Morire per amore

E’ inevitabile che, prima o poi, durante il percorso della vita, ci troviamo costretti a dover affrontare un dolore che può essere scatenato da eventi diversi, come la morte di una persona cara, una separazione, un improvviso licenziamento lavorativo, una forte delusione d’amore…

E’ su questo tipo di situazione che vorrei soffermarmi per approfondire le dinamiche disfunzionali che possono scatenarsi alla fine di un amore. Le delusioni d’amore spesso vengono banalizzate, soprattutto quelle degli adolescenti “che sarà mai…morto un papa…”, o “chiusa una porta si apre…”, frasi e parole che non servono in quanto spesso, quel papa e quella porta ormai chiusa, diventano un qualcosa di più grande e che assume significati che vanno al di là dell’allontanamento della persona amata.

Se agli occhi degli altri è solo la fine di una storia d’amore che “normalmente” non dovrebbe portare nessun tipo di strascichi futuri, per chi vive il dolore quello stesso evento può risultare devastante. Soprattutto se si è già “portatori” di un vissuto interiore doloroso e dilaniante, quella “semplice” delusione può andare ad intaccare un’area personale già precaria e quindi suscitare problemi nella costruzione di una buona autostima. Questo fallimento può rappresentare la prova che si è realmente dei falliti, che si ha un carattere insopportabile o che nessuno potrà mai amarci per questo.

In questo caso il dolore diviene sempre più acuto e si trasforma man mano in angoscia. Questo succede perché quell’area colpita rappresenta il punto focale e la ragione stessa di vita, in quanto in essa si è investito tutta la propria emotività.

Gli amici, genitori, parenti si perdono di vista lungo il cammino, il dolore che si prova ingoia tutto e tutti e la solitudine fa da padrone. L’evento scatenante inizia a non contare più, ma è il significato che esso assume per la persona abbandonata a diventare l’enigma da risolvere, un significato invisibile agli occhi esterni. Questa invisibilità, però è pericolosa in quanto permettere alla solitudine di incalzare sempre di più, insinuandosi e divenendo isolamento fisico e psichico.

Quindi: delusione, dolore, angoscia ed isolamento psichico, se a tutto ciò poi si somma l’impossibilità e incapacità di comunicare con chi ci sta attorno, ecco che la semplice e classica delusione diviene disperazione che acceca e confonde.

Si assottiglia quindi sempre di più il confine tra dolore psichico e male fisico, si pensa allora alla morte, al suicidio come unica via d’uscita, si è convinti di essere un peso per i propri cari e per se stessi. Il suicidio che viene ricercato, però, non è per forza di cose l’atto estremo e cioè quello che fa smettere di battere il cuore, spesso si decide di morire proprio lasciando battere un cuore anestetizzato, lasciandolo sopravvivere difendendolo da ulteriori coinvolgimenti emotivi.

Spesso, quindi, si prendono in considerazione strade alternative, devianti e patologiche, porte di emergenza da utilizzare quando ci si sente ormai in trappola. Una strada che invece consiglio e che aiuta a liberarsi da questa trappola, è quella della PAROLA e se ciò significa URLARE, ben venga! Urlare il proprio dolore ha come conseguenza la condivisione, il confronto e l’ascolto, tutto ciò che è contrario alla chiusura. Dunque, il coraggio nel lasciarsi aiutare e supportare da chi è in grado di accogliere e da chi avendo gli strumenti conoscitivi per farlo, può scavare e analizzare quel dolore e quel significato muto e invisibile agli altri. Si può cominciare così un cammino verso il recupero e la consapevolezza che l’angoscia può trasformarsi anche in altro e non solo in male fisico. Scoprire che fuori c’è un mondo che con la sua luce può far sparire i fantasmi interiori più spaventosi.

 

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