Fallimento: ecco perche’ ci fa tanto soffrire

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Riuscire a gestire il dolore causato da un fallimento è una delle grandi sfide che un adulto deve affrontare. Quando si è molto giovani le possibilità di raggiungere i propri obiettivi appaiono quasi illimitate, ma crescendo si diventa consapevoli che il successo non è sempre dietro l’angolo. Siamo destinati a fallire: prima o poi non otterremo la promozione tanto attesa o, forse, saremo rifiutati dalla persona amata.

E questo può essere molto doloroso.

Non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte ad un insuccesso, ma la spirale negativa, che sto per descrivere, compare piuttosto frequentemente nei racconti di chi teme il fallimento sopra ogni cosa.

Molte persone riferiscono di aver cominciato a sviluppare la paura di non farcela fin dall’infanzia. In effetti, è cosa rara che i bambini vengano educati a non spaventarsi delle proprie emozioni spiacevoli e a considerare l’insuccesso in modo positivo, come un’opportunità per imparare e crescere. Più spesso, quando non riescono in un determinato compito, non vengono aiutati ad elaborare la bruciante sensazione che deriva dall’essere stati disapprovati, più o meno esplicitamente. Se siamo convinti di aver deluso le persone per noi importanti, ci sentiamo in colpa oppure proviamo vergogna. E diventiamo tristi. E’ così che quasi tutti impariamo che “sbagliare è sbagliato” e che fa terribilmente male.

Le critiche esterne (esplicite o tacite), ricevute senza altre spiegazioni su come affrontare la situazione, si trasformano, giorno dopo giorno, in una tendenza all’auto-critica ancora più aspra e distruttiva, che rende il mancato raggiungimento degli obiettivi scoraggiante e debilitante.

Nel tentativo di anestetizzare la sofferenza provata, si può arrivare a pensare che la cosa fondamentale nella vita non sia più realizzare i propri sogni e desideri, ma cercare proteggersi, ad ogni costo, da future umiliazioni. Paradossalmente, questo proponimento porterà, come vedremo tra un attimo, ad un fallimento ancora più certo di quello che si sperava di evitare.

Facciamo un esempio. Se, per un milione di ragioni, non riusciamo a superare un esame, potremmo cominciare a dirci che siamo dei perdenti. Ovviamente questo ci farà sentire ancora peggio: proveremo un senso di profonda tristezza che ci porterà ad essere passivi nel comportamento. Pensando che sia tutto inutile, non ci daremo da fare, non parleremo con il professore, non chiederemo ad un amico di studiare con noi. Questa passività verrà interpretata come un ulteriore prova del nostro fallimento personale ( “Dovrei studiare e invece sto qui senza fare niente, sono un idiota!”). E come credete che andrà a finire? Probabilmente avremo il morale a terra e saremo ancora meno propensi a risollevare le sorti del nostro iter universitario.

Per mettersi al riparo da nuove frustrazioni, infatti, si finisce quasi sempre per abbandonare aspirazioni ed ambizioni o per rimandare i progetti a tempo indeterminato. E’ chiaro, a questo punto, come i ripetuti insuccessi siano principalmente causati da quello che si sceglie di fare (o non fare) per paura di un’ulteriore delusione e, in caso di eccessivo perfezionismo, per paura di non essere all’altezza delle aspettative (a volte troppo elevate). Ovviamente, nella vita, se non tentiamo, non potremo mai riuscire. Come dire: chi non gioca, non vince di sicuro. Anzi, si espone a sempre più frequenti esiti negativi.

Facciamo un altro esempio. Chi vuole avere buone possibilità di vivere relazioni appaganti, deve necessariamente comunicare i propri desideri, i propri bisogni, il proprio modo di pensare alle persone con cui è in contatto. Altrimenti, come si può sperare di essere capiti ed aiutati, come si può credere di costruire un rapporto basato sulla complicità? Ma se la persona teme costantemente di essere rifiutata, sarà portata ad adottare un atteggiamento difensivo (passivo, passivo-aggressivo o aggressivo) verso gli altri, che complicherà la situazione.

Continuando, quindi, a sperimentare insuccessi, attribuendoli non ad una complessa serie di circostanze, ma prendendosela solo con se stessi, si finisce per intaccare l’autostima . Un atteggiamento pessimista può portare a concludere che i fallimenti siano correlati all’essere irrimediabilmente sbagliati. Ci si esprime con frasi del tipo “Non valgo niente” “Sono un incapace” “Sono un perdente” “Non ne combino mai una giusta” o anche “Faccio schifo” “Sono una brutta persona”.

Di fatto quindi, l’immagine di sé svalutata, la convinzione di essere individui deboli, perdenti e senza speranza, che genera penose sensazioni, non è tanto legata alla reale esperienza del fallimento, quanto alla tendenza interiorizzata a denigrare se stessi per non aver raggiunto gli obiettivi prefissati.

Questo è quanto accade se ci lasciamo dominare dalla paura di non farcela. Nel mio prossimo articolo, invece, spiegherò come sia possibile controllare (e persino sfruttare!) le emozioni legate al fallimento, in modo da non rinunciare alle occasioni di felicità e soddisfazione che la vita ci offre.

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Come Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all’Ordine Psicologi Regione Umbria n. 631, specializzata in Psicoterapia ad indirizzo Cognitivo Comportamentale, la Dott.ssa Rosati da anni esercita la libera professione nello studio di Terni, dove si occupa di consulenza, sostegno psicologico, psicoterapia dell'adulto e della coppia.
E’ Presidente Regionale della Società Italiana di Psicologia e Psichiatria - Umbria.
E' impegnata nella divulgazione della corretta informazione psicologica e collabora con diversi giornali, siti web, emittenti televisive e radiofoniche. Le sue aree di interesse riguardano i Disturbi d’Ansia (Ansia, Attacchi di Panico, Disturbo Ossessivo Compulsivo, Fobie), i Disturbi dell’Umore, i problemi nella gestione delle emozioni (paura, rabbia, tristezza, fiducia in se stessi) e le difficoltà nelle relazioni.
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