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I comportamenti rituali e la gestione dell’ansia

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Quanti di voi, di fronte ad un evento che vi provoca ansia e stress, sono soliti mettere in atto dei rituali o dei comportamenti ripetitivi per avere la sensazione di esercitare un maggior controllo su ciò che sta accadendo? Prima di un esame, di un colloquio di lavoro, o di qualsiasi altra tipologia di performance, può accadere, infatti, che ciascuno di noi avverta il bisogno di mettere in atto una sequenza standardizzata di azioni proprio per sentirsi padrone di quella determinata situazione ansiogena.

È bene specificare che non si sta parlando propriamente di gesti scaramantici, bensì di alcune tipologie di comportamenti che, secondo un recente studio, sarebbero diffusi anche tra gli animali, e contribuirebbero a migliorare le nostre prestazioni attraverso un aumento del nostro locus of control e della nostra self-efficacy.

Lo studio, condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Tel Aviv, sotto il coordinamento dello zoologo Dr. David Eilam, e pubblicato sul Journal of Neuroscience and Biobehavioral Reviews, ha evidenziato la funzione evolutiva dei comportamenti rituali e ripetitivi, che per gli uomini, così come anche per gli animali, avrebbero la funzione di garantire una migliore gestione dell’ansia e dello stress derivanti da situazioni imprevedibili che sembrano sfuggire al nostro controllo.

Il ripetere costantemente certe azioni prima di determinate performance, aiuterebbe l’inidividuo a esercitare un maggiore controllo su ciò che si aprresta a fare aumentando di conseguenza il senso di autoefficacia, e la motivazionione al successo.

Secondo il Dr. Eilam, questi comportamenti rientrebbero tra quelle che lui stesso definisce azioni preparatorie e confermatorie, ossia quelle azioni che mettiamo in atto anticipatamente e successivamente rispetto al compito da affrontare, per prepararci ad affrontare la situazione e per confermare che la strategia usata è vincente. Si tratta, dunque, di comportamenti ritualistici che non sono direttamente collegati al compito da eseguire. Per tale motivo essi  si differenziano dalle azioni funzionali, che il soggetto mette in atto per eseguire effettivamente il proprio compito.
Inoltre ogni individuo sarebbe abituato a mettere in atto comprtamenti preparatori e confermatori (definiti anche “di testa” e “di coda”) differenti per qualsiasi compito, anche quelli che caratterizzano la nostra quotidianità e che non comportano ansia.

Per giungere a queste conclusioni, il team di ricercatori ha analizzato numerosi video di soggetti impegnati a dover afforntare compiti comuni durante la prorpia giornata come indossare una camicia, preparare il caffè, chiudere la macchina, e in particolar modo hanno analizzato il comportamento dei giocatori di basket durante l’esecuzione di un tiro libero, che, secondo gli studiosi, rappresenta un ottimo esempio di comportamento ritualistico e ripetitivo. Se infatti l’obiettivo è quello di tirare la palla e fare canestro, come si spiega l’abitudine dei cestisti a far rimbalzare la palla sei volte prima del tiro? La risposta fornita dai ricercatori è chiara: si tratta di un comportamento rituale messo in atto anticipatamente con lo scopo di aumentare la concentrazione del giocatore, nonchè il suo grado di controllo su quanto si appresta a fare. Dai filmati analizzati è emerso, infatti, che i giocatori che ritengono utile la messa in atto di questo comportamento routinario, in termini di miglioramento della propria performance, generalmente ottengono i risultati migliori attraverso un aumento del livello di locus of control interno e di self-efficacy.

Una riflessione che potrebbe essere stesa, ad esempio, al tipo di rincorsa che i calciatori prendono prima di battere un calcio di rigore.

In funzione delle numerose ricerche condotte dal Dr. Eilam sull’argomento, egli sostiene anzitutto che si tratta di comportamenti rituali differenti per ciascun individuo, da non confondere con quelli che contraddistinguono il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Secodo il DSM-IV, il DOC è caratterizzato da sintomi ossessivi e/o compulsivi che siano fonte di marcata sofferenza per il paziente, comportino spreco di tempo (più di un’ora al giorno) e interferiscano con le normali attività quotidiane e con il funzionamento sociale e lavorativo del soggetto.
Infatti, i soggetti che soffrono di questo disturbo sono caratterizzati da un forte senso di incompletezza derivante dal fatto che non sanno se l’azione sia stata conclusa o meno, e ciò li induce a mettere in atto successivamente una serie ripetuta di azioni per verificare. Lo scopo della compulsione, sia essa rappresentata da un comportamento o da un’azione mentale, non è,quindi, quello di gestire efficacemente l’ansia da prestazione, bensì quello di alleviare l’ansia derivante dall’ossessione (es. lavarsi più volte le mani, o controllare ripetutamente di aver chiuso il gas o la macchina).

Dunque, il comportamento rituale si distingue da quello patologico perchè è costituito per lo più da azioni messe in atto anticipatamente per prepararsi all’azione, e non successivamente per verificarla. Il comportamento rituale, inoltre, ci consente di completare la nostra performance, mentre dal comportamento patologico che caratterizza il disturbo ossessivo compulsivo deriva sempre un senso di incompletezza.

Un’ ultima distinzione da fare, come già accennato nell’introduzione, riguarda la differenza tra il comportamento rituale che precede una performance e il rito scaramantico. Questa differenza è ben evidenziata nell’ambito della psicologia dello sport che suole appunto distinguere tra rituali di attivazione e rituali scaramantici. I primi vengono messi in atto, per raggiungere il livello di attivazione psico-fisiologica (arousal) ottimale e funzionale alla prestazione, i secondi invece verrebbero eseguiti per contrastare le forze esterne che potrebbero inficiare la performance. Da ciò si può facilmente dedurre che i rituali di attivazione riguardano generalmentei soggeti dotati di un elevato locus of control interno, mnentre i riti scramantici contraddistinguono gli individui caratterizzati da un locus of control prettamente esterno.
Infatti, i riti di attivazione per essere definiti tali devono presentare le seguenti caratteristiche:
1. sono sotto il controllo, conscio o inconscio, dell’atleta.
2. hanno una forte valenza emotiva per l’atleta.
3. vengono costruiti, studiati e perfezionati dall’atleta.
4. sono unici per ogni atleta o per ogni squadra.
5. fanno riferimento al lgrado di attivazione psico-fisica ottimale per la prestazione.

Da quanto detto finora, emerge abbastanza chiaramente l’importanza assunta, in termini di gestione dell’ansia e dello stress, da certe tipologie di azioni rituali. Questi comportamenti, infatti, vanno ad agire direttamente sulla nostra autoefficacia e sul controllo che siamo in grado di esercitare su una situazione imprevedibile che viviamo come potenzialmente stressogena, influenzando anche la nostra attivazione psico-fisica fino ad una certa soglia ottimale. Comportamenti che cambiano da persona a persona, e che è bene distinguere da quelli di natura patologica, e da quelli che ricadono nella logica del cosiddetto “non è vero ma ci credo.

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Riferimenti bibliografici:

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0149763405001302

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0166432810002494

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