Meglio tante opzioni di scelta o poche?
Il processo decisionale coinvolge l’intera vita degli individui: sono molte, infatti, le scelte che ognuno di noi è chiamato ad effettuare nel corso della propria esistenza, in vari contesti. Si va dalle scelte che riguardano la routine quotidiana (“cosa indosso oggi?”), a quelle che influenzano maggiormente l’esistenza degli individui.
Il costrutto della decisionalità appare difficoltoso da definire in letteratura.
Vi è oggi generale accordo nel ritenere opportuno eliminare visioni dicotomiche, del tipo deciso/indeciso, a favore di posizioni che percepiscano il livello di decisionalità lungo un continuum, “ai cui estremi – e soltanto lì – si situerebbero le situazioni, non particolarmente frequenti, di persone che si percepiscono completamente decise o indecise” (Ferretti e Zanetti, 2007).
Di gran lunga più comuni sono invece le situazioni <<intermedie>>, di decisori, cioè, con bassi o moderati livelli di decisione.
Osipow approfondisce il costrutto dell’ indecisione. Egli distingue, infatti, tra l’ indecisione e l’indecisività (o assenza di decisionalità).
L’ indecisione sembra riferirsi ad uno stato transitorio, attraverso il quale le persone devono necessariamente passare per effettuare una scelta. L’indecisione, in questo caso, è limitata ad una singola situazione ed è destinata ad esaurirsi in breve tempo.
L’ indecisività, invece, è caratterizzata da una difficoltà a prendere decisioni, indipendentemente dal loro livello di complessità. Se, quindi, nella prima condizione si fa riferimento ad uno stato <<normale>> dello sviluppo umano, in questa seconda situazione ci riferiamo ad un tratto personale che si generalizza attraverso situazioni che richiedono decisioni. Secondo Osipow, quindi, “una persona caratterizzata da assenza di decisionalità manifesta un comportamento indeciso in molti momenti cruciali (nei quali è richiesta una scelta) lungo l’arco di vita” (Ferretti e Zanetti, 2007; Ferrari, 2007).
La letteratura classica ha da sempre insistito sull’assunto secondo cui scegliere sia di per sé vantaggioso e desiderabile. La possibilità di scegliere, infatti, incrementa la motivazione intrinseca ed il senso di autoefficacia personale; questi fattori, a loro volta, influenzano e potenziano la performance individuale ed i livelli di soddisfazione personale (Cordova e Lepper, 1996).
Molti dati sembrano quindi suggerire che, per gli individui, sia preferibile avere la possibilità di scelta, anche quando questa è insignificante o meramente illusoria.
Ciò può essere spiegato secondo la teoria dell’autodeterminazione, secondo cui gli esseri umani sono <<attori>> che agiscono al fine di creare autonomamente il proprio destino: essi sono quindi intrinsecamente motivati nei confronti delle situazioni che consentono loro di compiere scelte e di esercitare un certo controllo sull’ambiente esterno (Misuraca et al., 2007).
Nonostante questa mole di dati, a partire dal nuovo millennio, molti esperimenti hanno dimostrato che non sempre avere la possibilità di scelta si riveli vantaggioso; le conseguenze delle scelte, infatti, risentono dell’influenza di tre importanti fattori: quelli contestuali, quelli individuali e quelli culturali.
Per quanto concerne i fattori contestuali, è stato dimostrato come, per i consumatori, sia preferibile che le possibilità di scelta non superino una certa soglia. Secondo l’ ipotesi del sovraccarico di scelta (Iyengar e Lepper, 2000), infatti, scegliere tra un numero esteso di alternative, sebbene inizialmente possa sembrare maggiormente desiderabile, determina, alla fine, un forte effetto demotivante.
Facendo riferimento ai fattori individuali, è stato messo a punto come scegliere tra una moltitudine di prodotti procuri sofferenza, preoccupazione, rimorso per le opzioni perse e, negli scenari peggiori, anche ansia, depressione e logoramento del livello di benessere personale (Schwartz, 2004).
Gli effetti di un numero elevato di scelte dipendano, comunque, da alcune differenze individuali. Chernev (2003) distingue, ad esempio, tra coloro che hanno preferenze ben definite e coloro che, invece, non hanno alcuna preferenza definita. L’eccessiva disponibilità di scelta avrebbe effetti negativi più forti solamente in questa seconda tipologie di persone.
Per quanto riguarda, invece, le differenze culturali, la letteratura si sofferma soprattutto sulle differenze tra occidentali ed orientali. È stato evidenziato come questi ultimi compiono meno scelte degli occidentali, ed assegnano ad esse un’importanza di gran lunga inferiore (Iyengar e Lepper, 1999).
Il concetto della presa di decisione è intrinsecamente collegato a quello del rinvio in tale processo, cioè la procrastinazione.
Sono molti i motivi per cui alcuni soggetti non riesco a prendere una decisione: “vi sono soggetti indecisi perché non possiedono capacità adeguate o tendono a <<procrastinare>> la scelta; altri che non scelgono perché eccessivamente perfezionisti; altri ancora che restano incerti di fronte alle molteplici alternative e alle pressioni subite dall’esterno; alcuni, infine, che sono condizionati nelle loro scelte da fattori di ansia, di insicurezza emotiva o dalla carenza di abilità relazionali e sociali.” (Di Nuovo, 2003).
La procrastinazione viene definita da Wolters (2006) come il “non riuscire a svolgere un’attività nel lasso di tempo desiderato o nel rinviare fino all’ultimo minuto l’attività che si intende portare a termine”. Ci si riferisce, quindi ad una propensione a ritardare una serie di attività, senza un valido motivo, e la tendenza ad iniziare a dedicarsi ad esse soltanto quanto si percepisce un disagio emotivo (Lay e Schouwenburg, 1993).
A parere di Gura (2009), quasi tutti, di tanto in tanto, procrastiniamo. Tra il 15 ed il 20% degli adulti rimanda abitualmente attività urgenti.
In letteratura sono presenti molte definizioni del costrutto della procrastinazione, ma tutte fanno esplicito riferimento sia alle caratteristiche individuali e sia a quelle ambientali: è dall’interazione di entrambe che scaturisce la procrastinazione.
Bibliografia
- Chernev, A. (2003) Product assortment and individual decision process, Journal of personality & Social Psychology, Vol. 85/1, pp. 151 – 162.
- Cordova, D. I., Lepper, M. R. (1996) Intrinsic motivation and the process of learning: Beneficial effects of contextualization, personalization, and choice, Journal of Educational Psychology, Vol. 88, pp. 715 – 730.
- Di Nuovo, S. (2003) Linee guida generali. In S. Di Nuovo – a cura di – Orientamento e Formazione. Progetti ed esperienze nella scuola e nell’università, Giunti O. S. Organizzazioni Speciali, Firenze.
- Ferrari, L. (2007) Relazioni sociali, senso di personale agency e livelli di decisione in un gruppo di adolescenti italiani. In S. Soresi – a cura di – Orientamento alle scelte. Rassegne, ricerche, strumenti ad applicazioni, Giunti O. S. Organizzazioni Speciali, Firenze.
- Ferretti, M. S., Zanetti, M. A. (2007) QDP. Questionario di decisionalità professionale, Giunti O.S. Organizzazioni Speciali, Firenze.
- Gura, T. (2009) Ci penserò domani, Mente e cervello, Vol. 52, pp. 35 – 41.
- Iyengar, S. S., Lepper, M. R. (1999) Rethinking the value of choice: A cultural perspective on intrinsic motivation, Journal of Personality & Social Psychology, Vol. 76/3, pp. 349 – 366.
- Iyengar, S. S., Lepper, M. R. (2000) When choice is demotivating: Can one desire too much of a good thing?, Journal of Personality & Social Psychology, Vol. 79/6, pp. 995 – 1006.
- Lay, C., Schouwemburg, H. (1993) Trait procrastination, time management, and academic behavior, Journal of Social Behavior and Personality, Vol. 8, pp. 647 – 662.
- Misuraca, R., Fasolo, B., Pravettoni, G. (2007) Il problema della <<troppa scelta>>. In R. Misuraca, B. Fasolo, M. Cardaci – a cura di – I processi decisionali. Paradossi, sfide, supporti, Il Mulino, Bologna.
- Schwartz, B. (2004) The Paradox of Choice: Why More is Less, Ecco, New York.
- Wolters, C. A. (2006) Understanding procrastination from a self – regulated learning perspective, Journal of Educational Psychology, Vol. 95/1, pp. 179 – 187.




















