Leggere? Roba da super umani

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Stanislas Dehaene insegna Psicologia cognitiva sperimentale nel Collège de France, Maryanne Wolf, insegna Cittadinanza e servizi sociali alla Tufts University, nel Massachusetts. Il primo è direttore presso l’INSERM-CEA Cognitive Neuroimaging Unit, la seconda dirige il Center for Reading and Languages Research.

Entrambi pensano che l’essere umano non sia nato per leggere. E pensano che questa sia stata una fortuna.

Le numerose e comprovate ricerche di Dehaene, Wolf e dei loro staff hanno portato alla scoperta che il cervello ha potuto compiere un salto evolutivo, imparando a leggere, grazie alla sua plasticità, riuscendo ad adattare sistemi di decodifica visiva simili e già appresi, fino a quel momento utilizzate per il riconoscimento di oggetti.

Interessante è la definizione di Dehaene, “la corteccia cerebrale […] assomiglia piuttosto a una scatola di meccano, con cui il bambino può costruire il modello previsto dal venditore ma anche realizzare altre macchine più o meno funzionali”

La Wolf sottolinea come le modificazioni fisiologiche che avvengono nel cervello di chi impara a leggere, creano dei ponti di comunicazione tra le aree deputate alla visione e quelle deputate al linguaggio che sicuramente hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’essere umano, ponendo le basi per ulteriori sviluppi della corteccia cerebrale e promuovendo la crescita della stessa fino allo stato attuale.

Ma come funziona la lettura?

Il cervello umano che si accinge a leggere recepisce e rappresenta innanzitutto l’informazione visiva astratta delle parole scritte per poi mettere in connessione questa rappresentazione con le aree cerebrali del suono e del senso. Quindi, partendo dall’occhio, le parole arrivano nell’area occipito-temporale ventrale, e successivamente sono distribuite in varie regioni dell’emisfero sinistro.

Questo circuito di attivazione cerebrale è pressoché universale in tutte le lingue del mondo. Grazie alle moderne tecniche di neuroimaging funzionale, è stato possibile comprovare che le aree attivate sono sostanzialmente le stesse, con poche ma interessanti differenze.

Ad esempio, in lingue come l’inglese, dove il divario tra il visivo delle scrittura e l’uditivo delle pronuncia è elevato, si avranno più attivazioni cerebrali nella regione occipitale-temporale sinistra, rispetto a lingue come l’italiano, estremamente regolari dal questo punto di vista.

Inoltre, mentre lingue come il giapponese o il cinese, che utilizzano caratteri parzialmente pittografici, richiedono un’attivazione più elevata delle aree cerebrali visive, le lingue che utilizzano i caratteri latini, in quanto astratti, risultano da questo punto di vista più efficienti perché richiedono un minor dispendio di energie. A riprova di questo, la stessa situazione si presenta dal punto di vista ontogenetico. Un bambino piccolo che impara a leggere, impegna molto spazio della propria area visiva nell’operazione di riconoscere la forma del segno scritto, mentre un adulto che riconosce facilmente i singoli simboli, coglie direttamente le parole intere, coinvolgendo soprattutto le aree sopratemporali e frontali.

In effetti, una frase che mi è capitato di leggere spesso in alcuni post su facebook, e prima nelle e-mail catena, è proprio qualcosa del genere. La riporto qui di seguito:

“Sneocdo uno sdtiuo iglnese, non irmptoa cmoe snoo sctrite le plaroe, tutte le letetre posnsoo esesre al pstoo sbgalaito, imnptortane sloo che la prmia e l’umltia letrtea saino al ptoso gtsiuo, il rteso non ctona. Il cerlvelo è comquune semrpe in gdrao di decraifre il pzuzle, pcheré non lgege ongi silngoa ltetrea, ma lgege la palroa nel suo insmiee… vstio?”. Purtroppo non sono riuscita a trovare la fonte originaria di questo piccolo esperimento ma spero che abbia comunque reso l’idea.

Non ci resta ora, che abbandonarci alle nostre letture, con la consapevolezza, che così facendo ci comportiamo un po’ come super-umani, che hanno insegnato al proprio cervello un nuovo modo di interconnettersi.

 

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Laureata in Psicologia Clinica (Giugno 2010). Sto svolgendo il tirocinio presso un centro residenziale e diurno per persone con disabilità fisica e mentale, per poter sostenere l’esame di abilitazione.
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