Il multitasking

Nell’era della tecnologia, dei doppi lavori, degli impegni costanti, tutti noi ormai siamo costretti a destreggiarci tra una miriade di cose da far contemporaneamente. Lo sanno bene le donne in carriera, che sono anche alle prese con i figli e la famiglia, e tutto ciò che questo comporta.

Sono abituati a questo anche i manager e molte altre categorie professionali: lavoro da finire, mal da inviare, telefonate da fare, capire come risolvere una determinata situazione….

In tutta questa frenesia a cui siamo ormai in parte abituati, frenesia ampliata anche dai media e da Internet che ci bombarda ed inonda di informazioni, si parla sempre più spesso del Multitasking, ovvero l’abilità di far più cose contemporaneamente.

Diverse ricerche hanno cercato di analizzare il fenomeno, al fine di capire se tale abilità esista realmente.

È evidente a tutti che ci sono attività che si riescono a svolgere contemporaneamente senza nessun tipo di difficoltà, come ad esempio, parlare e camminare. Ma quando le due attività interferiscono tra loro, allora ciò non è più possibile. Si fa riferimento ai cosiddetti “colli di bottiglia”, che impediscono di compiere nello stesso momento azioni che riguardano la stessa risorsa fisica (come, ad esempio, parlare e fischiare).

Ma esistono anche “colli di bottiglia” cognitivi. Se cioè due attività cognitive sono entrambe impegnative, allora una delle due riceverà più attenzione rispetto all’altra. Se, ad esempio, mentre stiamo camminando, non solo chiacchieriamo, ma vogliamo anche esprimere un concetto cognitivamente complesso, allora noteremo che il nostro passo rallenterà parecchio.

Cosa succede quindi? La nostra attenzione viene spostata, in tempi straordinariamente veloci, da una attività all’altra, dandoci l’impressione che stiamo lavorando sui due compiti nello stesso momento. Di tutto ciò, però, non se ne ha percezione. A ciò si fa riferimento quando si parla di “attenzione divisa”.

Secondo questa concezione, quindi, svolgere diverse azioni contemporaneamente significherebbe passare molto velocemente da una all’altra.

Diversi studi confermano, però, che un elevato grado di familiarità con i compiti da svolgere ridurrebbe di molto il tempo di latenza che intercorre nel passaggio da un compito all’altro, definito periodo refrattario. Tale periodo, comunque, è impossibile da eliminare del tutto.

Studi di neuroimmagine confermano che passare da un compito all’altro richiede l’attivazione dell’area 10 di Brodmann, che si trova nella parte più anteriore della corteccia prefrontale. Questa regione sembra essere particolarmente essenziale quando si svolgono più compiti in parallelo.

Consente, infatti, di interrompere l’azione principale, cosi da raggiungere obiettivi che subentrano in un secondo momento, rispondere alle nuove richieste ambientali, per poi tornare al punto di partenza e continuare da lì.

Uno dei test per valutare le proprie capacità di multitasking è il “Test delle consegne multiple”, di Shallice e Burgess (1991). Tale strumento, altamente sensibile nel valutare l’efficacia delle persone nelle proprie abilità di multitasking e nel valutare eventuali difficoltà nell’eseguire più compiti in parallelo, è particolarmente semplice da svolgere. Ai partecipanti viene infatti chiesto di svolgere una serie di azioni elencate, seguendo una serie di regole ben precise.

Tale abilità è quindi sempre più necessaria per far fronte alle varie richieste che quotidianamente il mondo ci pone di fronte ed a cui ormai ci stiamo abituando a rispondere in modo puntuale.

 

Bibliografia

-        De Vito, S., Della Sala, S. (2008) Dolce far niente, addio! Dilaga il multitasking. Psicologia Contemporanea, Vol. 206, pag. 18- 28.

-        Koechlin, E., Basso, G., Pietrini, P., Panzer, S., Grafman, J. (1999) The role of the anterior prefrontal cortex in human cognition. Nature, Vol. 399, pag. 148 – 151.

-        Pashler, H., Johnston, J. C., Ruthruff, E. (2001) Attention and performance. Annula review of Psychology, Vol. 52, pag. 629 – 651.

-        Shallice, T., Burgess, P.W. (1991) Deficits in strategy application following frontal lobe damage in man. Brian, Vol. 114, pag. 727 – 741.

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