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La crudelta’ consapevole

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Cosa spinge delle persone comunemente definite normali a trasformarsi in carnefici e a mettere in atto comportamenti estremamente crudeli? Il lato più oscuro dell’essere umano, mostrato dalle atrocità collettive commesse nel corso della storia, può realmente essere spiegato con la sola obbedienza all’autorità e con il conformismo agli ordini ricevuti?

Si tratta naturalmente di un tema estremamente complesso che per decenni è stato indagato (e lo è tuttora) dagli psicologi sociali nel tentativo di dare una spiegazione che consentisse di circoscrivere in una sorta di involucro individuale quelle dinamiche e quei meccanismi alla base della messa in atto di comportamenti disumani, in maniera, il più delle volte, pianificata e sistematica.

Su questa scia, per anni, sono state indagate tutte quelle variabili individuali che caratterizzerebbero la cosiddetta personalità autoritaria, ossia quel tipo di personalità che è sottomessa e obbediente nei confronti dell’autorità, ma repressiva e vendicativa verso le minoranze e verso coloro che violano i valori convenzionali (Adorno et al., 1950). L’individuo autoritario presenterebbe come tratti distintivi l’aggressività, l’obbedienza all’autorità, la rigidità, il pensiero stereotipato, l’adesione ai valori convenzionali e la tendenza a proiettare verso l’esterno gli impulsi emotivi inconsci, frutto anche di un’educazione rigorosamente severa e punitiva.

Il principale contributo nell’approfondire lo studio dell’obbedienza agli ordini impartiti da un’autorità venne fornito dal paradigma sperimentale di Milgram (1963; 1974; 1976). L’esperimento fu elaborato al fine di verificare quali fossero le condizioni in grado di favorire o contrastare l’obbedienza all’autorità, in una condizione di eteronomia, in cui l’individuo non si percepisce più libero di intraprendere condotte autonome, bensì ritiene di avere come unica possibilità quella di eseguire gli ordini impartiti.

L’obiettivo era quello di comprendere come persone considerate normali potessero compiere atti terribilmente crudeli, con particolare riferimento alle atrocità perpetrate dal regime nazista (nello stesso periodo Hannah Arendt pubblicò il libro “La banalità del male”).

L’esperimento fu condotto su un campione composto da soggetti fra i 20 e 50 anni, maschi di varia estrazione sociale, e fu presentato come una ricerca relativa agli effetti delle punizioni sull’apprendimento. La situazione sperimentale prevedeva che i partecipanti, in cambio di una ricompensa, assumessero il ruolo di insegnante e allievo. Dopo avergli assegnato, mediante un sorteggio truccato, il ruolo di insegnante (quello di allievo era ricoperto da un collaboratore dello sperimentatore), gli veniva richiesto di somministrare all’allievo, in caso di risposta errata, delle scosse elettriche di intensità crescente e potenzialmente mortali comprese tra 15-450 V. Le scosse chiaramente erano fittizie esattamente come le reazioni del collaboratore, tuttavia la veridicità della situazione veniva garantita somministrando all’insegnante, prima di iniziare l’esperimento, una scossa reale pari a 45 V. I risultati furono sorprendenti e confutarono le iniziali previsioni: nonostante la gran parte dei partecipanti manifestasse in maniera evidente un alto livello di tensione emotiva, una percentuale elevata del campione oscillante tra il 65-30% obbedì agli ordini e portò al termine il compito. La variabilità del grado di obbedienza era dovuta alla manipolazione di due fattori: la distanza tra insegnante e allievo (+ distanza + obbedienza, e viceversa), e la distanza tra soggetto sperimentale e sperimentatore (+ distanza – obbedienza, e viceversa). In ogni caso le successive repliche interculturali di questo studio, pur evidenziando differenze sostanziali in funzione del diverso contesto geografico di riferimento, hanno riportato un livello d’obbedienza non inferiore al 40%.

Risultati altrettanto scioccanti furono raggiunti anche dall’esperimento carcerario di Stanford, condotto da Zimbardo nel 1971. Partendo dalla teoria della deindividuazione di Le Bon, l’autore voleva indagare il comportamento umano in una situazione in cui gli individui potessero arrivare a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità lasciandosi guidare soltanto dal gruppo di appartenenza. Ai volontari che accettarono di parteciparvi vennero assegnati i ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. Il campione scelto da Zimbardo era composto da 24 maschi, di ceto medio, giovani e intelligenti, giudicati assolutamente equilibrati. La ricompensa prevista era di 15 dollari al giorno. Alle guardie venne data come indicazione iniziale quella di dover riuscire a mantenere l’ordine. I risvolti dello studio furono così drammatici che gli sperimentatori dovettero interrompere l’esperimento dopo solo 6 giorni, in quanto il trattamento riservato ai prigionieri da parte delle guardie finì con l’essere molto più aggressivo e disumanizzante di quanto previsto. I prigionieri finirono per demoralizzarsi accettando passivamente un trattamento brutale, mentre le guardie sembravano provare soddisfazione nell’umiliarli. La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era dunque diventata una prigione reale.

Le regole dell’istituzione carceraria erano divenute l’unico valore a cui il comportamento dei singoli doveva adeguarsi, non rendendo più possibile la distinzione tra il sé dei partecipanti e il ruolo assegnatogli. Come avvenuto anche nell’esperimento condotto da Milgram, si era praticamente verificata la cosiddetta “ridefinizione della situazione” accompagnata da una minore consapevolezza di sé e da una più profonda identificazione con gli obiettivi e le azioni intraprese dal gruppo.

I due studi appena descritti, e le repliche successive che ne hanno confermato i risultati, ci consegnano l’immagine per nulla confortante di una società caratterizzata da processi psicologici che in determinate situazioni tendono a ridurre la distanza rassicurante tra “noi”, che ci consideriamo persone normali, e “loro”, individui in grado di mettere in atto senza alcuna remora comportamenti disumani a profondamente crudeli in virtù dell’adesione a norme e a condizioni che possono modificarne, o addirittura annullarne, il senso morale.

Tuttavia, sarebbe riduttivo pensare che questa adesione possa essere spiegata esclusivamente con un’obbedienza passiva agli ordini impartiti dall’autorità o al ruolo imposto dalla situazione.

I meccanismi messi in atto nelle situazioni sperimentali descritte, infatti, non facevano riferimento soltanto all’acquiescenza, ossia quel tipo di conformismo nel quale un cambiamento del comportamento non è accompagnato da una modifica delle convinzioni profonde, bensì all’accettazione, intesa come quel processo di conformismo in cui l’obbedienza comporta un cambiamento significativo tanto a livello comportamentale, quanto a livello cognitivo.

Una riprova di ciò viene fornita da un recente articolo scritto da Haslam, psicologo della University of Queensland, e pubblicato sulla rivista PLOS Biology. L’articolo è incentrato su un suo esperimento condotto nel 2002, in collaborazione con la BBC, finalizzato a replicare lo studio condotto anni prima da Milgram. In questo caso, però, non era prevista alcuna interfernza iniziale da parte degli sperimentatori e ai partecipanti non venne data alcuna indicazione su come comportarsi. I risultati ottenuti furono gli stessi, con la sostanziale differenza che i soggetti impiegarono molto più tempo ad assumere il ruolo richiesto e a mettere in atto i comportamenti previsti. Ciò avvenne perché secondo l’autore l’adesione a ricoprire un ruolo e a eseguire certi ordini presuppone sempre un certo livello di scelta che dipende dall’accettazione o meno delle conseguenze che tali azioni comportano. Le persone, quindi, credevano in ciò che stavano facendo.

Viene quindi superata la convinzione che quanti si conformano all’esecuzione di certi ordini lo facciano esclusivamente per una forma di obbedienza passiva dove la possibilità di scegliere viene meno. Ciò presuppone presuppone una partecipazione attiva e consapevole a tali efferatezze. Gli autori di atrocità collettive, dunque, agirebbero secondo una forma fredda e deliberata, anche in assenza di un’autorità e di una particolare pressione sociale esterna.

Un’ulteriore spiegazione alla messa in atto di comportamenti contro-attitudinali, come quelli descritti nei precedenti esperimenti, potrebbe essere riconducibile alla Teoria della dissonanza cognitiva (Festinger, 1957), secondo cui l’esistenza di una dissonanza tra due cognizioni genera una sorta di attivazione emotiva (arousal) di disagio che induce l’individuo a cercare di ristabilire la coerenza modificando l’elemento meno resistente. Nel caso degli esempi citati si potrebbe presumere che nell’avere eseguito un comportamento che non corrisponde al proprio atteggiamento relativo, gli individui abbiano modificato il proprio atteggiamento iniziale, visto che il comportamento attuato, peraltro non giustificabile con la ricompensa ricevuta, risultava più difficile da cambiare. In tal caso il cambio di atteggiamento potrebbe aver favorito il processo di accettazione precedentemente descritto.

Secondo Aranson (1980), inoltre, i cambiamenti di atteggiamento prodotti dalla dissonanza cognitiva sarebbero particolarmente resistenti in quanto l’attivazione emotiva comporterebbe il coinvolgimento personale dell’individuo e lo indurrebbe a trovare una qualche forma di autogiustificazione. Basti pensare, ad esempio, alla credenza del mondo giusto (Lerner, 1980), consistente nel ritenere che le persone abbiano ciò che effettivamente si meritano.

Da quanto detto finora si può evincere come per riuscire a comprendere, laddove possibile, i meccanismi e i processi psicologici che stanno alla base delle atrocità collettive, sia necessario assumere una prospettiva che pur partendo dalla dimensione individuale consenta di analizzare la messa in atto di certi comportanti nel contesto socioculturale in cui vengono esercitate. Sarebbe infatti semplicistico ritenere che si tratti meramente di una manifestazione incontrollabile di pulsioni e istinti distruttivi. Tali azioni, infatti, vengono generalmente pianificate e perpetrate in maniera sistematica e consapevole nell’ambito di specifiche relazioni di potere, e per questo motivo non possono essere spiegate soltanto come una forma di obbedienza all’autorità.

Analizzare quelle variabili, individuali e situazionali, che possono indurre una persona “normale” a essere complice o artefice di comportamenti spietatamente crudeli significa aumentare la consapevolezza di quanto la distanza che intercorre tra la normalità e l’atrocità risulti essere in molti casi illusoria. Ma la conoscenza delle dinamiche da cui tali comportamenti scaturiscono implica, di fatto, la possibilità di intervenire e di prevenire il verificarsi degli stessi. In tal senso risulta fondamentale il contributo che ciascuno di noi può dare, attraverso il proprio agire quotidiano, nell’impedire il proliferare di quelle costruzioni sociali che sono alla base di tali atrocità, come il pregiudizio, gli stereotipi, l’indifferenza, la delegittimazione.

Le atrocità collettive, infatti, si fondano su una visione totalizzante della realtà che mira a privare la vittima della propria componente individuale e soggettiva. Ciò comporta la necessità di ricollocare al centro dell’attenzione le relazioni interpersonali che mettiamo in atto nella nostra quotidianità, indirizzandole verso il pieno rispetto dell’altro, perché è proprio attraverso tali relazioni che ciascuno di noi avrà la possibilità di rendere sempre più netta quella linea di demarcazione che ci separa da questa forma di crudeltà consapevole. 

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Riferimenti bibliografici:

Milgram S., (1965). Some conditions of obedience and disobedience to authority. Human Relations 18, 57–76.

Zamperini A., (2004). Psicologia dell’inerzia e della solidarietà. Einaudi, Torino.

Reicher S.D., Haslam S.A., (2006). Rethinking the psychology of tyranny: the BBC prison study. British Journal of Social Psychology, 45.

Haslam S.A., Reicher S.D., (2012). Contesting the “Nature” Of Conformity: What Milgram and Zimbardo’s Studies Really Show. PLOS Biology, 10 (11).

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