomini sono uguali, e far sì che i grandi diano il buon esempio ai piccoli, mostrando come nella vita di tutti i giorni le donne vengono rispettate come persone e non utilizzate in quanto oggetti. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">E ovviamente, punire chi si macchia di un crimine tanto grande. Ma anche qui, alla violenza non si può rispondere con la violenza, ma piuttosto con la formazione di una nuova consapevolezza attraverso un percorso di cura; che riabiliti la persona nella sua interezza.<br />
Con questo non intendo dire che chi ha sbagliato non debba affrontare una pena, ma che solo la pena non basta.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ogni azione ha una sua causa profonda, una sua spiegazione che proviene dalla persona, dalla sua educazione, dal suo temperamento, dall’ambiente in cui cresce e dalle situazioni che vive. Delle cause così complesse non posso che richiedere un intervento complesso e articolato per ogni problema.</span></p>
<h2><span style="color: #800080;">Nella speranza che se non sarà possibile aiutare il singolo, i frutti di quanto fondazioni come Luleki  Sizwe stanno seminando, vengano raccolti dalle prossime generazioni.</span></h2>
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		<title>Isabelle Caro:madre,figlia e un tragico destino</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 07:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Ho appreso con molta tristezza e rabbia della morte della nota modella francese Isabelle Caro, venuta a mancare  il 17 novembre scorso a causa del verme che le rodeva lo spirito: l&#8217;anoressia.</span> E con altrettanti sentimenti ho sospirato alla notizia del suicidio di sua madre avvenuta la scorsa settimana. Come può essere accaduto tutto questo?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/01/disturbi-dell-alimentazione.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6273" title="disturbi-dell-alimentazione" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/01/disturbi-dell-alimentazione.jpeg" alt="" width="463" height="259" /></a></p>
<p>Diceva di sè di essere una bambina che non voleva crescere e così aveva intitolato il suolibro-confessione, in cui raccontava di un padre assente e di una madre depressa, che la chiudeva nella stanza coprendola di giocattoli e di attenzioni, per impedirle di diventare grande. Aveva solo 28 anni, Isabelle Caro, quando lo scorso novembre è morta in ospedale, vittima della malattia mentale di cui soffriva dall&#8217;età di 13 anni e che l&#8217;aveva resa simile ad uno scheletro. 31 chili per 1 metro e 65 erano le sue misure nel 2007, quando aveva posato per i controversi scatti di Oliviero Toscani, testimonial del brand &#8220;Nolita&#8221; contro i disturbi alimentari. Ma era arrivata anche a livelli peggiori: nel 2006 era andata in coma, pesando meno di 25 chili.</p>
<p>E poco dopo è stata la volta della madre, che si è tolta la vita per i sensi di colpa, secondo il marito. La cosa che mi sconcerta è che il padre di Isabelle attribuisce questi sensi di colpa al fatto che la madre avrebbe consentito il ricovero della ragazza contro la sua volontà, in seguito ad una grave disidratazione. La Caro recentemente aveva annunciato di voler guarire e di aver raggiunto il peso di 42 chili, un grande traguardo per lei. Tuttavia, il tentativo non era riuscito ed era stata inaspettatamente ricoverata presso l&#8217;ospedale Bichat. <em>&#8220;In ospedale ci avevano detto che le avrebbero  fatto  della analisi, ma che c&#8217;era bisogno di sedarla</em> &#8211; ha raccontato Christian Caro, padre della ragazza -,<em> chiunque nelle condizioni di Isabelle non avrebbe dovuto essere   sedato,  ogni medico dovrebbe saperlo&#8221;</em>. E&#8217; così che ha deciso di sporgere denuncia per omicidio doloso nei confronti dei medici.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/01/isabellecaro_anorexia3.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6272" title="isabellecaro_anorexia3" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2011/01/isabellecaro_anorexia3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Non ho in questa sede intenzione di discutere sulla colpevolezza o meno dei medici, ma credo che <strong>tutti noi dobbiamo sentirci un pò colpevoli</strong>. E forse, perdonatemi la crudeltà postuma, se la madre di Isabelle poteva avere dei rimorsi, non dovevano certe essere legati al ricovero. Quello che mi ha sempre colpito, guardando e ascoltando Isabelle parlare di sè e della sua malattia in televisione e sui giornali è: <strong>perchè una persona nelle sue condizioni è in tv e non in una struttura psichiatrica specializzata a curarsi?</strong></p>
<p>Perchè l&#8217;abbiamo guardata ostentare la sua scheletrica bruttezza e non ci siamo ribellati? Quale messaggio stava dando alle nuove generazioni? Io credo che in tv sia positivo ascoltare storie di persone che lottano, hanno lottato e che sono uscite da sofferenze terribili, soprattutto per fornire informazioni sui metodi e sulle strutture di cura. Ma che senso ha mostrare senza pietà le immagini di qualcuno che sta morendo giorno per giorno e che non intraprende un percorso di guarigione? Spero che le mie riflessioni siano smentite da qualcuno che mi racconterà di essersi convinto a curarsi dopo aver visto il livello di sofferenza a cui l&#8217;anoressia e la malattia mentale in generale può portare una persona. Ma, ahimè, finora non mi è ancora capitato.</p>
<h2>Abbiamo fagocitato il dolore di questa donna, senza chiederci perchè, giorno dopo giorno, apparizione televisiva dopo apparizione, fosse sempre più magra. <span style="color: #800080;">Non ci siamo domandati se stesse tentando di curarsi, ma eravamo solo curiosi di scrutare le sue nudità per vedere se fosse comparso qualche altro osso in vista.</span></h2>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Sacerdozio e pedofilia: che legame hanno?</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 07:00:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I numerosi episodi che hanno visto coinvolti preti accusati di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">I numerosi episodi che hanno visto coinvolti preti accusati di abusi sessuali su minori a loro affidati, hanno creato una giusta e forte indignazione nel mondo laico quanto in quello cattolico. </span>Ma aldilà della rabbia e dello sdegno, c&#8217;è un nesso causale tra la pedofilia e sacerdozio o si tratta solo di una casuale correlazione?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/11/preti-pedofili.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5716" title="Young Boy Praying by Priest" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/11/preti-pedofili.jpg" alt="" width="400" height="276" /></a></p>
<p>Spero di non offendere la sensibilità di nessuno scrivendo questo articolo che si propone di riflettere sui recenti fatti che hanno destato grande indignazione. Questo post non vuole essere una forma di accusa o di giustificazione dei gravi reati commessi, nè una mancanza di rispetto tanto verso le vittime quanto verso tutti i sacerdoti che seguono la loro vocazione con impegno e serietà. Mi sembra comunque doveroso, per chi fa un mestiere come il mio all&#8217;interno della società, interrogarsi sulla tragedia vissuta da centinaia di bambini a cui è stato fatto del male da persone in cui riponevano la loro fiducia.</p>
<p>Il primo punto su cui si dibatte rispetto agli scandali avvenuti, è <strong>l&#8217;opportunità o meno del divieto di sposarsi per i sacerdoti</strong>, accusando l&#8217;impossibilità di esprimere il proprio desiderio sessuale, comune a tutti gli uomini, anche se in abito talare, di causare disequilibri psicologici e sessuali. Un&#8217;altra ipotesi che è stata formulata, stavolta di segno opposto, è che chi si rende conto di avere un&#8217;iclinazione pedofila,<strong> scelga la vita ecclesiastica</strong> proprio per le opportunità di contatto con bambini e per il carattere protettivo dell&#8217;istituzione Chiesa. Il problema fondamentale nel dirimere la questione è che, proprio per via della protettività della Chiesa, è complicato raccogliere dichiarazioni da qualche sacerdote che sia disposto a parlare, in maniera schietta e serena di questo tema.</p>
<p>Per queste ragioni, è possibile solo avanzare delle ipotesi sul fenomeno, anche se difficili da verificare. E&#8217; davvero possibile che il celibato abbia un legame causale con la pedofilia? <em>&#8220;Essere un prete celibe inclina verso la pedofilia? Chiaramente e  decisamente no. La pedofilia inclina verso il sacerdozio? Sì, perché la  Chiesa agisce come un elemento protettivo, un ombrello, così il pedofilo  può sempre pensare che sia meglio finire nelle mani del vescovo  piuttosto che del pubblico ministero &#8220;</em> &#8211; ha affermato <strong>Padre Font</strong>, direttore dell’Instituto de Estudios de la Sexualidad y la Pareja di Barcellona -<em>&#8220;Gli istinti pedofili appaiono in adolescenza e prima giovinezza. Ciò  significa che quando si entra in seminario gli stimoli sono certi. Detto  questo, voglio chiarire che il celibato complica ulteriormente questa  situazione, perché non offre una soluzione diversa per le esigenze  sessuali di un pedofilo. Ma la Chiesa non genera pedofili. Assolutamente  no&#8221;</em>. Secondo padre Font quindi, non è il celibato a determinare la parafilia pedofila, ma è il carattere di chiusura e protezione della Chiesa a farne il covo ideale per molestatori di bambini.</p>
<p><strong>Francisco Alonso Fernández,</strong> presidente dell’ Instituto de Psiquiatras de Lengua Española, concorda con Padre Font affermando che coloro che soffrono di questo disturbo psichiatrico tendono a s<strong>cegliere professioni che li mettono a contatto con i bambini</strong>, non solo dunque il sacerdote, ma anche  l&#8217;educatore, l&#8217;allenatore, o il conducente di scuolabus. Questo problema dunque non è presente solo nel mondo cattolico, ma in tutti i contesti sociali, culturali e religiosi. <em>&#8220;In tre su quattro casi di pedofilia esisteva già una precedente relazione tra bambino e adulto, il 15% delle volte questo è un maestro&#8221;</em> &#8211; afferma lo studioso.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/11/preti-pedofili1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5717" title="preti pedofili" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/11/preti-pedofili1-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>Anche<strong> Alfredo Calcedo</strong>, vice presidente dell’Asociación Española de Psiquiatría Legal, concorda sul fatto che non è il celibato ad aumentare la tendenza pedofila, sottolineando come sia probabile che tra i religiosi vi sia la stessa percentuale di eterosessuali, omosessuali o pedofili presente nella popolazione generale. Alcuni sacerdoti denunciati, inoltre, hanno affermato di aver preso l&#8217;abito talare perchè speravano che <em>&#8220;le profonde tendenze etiche e morali della Chiesa avrebbero rallentato la loro pedofilia</em>&#8220;.</p>
<p><strong>Ignacio Moncada</strong>, coordinatore dell&#8217;Associazione spagnola di Andrologia e Urologia, assume toni più duri e schietti quando afferma che <em>&#8220;l’astinenza sessuale e il celibato sono contro natura. Nulla è  dimostrato dal punto di vista fisiologico che il ritiro porterà ad una  maggiore attrazione per i bambini ma la repressione  dell’istinto sessuale continua a metterti in una situazione di stress  psicologico come è normale, con conseguente frustrazione del singolo&#8221;</em>. La sua ipotesi è dunque che la mancanza di espressione sessuale, indispensabile per il benesere psicofisico dell&#8217;uomo, sia fonte di molto stress psicologico, anche se non è possibile quantificare quanto esso possa influire su una patologia come la pedofilia.</p>
<h2>La mia personale opinione è che, se tanti religiosi scelgono la strada del sacerdozio per vocazione e fede, altri possono sceglierla per motivi diversi. Tante persone sono inconsapevolmente terrorizzate dalla possibilità di una sessualità adulta con un partner consensiente a cui dare e da cui ricevere piacere. <span style="color: #800080;">Per alcune di queste persone, il sacerdozio può rappresentare un modo per sfuggire a quei rapporti intimi che tanto temono, così come spesso lo è la pedofilia e tutte le altre parafilie sessuali.</span></h2>
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		<title>Violenza familiare e tacite complicita&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandro Sigillò</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; di questi giorni l&#8217;ennesima sconvolgente notizia di una ragazzina ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">E&#8217; di questi giorni l&#8217;ennesima sconvolgente notizia di una ragazzina abusata sessualmente dallo zio e  poi uccisa. </span>E la domanda resta sempre la stessa: come è possibile che un “mostro”  si nasconda in casa senza che nessuno se ne accorga?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/10/Bambini-violenza.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5601" title="Bambini violenza" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/10/Bambini-violenza.jpg" alt="" width="430" height="234" /></a></p>
<p>La risposta potrebbe essere semplice: <strong>“Con la tacita complicità degli altri”</strong>! Il alcuni contesti ambientali la pratica dell&#8217;abuso viene tramandata tacitamente da generazione a generazione, come se fosse qualcosa di “non giusto” ma in qualche misura “condiviso” e dunque “tollerabile”.<br />
Stando alle ricerche, la maggior parte delle violenze sui minori avviene in famiglia, il che significa che il più delle volte l&#8217;autore di questo reato è il padre o il nonno o lo zio, o&#8230; peggio ancora tutti loro insieme!</p>
<p>E&#8217; difficile immaginare che nessuno si accorga di niente, anche perchè la prima cosa che i bambini vittime di abuso tendono a fare è quello di cercare di comunicarlo a qualcuno, anche quando sono minacciati. L&#8217;angoscia scatenata dal trauma è così potente che la vittima, quasi sempre, sviluppa uno stato di grave disagio psicologico con ansia, fobie, incubi od anche somatizzazioni. Il cambiamento d&#8217;umore è repentino ed il comportamento diventa d&#8217;improvviso scontroso ed evitante. Anche quando le pratiche di abuso vengono subite in età molto piccola, si può tracciare un quadro sintomatologico sia sul piano organico che su quello psicologico.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/10/sarah-scazzi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5600" title="sarah-scazzi" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/10/sarah-scazzi-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a>Il vero problema, però, non è a livello diagnostico, quanto piuttosto a livello di intervento. Spesso, infatti, alla diagnosi non ci si arriva nemmeno perchè coloro che dovrebbero difendere e tutelare la vittima, preferiscono “coprire”.  I pedofili, generalmente, non fanno discriminazioni rispetto al genere delle loro vittime, il che significa che quando un genitore abusa sessualmente dei propri figli, non fa differenza tra maschi e femmine, e spesso non risparmia nessuno. La tragica conseguenza sarà che tutti i piccoli della stessa famiglia cresceranno in un ambiente  malsano con lo stesso drammatico e “con-diviso” destino!</p>
<p>La cosa si complica se pensiamo a <strong>quando questi figli saranno grandi </strong>ed avranno a loro volta dei figli. Esiste una naturale tendenza a tramandare alla prole ciò che si è appreso dal proprio genitore, il che non significa necessariamente che essi abuseranno dei loro piccoli, tuttavia, il pericolo di una coazione a ripetere appare statisticamente più alto che in altri contesti.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Anche la forza di “tollerare” sarà maggiore in questi contesti, perchè denunciare l&#8217;aggressore significherà non soltanto sconvolgere l&#8217;intero sistema familiare, ma anche ammettere a sé stessi che colui per il quale si è provato un affetto filiale potentissimo è lo stesso che si è perversamente “divertito” a giocare non solo con il proprio corpo ma anche con la propria anima! </span></h2>
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		<title>Metadone: e&#8217; davvero l&#8217;unica soluzione?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 07:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei trattamenti più usati per il recupero delle persone ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Uno dei trattamenti più usati per il recupero delle persone tossicodipendenti è l&#8217;utilizzo di farmaci sotituivi, come il noto metadone e la buprenorfina.</span> Lo scopo di questi farmaci è quello di ridurre la dipendenza fisica dalla sostanza per favorire il processo di disintossicazione. Eppure si tratta di metodi rischiosi che andrebbero forse rivisitati.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/08/tossicodipendenza-copertina.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5153" title="tossicodipendenza-copertina" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/08/tossicodipendenza-copertina.jpg" alt="" width="435" height="329" /></a></p>
<p><strong>La polemica parte da un brutto fatto di cronaca. </strong>Un tossicodipendente romano ha ceduto il metadone ricevuto dal Sert ad un quindicenne, che purtroppo ha perso la vita per overdose. Ecco che un metodo di disintossicazione è diventato una forma di smercio di una sostanza che in dosi massicce è letale quanto l&#8217;eroina.</p>
<p><em>“E’ necessario porre molta piu’ attenzione nell’affidamento dei farmaci  sostitutivi (metadone e buprenorfina) alle persone tossicodipendenti in  trattamento. Bisogna rispettare i criteri piu’ rigidi al fine di evitare  la cessione impropria ad altre persone di tali farmaci” </em>- questa la posizione del <strong>Dipartimento per le politiche antidroga</strong> sulla vicenda che si esprime in una nota-  <em>“A questo proposito il DPA sta  studiando, di concerto con il Ministero della Salute, soluzioni più  idonee soprattutto per la tutela dei minori e dei bambini che a volte  vivono con persone tossicodipendenti in trattamento farmacologico ai  quali viene affidato il metadone a domicilio. <a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/08/tossicodipendenza_Eroina.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5154" title="tossicodipendenza_Eroina" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/08/tossicodipendenza_Eroina.jpg" alt="" width="258" height="189" /></a>E’ necessario quindi che i  servizi applichino una modalità di affidamento di questi farmaci in  modo più scrupoloso ed attento tenendo conto soprattutto dei criteri  che si basino su un preciso piano di reinserimento e riabilitazione del  soggetto. Prevedendo quindi l’affidamento per quelle persone che  svolgono un’attività lavorativa e che presentano malattie tali da non  poter consentire l’accesso quotidiano ai servizi. Il metadone una volta  affidato non può essere ceduto per nessun motivo.”</em></p>
<p>C&#8217;è da interrogarsi con forza dunque sui metodi tradizionali che il sistema sanitario utilizza per la riabilitazione dei tossicodipendenti. Spesso, infatti, per la carenza di personale e l&#8217;enorme afflusso delle persone ai servizi territoriali, l&#8217;affidamento di farmaci sostitutivi resta l&#8217;unica politica per il trattamento dei molti individui distrutti dalla dipendenza.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare questa terribile pratica che falcia molte vite, fondati sul reinserimento lavorativo, sul lavoro psicologico e sociale e sulla sensibilizzazione della popolazione.</span></h2>
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		<title>Mamme assassine&#8230;per amore?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 07:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Sud Africa, una giovane madre ha strangolato i suoi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In Sud Africa, una giovane madre ha strangolato i suoi due bambini con il filo di una caricabatterie per cellulare, nella sua testa come un &#8220;atto d&#8217;amore&#8221; per liberarli dalla sofferenza della vita. </span>Per noi tutto questo è aberrante, ma è davvero possibile che una mente arrivi a concepire un tale atto come segno di amore?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio_cuore_sangue.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4952" title="suicidio_cuore_sangue" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio_cuore_sangue.jpg" alt="" width="444" height="333" /></a>Lo psicologo <strong>Lourens Schlebusch</strong>, studia e descrive i casi di genitori che hanno ucciso i loro figli convinti di compiere un &#8220;<em>atto d&#8217;amore</em>&#8220;. Nel caso che vi ho presentato, la ventisettenne <strong>Saziso Mtshali</strong>, è accusata di aver ucciso sua figlia Londiswa, 8 anni, e suo figlio Samkelo, 3 anni a Umlazi, in Sud Africa lo scorso giugno. Schlebusch ha descritto l&#8217;atto omicida come un <em>&#8220;suicidio allargato&#8221;</em> perchè la donna aveva cercato prima di uccidersi. Lo specialista ritiene che in quel momento la signora non fosse in pieno possesso delle sue facoltà mentali.</p>
<p>Durante il processo Mtshali ha raccontato che lei e i suoi bambini, vivevano con la nonna ad Hlabisa ed erano andati in visita al padre dei bambini per le vacanze estive. Nel disfare le valige, Mtshali aveva trovato una camicia femminile e l&#8217;aveva nascosta. Quando l&#8217;uomo ha notato l&#8217;assenza dell&#8217;oggetto, l&#8217;ha affrontata e ha cominciato a prenderla a pugni e calci davanti ai bambini. Il mattino seguente ha cacciato lei e i suoi bambini da casa.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio-Medea2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4950" title="suicidio Medea2" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio-Medea2-199x300.jpg" alt="" width="214" height="322" /></a>Mtshali disperata, aveva trovato rifugio nella boscaglia e aveva passato la giornata pregando con i suoi bambini e <em>&#8220;confortandosi a vicenda, coccolandoli&#8221;</em>. Sua figlia le aveva detto che sarebbe stato meglio se tutti loro fossero morti. <em>&#8220;Quando arrivò la notte&#8221;</em> &#8211; ha affermato la donna &#8211; <em>&#8220;decisi di mettere fine alle loro vite per prevenire ogni altro abuso e sofferenza, perchè il padre non dava loro nessun mantenimento&#8221;. </em>Dopo averli strangolati, aspettò il mattino e si recò alla polizia per costituirsi. Anche se nella sua deposizione la donna non fa menzione del tentativo di suicidio, il dottor Schlebusch afferma nel suo report che  Mtshali aveva preso un cocktail di farmaci e droghe prima di compiere il terribile delitto.</p>
<p>Guidato dall&#8217;avvocato Pingla Hemraj, incaricato della difesa della donna,  Schlebusch ha definito il gesto come un suicidio allargato, nella forma di un <strong>&#8220;comportamento altruistico filo-suicida&#8221;</strong>. <em>&#8220;La donna ha esteso la sua morte autoimposta a coloro che amava, perchè non vedeva nessuna speranza per sè e per i suoi cari. &#8220;</em> &#8211; ha affermato il dottore. Durante gli interrogatori  Mtshali era molto emozionata e continuava a piangere ininterrottamente. Lo psicologo è convinto che la donna sia seriamente depressa e che tenterà ancora il suicidio, che vada in carcere o meno. Questa donna è più un pericolo per sè stessa che per la società e ha bisogno di un trattamento per poter sopportare quello che ha fatto.</p>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio-Disperazione1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4949" title="suicidio Disperazione1" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/suicidio-Disperazione1.jpg" alt="" width="196" height="285" /></a>Lontana dall&#8217;essere una potenziale killer seriale, la sua storia mostra i <strong>patterns del rifiuto</strong>: è stata abbandonata prima da suo padre e poi dal padre dei suoi figli, lasciandole un senso di impotenza e disperazione e la visione di un futuro senza speranza. <em>&#8220;In quel momento credeva davvero che l&#8217;unica soluzione possibile per lei e i suoi bambini fosse quella di morire. Non vedeva altre vie d&#8217;uscita.&#8221; </em>- ha affermato Schlebusch. Secondo lo psicologo, la morte non è necessariamente un desiderio per le persone che si sentono così, ma piuttosto la fine delle sofferenze. Mtshali ha chiesto di andare in prigione per sentirsi punita e guarire. Il dottor Schlebusch rirtiene invece che debba essere inviata in un istituto psichiatrico per essere curata. La sentenza sarà nota a settembre.</p>
<p><strong>Perchè raccontare una faccenda così lontana per spazio e cultura, quando ci son tanti casi analoghi in Italia? </strong>Perchè le storie di abbandono, di rifiuto e di violenza sono simili in tutto il mondo, anche nelle periferie delle grandi città occidentali che riteniamo governate dalla ragione.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Lungi da me l&#8217;idea di voler giustificare, ma è forte il desiderio che questi casi vengono affrontati nei loro aspetti psicopatologici e non solo come atti illeciti da punire. Solo così forse potremo provare a prevenirli.</span></h2>
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		<title>Psicologi contro la tortura</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 07:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In regime di violenza, il ruolo sociale di uno psicologo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">In regime di violenza, il ruolo sociale di uno psicologo è importante per difendere gli esseri umani dalla sofferenza e dalla crudeltà.</span> Per questa ragione, l&#8217;American Psychological Association, ha proposto di radiare dall&#8217;albo gli psicologi che assistettero e contribuirono alle azioni di tortura del regime Bush.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/tortura.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4931" title="tortura" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/tortura.jpg" alt="" width="442" height="296" /></a></p>
<p>In particolare, l&#8217;APA sta tentando di togliere la licenza all&#8217;esercizio della professione ad uno psicologo accusato di aver assistito e collaborato alle torture operate dalla CIA sui prigionieri.  Si tratta del dottor  <strong>James Mitchell</strong>, psicologo dell&#8217;aviazione militare in pensione, che nel 2002 partecipò all&#8217;interrogatorio di <strong>Abu Zubaydah</strong>, terrorista detenuto a Guantanamo. Mitchell non è membro dell&#8217;American Psychological  Association, perciò l&#8217;APA ha scritto al suo albo per spingerne i membri alla radiazione, poichè le azioni compiute dallo psicologo sono non etiche, estremamente serie e terribilmente in contrasto con la deontologia della professione.</p>
<div id="attachment_4932" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/tortura-zubaydah151947-300x300.jpg"><img class="size-full wp-image-4932" title="zubaydah.jpg" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/tortura-zubaydah151947-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Abu Zubaydah torturato</p></div>
<p>Durante l&#8217;interrogatorio in Thailandia, Zubaydah fu sottoposto al gelo, a deprivazione di sonno e di cibo, al confino in uno spazio angusto e con la partecipazione di Mitchell, al waterboarding, una terribile forma di annegamento simulato.  <em>&#8220;Aldilà della questione legale, una cosa è certa: uno psicologo che aiuta a infliggere abusi tanto crudeli e shockanti su un essere umano indifeso, viola i principi basilari della professione&#8221;</em> &#8211; ha affermato il professor Joseph Margulies della Northwestern University.</p>
<h2><span style="color: #800080;">Questo è il passo importante compiuto dall&#8217;APA. Sarebbe il caso che tutte le categorie i cui membri sono implicati in forme di tortura, facesso lo stesso. </span></h2>
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		<title>Delitti passionali: una tragica epidemia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 07:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I telegiornali in questi giorni sono tristemente zeppi di casi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">I telegiornali in questi giorni sono tristemente zeppi di casi di omicidi &#8220;passionali&#8221;, di cui donne di tutte le età rimangono vittime di uomini che affermano di amarle.</span> Si può definire questa una forma di amore? Cosa succede nella mente di un uomo che decide di armarsi e colpire l&#8217;oggetto del suo desiderio?</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitto-passionale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4913" title="delitto passionale" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitto-passionale.jpg" alt="" width="430" height="344" /></a></p>
<p>A Cuneo un uomo croato di 30 anni uccide l&#8217;ex (24 anni)  e il suo nuovo compagno. A Mestre un altro trentenne uccide la fidanzata sedicenne, dopo un litigio. Sempre vicino Venezia, una commessa quarantenne viene uccisa a coltellate dall&#8217;ex-fidanzato. Una ragazza viene aspettata da un uomo conosciuto solo su Facebook in  uno dei posti dove abitualmente passa con la bici e viene uccisa a  sprangate. Tra Torino e Cremona un uomo uccide entrambe le ex fidanzate e poi si toglie la vita. Similmente un autotrasportatore 28enne si toglie la vita dopo aver ucciso l&#8217;ex. Tutto questo e molto altro è accaduto tra giugno e luglio del 2010, anno in cui le chiamate al Telefono Rosa sono salite del 5% per violenza sessuale e del 12% per stalking.</p>
<p><strong>Ancora poche le possibili soluzioni. </strong>C&#8217;è di buono che le donne tendono di più a denunciare e sono molti gli sportelli in tutta Italia a cui possono rivolgersi per chiedere aiuto, ma la legge può fare ancora poco. In Piemonte, inoltre, vista l&#8217;alta incidenza dei casi, si è pensato di ripristinare lo <strong>sportello per l&#8217;ascolto del disagio maschile</strong> per prevenire questi delitti. Lo sportello risponde al numero 011.247.81.85 e rispetta il seguente  orario: lun-mar, dalle 18 alle 19, merc-giov-ven dalle 12 alle 13).</p>
<h2>L&#8217;identikit dell&#8217;assassino</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitto-stalkingjpg.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4911" title="delitto stalkingjpg" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitto-stalkingjpg.jpg" alt="" width="288" height="229" /></a>I dati dell&#8217;Eurispes confermano che gli omicidi passionali violenti sono compiuti prevalentemente da uomini tra i 31 ed i 51 anni. Il 27% delle vittime è costituito dal coniuge, il 9% dall&#8217;ex. Sebbene nella maggior parte dei casi la vittima sia la donna &#8220;amata&#8221;, non mancano i casi in cui a farne le spese è il rivale in amore o presunto tale.</p>
<p>Come per tutti i comportamenti anomali, non esiste una singola tipologia di assassino, poichè il fenomeno va declinato secondo la struttura di personalità, la storia personale e i vissuti del soggetto. Il delitto poi può essere lungamente premeditato (come può accadere in una personalità paranoide), o agito in base ad un impulso irrefrenabile. In ogni caso, possiamo provare a delineare le <strong>principali caratteristiche psicologiche </strong>dell&#8217;aggressore.</p>
<p>Il movente principale in questi delitti sembra essere la <strong>gelosia</strong>, un sentimento che può essere declinato in vari  livelli:</p>
<p>- la gelosia come desiderio di avere per sè la persona amata;</p>
<p>- la gelosia che comporta controlli e verifiche sulla vita del partner;</p>
<p>- la gelosia ossessiva che spesso è causata da una proiezione della propria insicurezza nel rapporto o della propria infedeltà sul partner;</p>
<p>- la gelosia delirante, patologica, in cui la convinzione del tradimento è assoluta anche in assenza di prove.</p>
<p>Alla gelosia, si può aggiungere un secondo fondamentale movente, che è la <strong>fine della relazione</strong>.  Il sentimento di fallimento e di ingiustizia che ne deriva, secondo la personalità dell&#8217;abbandonato, può trasformarsi in disperata tristezza, isolamento e depressione, o in rabbia cieca, che può essere agita verso la persona &#8220;responsabile&#8221; della frustrazione subita.</p>
<p>In alcuni casi, il rifiuto della fine della storia può derivare dall&#8217;<strong>incapacità di sopportare la separazione</strong>, che può non svilupparsi nel corso dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza. Perdendo l&#8217;amore si perde anche se stessi, ecco perchè non si può lasciare andare l&#8217;amata. Alcuni delitti avvengono quando <strong>ci si sente respinti</strong>, per una persona che non ci vuole, o per un ex che rifiuta di rivedere la propria decisione. Uccidere l&#8217;amato dunque è l&#8217;unico modo per avere per sè l&#8217;altro, per negare la frustrazione del rifiuto, per punirlo per averci respinto.</p>
<p>A queste tipologie potremmo aggiungere anche il <em>delitto d&#8217;onore</em>, che fortunatamente il codice penale non riconosce più come attenuante, ma che è ancora diffuso in alcune realtà come forma di punizione per un tradimento o un torto subito e serve a salvaguardare l&#8217;ideale della propria mascolinità.</p>
<h2>Psicopatologia del delitto</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitti-violenza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4912" title="delitti violenza" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/07/delitti-violenza.jpg" alt="" width="229" height="234" /></a>Ovviamente tutto questo avviene in un contesto di patologia, che spesso  non è conclamata. <em>&#8220;Era un ragazzo così a modo&#8221; </em>- si sente dire  dai vicini dopo un efferato delitto che nessuno si aspettava. Anche le  motivazioni spesso sembrano banali, ma nella mente dell&#8217;assassino sono  come i cerchi nel lago che si espandono sempre di più ad ogni sassolino  lanciato.</p>
<p>La psichiatria classica tende inoltre ad associare i delitti passionali al disturbo <strong>borderline di personalità</strong>, sia per i suoi aspetti d&#8217;impulsività e di scarso controllo degli istinti, sia per le sue modalità simbiotiche con il partner, che oscillano tra idealizzazione e demonizzazione. Spesso si associa questo fenomeno anche alla <strong>depressione</strong>, come istinto di morte che uccide l&#8217;altro e contemporaneamente se stessi. Il disturbo <strong>paranoide</strong> di personalità, nelle sue inclinazioni più vicine alla psicosi, è sicuramente fortemente implicato in questi delitti: la paura di essere troppo vicini e di rischiare per questo la sofferenza, porta al desiderio di distruggere l&#8217;altro.</p>
<h2>Non va dimenticato, infine, che il problema non risiede solo nel singolo, ma anche nella relazione. <span style="color: #800080;">Incastri patologici, partners che non vedono la follia del compagno, o non la vogliono vedere, rischiano purtroppo di correre seri pericoli.<br />
</span></h2>
<p><span style="color: #800080;"><br />
</span></p>
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		<title>Addio Prof. Cazzullo, padre della psichiatria italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 07:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Imperatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi Psicozoo non può fare a meno di salutare il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #800080;">Oggi Psicozoo non può fare a meno di salutare il Professore Carlo Lorenzo Cazzullo, grande psichiatra italiano morto a 95 anni a Milano. </span>Padre della psichiatria milanese e tra i fondatori di quella italiana è stato insignito di numerosi riconoscimenti internazionali, ma è rimasto fedele all&#8217;Italia.</h2>
<p><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/cazzullo-milano.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4156" title="cazzullo milano" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/cazzullo-milano.jpg" alt="" width="484" height="363" /></a></p>
<p>Se non avesse mantenuto costante la passione per la medicina e la psichiatria, sarebbe stato un anonimo ragioniere, anche se di stanza a Shangai. Era nato a Gallarate (Varese) il 30 gennaio del 1915 e nonostante i bombardamenti che colpivano Milano si era laureato in medicina con il massimo dei voti presso la scuola di Carlo Bresta nell&#8217;Istituto Neurologico di Milano, dove ha speso la maggior parte della sua carriera. In quegli anni non rimase confinato sui libri, ma partecipò attivamente alla resistenza partigiana e si dedicò alla cura degli ex-deportati. Risale al 1959 l&#8217;incarico come Professore Ordinario della prima cattedra di Psichiatria in Italia. E&#8217; sbarcato oltreoceano come ricercatore  prima all&#8217;Istituto Rockfeller, poi come direttore del Dipartimento di Psichiatria della John Hopkins University di Baltimora.</p>
<p><strong><a href="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/cazzullo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4157" title="cazzullo" src="http://www.psicozoo.it/wp-content/uploads/2010/05/cazzullo.jpg" alt="" width="200" height="270" /></a>E&#8217; stato sempre innovatore </strong>e attento ai rapporti internazionali, come esperto dell&#8217;Organizzazione Mondiale della sanità (WHO) e della CEE per le nuove  trasformazioni della Psichiatria. Con questo sguardo internazionale ha fondato l&#8217;Istituto di Psichiatria dell&#8217;Università di Milano, che 15 anni prima della legge 180 ha realizzato un padiglione di cura dei pazienti psichiatrici all&#8217;interno di un ospedale, quando era impensabile l&#8217;idea di un manicomio in città.</p>
<p><strong>Anche noi psicologi</strong> dobbiamo ringraziarlo perchè fu tra i primi a preoccuparsi della necessità di integrare gli aspetti biologici e psicologici della cura e di divulgare la cultura della salute mentale tra la gente. Ha sancito inoltre la necessità della collaborazione tra lo  specialista, il paziente e i suoi familiari, come elemento necessario per la buona riuscita del trattamento.</p>
<h2><strong>Un contributo indispensabile che ha fondato la salute mentale in Italia.</strong></h2>
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