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Creativita’ e Psicoanalisi: l’arte come psicopatologia

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La psicoanalisi, si è sempre interrogata sulla produzione artistica, sull’artista e sui processi attivi nell’esperienza estetica, ma soprattutto si è sempre interessata all’enigma della creatività che si radica nell’essere della persona. Come origine dell’opera creativa, essa accetta la possibile combinazione che può esserci tra una predisposizione di personalità e una cultura e storia familiare particolare.

Freud apre la strada all’analisi psicoanalitica della creazione artistica. E la sua linea operativa sarà, poi seguita da numerosi analisti, tra i quali Karl Abraham, Ernest Jones, Otto Rank.

Inizialmente l’attenzione è rivolta allo studio dell’opera, all’analisi introspettiva dell’artista e della sua biografia che avviene però in una prospettiva psicopatologica.

Freud, infatti, concepisce lo stimolo a creare un’opera d’arte, soprattutto in termini di libido e impulsi e traccia una linea continua che, partendo dal gioco immaginativo del bambino, passa attraverso il sogno ad occhi aperti e la fantasia, per arrivare, infine al lavoro dell’artista.

Nel saggio “Il poeta e la fantasia” il padre della psicoanalisi affronta in modo diretto il mistero della creazione artistica: l’artista ha in comune con il sognatore ad occhi aperti che “egli crea un mondo di fantasia in cui può appagare i suoi desideri inconsci”.

Mentre, però, il sognatore ad occhi aperti, evita il conflitto attraverso una fantasia di appagamento onnipotente di un desiderio, ed una negazione della realtà esterna e psichica, l’artista cerca di individuare il suo conflitto e risolverlo nella creazione.

Egli, dunque, differisce dal sognatore in quanto trova nella sua opera artistica una via di ritorno alla realtà e sotto questo aspetto il suo lavoro è simile al gioco dei bambini. I bambini, infatti, usano e modellano il mondo esterno secondo i propri desideri.

L’arte, dunque, ha analogie con il gioco e con il sognatore a occhi aperti, ma non è nessuna di queste cose. In saggi, quale “Il Mosè di Michelangelo”, Freud pone l’accento sul conflitto inconscio. Ciò permette di pensare all’arte come lavoro, invece che come un sogno o un gioco e l’opera, viene vista come conciliatore degli scopi contraddittori dell’Es e del Super-Io.

L’opera d’arte diventa, allora, il sintomo emergente del conflitto psichico, il quale sconosciuto nei “normali” (in quanto essi lo sentono come generale e oggettivo, e deviano l’eccitamento sul sogno, nell’inconscio), è avvertito dagli artisti proiettato sull’Io, con violenza, in quanto troppo maturo per il sogno e non ancora patogeno: cercano di liberarsene con l’opera d’arte.

Ciò pone l’artista, dal punto di vista psicologico, oltre che in relazione con il sognatore, anche con il nevrotico. La diversità che l’uomo creativo porta con sé, è proprio questa capacità di “superare” i conflitti interiori riproducendoli, quasi a voler esorcizzarli in continuazione, attraverso creazioni: poesie, quadri, sculture o brani musicali.

 

 

 

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