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Stress cronico: un nemico da evitare

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Che lo stress influisse negativamente sulla nostra salute lo sapevamo da tempo, quello che ci sfuggiva era il meccanismo atttraverso cui condizioni croniche di stress fossero associate ad anomalie cromosomiche. Una recente ricerca, però, fa luce sull’argomento, evidenziando un nesso causale tra stress cronico e danni al nostro DNA che sarebbe alla base di disturbi di diversa natura  e gravità.

Prima di descrivere la ricerca in questione, però, è bene fare chiarezza sul termine stress, utilizzato ormai quotidianamente durante le  nostre conversazioni con significati spesso in contrasto tra loro. Il concetto fu introdotto inizialmente in biologia da Cannon, ma fu Selye a darne una definizione univoca e scientificamente valida.

Egli definì lo stress come “una risposta (generale) aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente” (1955). Nel far ciò Selye ipotizzò che tale richiesta comprendesse una serie di stimoli o fattori stressanti, definiti stressors, che romperebbero l’omeostasi dell’organismo sollecitandone una reazione difensiva.

Tale reazione, di natura adattiva, nota come Sindrome Generale di Adattamento (SGA), è caratterizzata da 3 fasi:

  1. fase di allarme, in cui la presenza dello stressor viene segnalata da una serie di modificazioni ormonali a livello biochimico;
  2. fase di resistenza, durante la quale l’organismo cerca di fronteggiare la minaccia in base alle risorse a disposizione;
  3. fase di esaurimento, nella quale l’organismo si arrende allo stressor perchè non è in grado di contrastarlo efficacemente.

La condizione di stress presuppone, dunque, uno squilibrio tra le richieste esterne e le risorse interne dell’organismo. Uno squilibrio che rappresenta il focus della definizione di stress fornita da Lazarus e Folkman (1984), che nell’ambito del loro modello transazionale lo descrivono come una transazione fra la persona e l’ambiente nella quale la situazione è valutata dall’individuo com eccedente le proprie risorse, e tale da mettere in pericolo il suo benessere psicofisico.

Tuttavia, occorre ricordare che questa relazione dinamica che intercorre tra individuo e ambiente non sempre comporta effetti negativi, tanto che si suole distinguere tra eustress e distress. Il primo è una tipologia di stress positivo chè serve ad allenare la capacità di reazione e di adattamento della persona a eventuali fattori stressanti; il secondo invece ha una valenza negativa che si manifesta quando vi è una situazione di squilibrio tra stressors e capacità di adattamento dell’individuo. Tale incongruenza dipende non solo dall’intensità degli stimoli esterni, ma anche dalla loro durata e persistenza, come avviene appunto nel caso dello stress cronico, che è associato a cambiamenti ormonali che interessano diversi sistemi del nostro organismo.

E proprio lo stress cronico è stato da sempre riconosciuto come responsabile di varie tipologie di disturbi di natura psicofisica.

Ma qual è il meccanismo attraverso cui lo stress cronico danneggia e altera il nostro DNA? In che modo queste anomalie cromosomiche possono compromettere la nostra salute?

La risposta ci viene fornita da una ricerca recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Nature e condotta da un team di ricercatori del Duke University Medical Center, guidati dal professor Robert J. Lefkowitz.

Lo studio, basato su un esperimento condotto su un gruppo di topi, ha messo in evidenza la relazione causale esistente tra stress cronico e numerose tipologie di disturbi e malattie causate da un danno cromosomico, chiarendo il meccanismo con il quale il nostro DNA viene danneggiato.

Gli studiosi hanno somministrato ai roditori un composto simile all’adrenalina, neurotrasmettitore indotto appunto in situazioni di stress cronico, i cui effetti negativi a livello cardiovascolare sono ben noti (in presenza di dosi eccessive per lungo tempo).

Nel far ciò hanno verificato l’effetto esercitato sulla P53, una proteina conosciuta per la sua funzione di soppressione tumorale e di protezione del genoma da  eventuali danni e anomalie. I risultati emersi hanno evidenziato che la presenza di un elevato livello di adrenalina per 4 settimane ha comportato un significativo abbassamento del livello di P53, facendo presumere che sia questa la causa di danni rilevanti al nostro DNA.

In funzione di ciò l’equipe di ricercatori ha concluso che questi risultati forniscono una spiegazione plausibile di come lo stress cronico possa causare diverse tipologie di disturbi che possono svariare da problemi di natura puramente estetica come l’aumentare di capelli bianchi o l’insorgenza di altri segnali di invecchiamento precoce, a patologie ben più gravi.

La ricerca descritta, oltre a dare un contributo prezioso nel far luce sulla relazione causale tra stress cronico e danni al DNA, ci induce a riflettere maggiormente su quanto sia importante gestire adeguatamente le situazioni stressanti che possono riguardare la nostra quotidianità, fronteggiandole attraverso le risorse di coping di cui disponiamo. Ma ancor di più ci fa capire quanto sia importante riuscire ad assaporare fino in fondo quei momenti di relax e di tranquillità che durante la nostra giornata ci permettono di rompere il frenetico ritmo della nostra routine, e di preservare il nostro benessere psico-fisico.

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Riferimenti bibliografici:

Selye, H. (1950). Stress and the general adaptation syndrome. British Medical Journal, 1, 1383-1392.

Lazarus, R., S., Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York: Springer Publishing.

http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature10368.html

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