Home / Notizie / Lo psicoanalista: un guaritore ferito?

Lo psicoanalista: un guaritore ferito?

/
/
/

Da cosa o da chi dipende la scelta di intraprendere la professione psicoanalitica? Secondo Aldo Carotenuto, chi si occupa di psicologia ha dei conti in sospeso con l’inconscio, delle ferite ancora sanguinanti e forse non rimarginabili, che possono essere anche molto drammatiche.

La scelta, dunque, potrebbe avvenire sulla base di un potente richiamo interiore che si è costretti a seguire senza potersi opporre. Jung, al riguardo scrive: “Per poter cogliere le fantasie che mi sollecitavano dal sottosuolo dovevo, per così dire, sprofondarmi in esse: cosa che provocava in me non solo una violenta opposizione, ma una vera paura. Temevo di perdere il controllo di me stesso e di divenire preda dell’inconscio…Comunque, solo dopo lunghe esitazioni, mi resi conto che non c’era altro modo di venirne a capo. Dovevo accettare la sorte e dovevo impadronirmi di quelle immagini, poiché altrimenti correvo il rischio che fossero esse a impadronirsi di me…”. Chi intraprende lo studio della psicologia e desidera intraprendere questa professione, sembra, dunque essere una persona che sente di avere una ferita aperta che deve in qualche modo rimarginare; si sente in costante ricerca di una risposta ai propri critici interrogativi.

Questa condizione, per Carotenuto, non è da ritenersi invalidante, anzi potrebbe essere il punto di partenza psichico ideale, in quanto, senza una contraddizione interiore e senza una latente sofferenza, nessuna comprensione profonda è possibile in un campo di studi, così privo di certezze esterne e obiettive. Allora chi soffre ha due strade davanti a sé: o fare il malato o l’analista? Esiste, naturalmente, uno specifico di questa professione che differenzia l’analista dal destino del malato di mente, ma l’origine da cui si biforca il ramo sembra essere identica. Questa frattura basilare, di cui si parla, è una carenza che non può colmarsi del solo nutrimento intellettuale, ma deve ricevere il nutrimento della relazione umana. “Non è un’offesa o una violenza, ma qualcosa che è stato negato e che, agli albori della vita è la violenza più devastante; una lacuna, un vuoto, la mancanza di un elemento essenziale nella vita affettiva. Insomma un non-evento della storia personale, che però ha lasciato una traccia indelebile nella personalità allora ancora in formazione”.

La ferita aperta o “feritoia”, è da considerarsi come un minuscolo varco che consente di tenere d’occhio il mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di se stesso, cioè la parte “sommersa” dell’inconscio. Nel corso di tutta una vita di lavoro quindi, potremmo dire che l’analista, tesse la sua tela radunando gli elementi utili per la sua stessa guarigione. Questa cura, è però una cura che non porta mai a una definitiva guarigione per l’analista, ma ne viene continuamente ripetuta la ricerca ad ogni incontro con il paziente. Avere una personale problematica irrisolta, non significa però proiettare sul paziente il proprio fantasma, in un caso del genere, potrebbe succedere di incoraggiare il paziente su una strada che non è la sua e se ciò avviene, sarebbe un grosso incidente di percorso. Lo psicoanalista lo si potrebbe definire, allora, come un guaritore ferito, portatore della stessa malattia che tenta di curare nei suoi pazienti.

Questo, che potrebbe essere definito come il tallone di Achille dell’analista, è anche, però, il centro catalizzatore di quelle energie psichiche che si riversano nell’arte terapeutica, che la mantengono viva e che permettono al guaritore di entrare in risonanza con il paziente ferito e di comprendere, quindi, la sua angoscia e la sua domanda d’amore. “Colui il quale ritenesse di aver pagato il suo debito nei confronti dell’inconscio, di essere finalmente guarito, probabilmente dovrebbe cambiare mestiere”. Anche Bion, con penetrante lucidità, sottolinea la natura paradossale di un “mestiere impossibile”. Egli annota, non senza amarezza: “Uno scienziato che indaghi sulla natura della vita si viene a trovare in una situazione analoga a quella dei pazienti di cui sto parlando” (i pazienti ai quali si riferisce sono gli psicotici). La metafora del “guaritore-ferito” acquista adesso una certa importanza. Sebbene alcuni individui possano aver intrapreso questa professione in assenza di evidenti disturbi psicopatologici, sembrerebbe alquanto insensato affermare che spesso non accada altrimenti. In effetti, come si è visto, il desiderio di alleviare le proprie sofferenze di natura emotiva può agire, anche come stimolo nei confronti della scelta professionale, e ciò non significa che sia un fatto negativo. Bettelheim dichiara con apparente sicurezza: “ La differenza fra il paziente e il terapista consiste nel fatto che il terapista può percorrere il ponte a suo piacimento in entrambi i sensi. Egli sa in qualsiasi momento fino a che punto può spingersi con sicurezza nel mondo caotico che si estende al di là del fiume che separa la ragione dalla follia, così come sa quand’è il momento di affrettarsi a ritornare da quel territorio estraneo nel mondo della ragione”.

Il ponte è quello tra la ragione e la follia, lo psicoanalista va avanti e indietro, controlla chi sta di qua e di là sulle due sponde, controlla se stesso mentre sta controllando l’altro.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

It is main inner container footer text