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Superstizioni e profezie: il fascino dell’incredibile

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“L’uomo è un animale razionale”: è così che ci piace pensare alla nostra specie, che fra tutte appare la più intelligente. L’epoca in cui viviamo non è che un riflesso di questa supremazia della ragione, la scienza avanza con le sue scoperte e le sue invenzioni.

Allora come mai continuiamo a credere in fenomeni dalla non provata esistenza? Perché siamo così irresistibilmente attratti da maghi, rabdomanti, dalla lettura dei fondi del caffè, dalla superstizione, dalle profezie Maya sulla fine del mondo, dalle leggende metropolitane?

Per cercare di risolvere, almeno in parte, questo apparente paradosso è necessario fare riferimento alla complessità della mente umana. A differenza di altri animali, infatti, noi siamo primati evoluti che cercano di dare coerenza e una spiegazione a tutto ciò che osservano.

Tentiamo sempre di associare un fenomeno ad una causa, se guardiamo dei punti su un foglio, cerchiamo di unirli mentalmente per vedere che figura formino. Se osserviamo le nuvole in cielo, quasi mai ci rassegniamo al fatto che non abbiano un aspetto riconoscibile e proviamo a vederci dei volti, degli animali o degli oggetti.

Questo modo di organizzare la realtà è un imperativo biologico, selezionato dall’evoluzione, che aiuta l’uomo a muoversi in un mondo pieno di stimoli, a volte pericolosi, a volte essenziali per la sopravvivenza. Ad esempio, è talmente importante che noi riusciamo ad individuare in fretta i volti dei nostri simili, che un’ area del cervello è deputata proprio a riconoscerli e a ricordarli.

Il problema è che a volte arriviamo ad essere sicuri di qualcosa che noi abbiamo percepito come un volto e che invece era solo una macchia di muffa sul muro. Quando gli individui non riescono ad avere una sensazione di controllo oggettiva su ciò che stanno sperimentando, cercano uno schema, anche illusorio, capace di spiegare i fenomeni non chiari e quindi potenzialmente incontrollabili.

La sensazione di avere gli eventi sotto controllo è essenziale per il nostro benessere: se la situazione è ambigua, difficile da comprendere, allora siamo disposti a credere a cose anche molto improbabili, pur di darci delle spiegazioni e ridurre così il nostro stato di confusione, che genera ansia e stress.

La società odierna, complessa per definizione, è afflitta da molte paure senza volto a cui cerchiamo di dare un nome di volta in volta (l’asteroide, la pandemia, il riscaldamento globale, la crisi economica, la fine del mondo predetta dai Maya), una sorta di “autoterapia”, per neutralizzare con una paura conosciuta, una paura ancora più grande perché sconosciuta.

Insomma, scienza e statistica dichiarano che non esistono collegamenti tra amuleti, profezie ed eventi, ma la paura dell’ignoto influenza pesantemente il nostro modo di ragionare e di comportarci: a volte può sembrare più accettabile la peggiore delle sentenze, piuttosto che dover sostenere l’incertezza del futuro.

Psicologi, antropologi e neuroscienziati sono oggi in grado di fornire le spiegazioni del perché anche a persone colte e ragionevoli capiti di credere a cose fantasiose, che danno corpo a timori, angosce, deliri collettivi, tipici del nostro tempo. La mente ed il comportamento degli uomini conservano uno spazio per l’irrazionale (dovuto tra l’altro a capacità mentali evolute come l’autocoscienza, il pensiero astratto, la possibilità di costruire un universo mentale immaginario e ad altre caratteristiche sociali) che è evidentemente funzionale alla sopravvivenza della specie e quindi necessario tanto quanto la razionalità.

L’importante però è non cadere nella trappola di chi, conoscendo questo aspetto dell’animo umano, lo sfrutta per fare soldi: un tumore non si cura con un rito magico e un fidanzato non tornerà grazie ad un giro di carte.

 

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