La depressione post-partum

Quello della gravidanza, prima, e del parto, poi, sono dei momenti di estrema importanza per la donna, oltre che per l’intero nucleo familiare.


I nove mesi della gravidanza sono vissuti dalla gestante con curiosità, estrema partecipazione ad ogni cambiamento fisico, ma anche con paura ed ansia: “come diventerà il mio corpo?”, “riuscirò a gestire i dolori del parto?”, “dopo che il bambino nascerà, sarò una buona madre?”.

In genere, tali domande, e le ansie che queste portano con sé, trovano risposte grazie al supporto che la gravida riceve dal coniuge e dai familiari, dalle letture a cui, in genere, la donna si interessa durante tale periodo e dalla frequentazione dei corsi di accompagnamento al parto.

Ci sono situazioni, però, in cui tali vissuti di ansia non riescono ad essere del tutto contenuti. Esiste, purtroppo, un fenomeno troppo spesso sottovalutato, ma più diffuso di quanto si possa pensare: la depressione post partum. Tale sindrome deve essere distinta da altri due quadri psicopatologici, quali il “maternity blues” (o baby blues) e la “psicosi puerperale”.

La prima non viene definita come un disturbo vero e proprio, in quanto, solitamente, si risolve spontaneamente nell’arco di 7/14 giorni dall’insorgenza. Tra i vari sintomi, troviamo: stanchezza, pianto, ansia, irritabilità, insonnia e momentaneo distacco e disinteresse per il bambino. Ma, come detto, tali sintomi sono di lieve entità e tendono a scomparire piuttosto velocemente. Nonostante tale quadro abbia un’incidenza che oscilla tra il 50 e l’80% delle gravide (soprattutto primipare), solo in rari casi può favorire la comparsa di una depressione post partum.

La psicosi puerperale, invece, è un disturbo più grave della depressione post partum. Si tratta, infatti, di una forma grave di psicosi che insorge subito dopo il parto o nei primi giorni del puerperio. Il sintomo principale è uno stato confuso – onirico con grave agitazione psicomotoria. A tale grave manifestazione si associano allucinazioni visive ed uditive, deliri, comportamenti bizzarri e, in rari casi, tale quadro psicopatologico sfocia in un suicidio od infanticidio. Tale sindrome è piuttosto rara, avendo un’incidenza dell’1.5 per mille tra le puerpere.

La depressione post partum propriamente detta, invece, ha un’incidenza che oscilla tra il 10 ed il 20% nelle società occidentali, percentuale che sembra essere in costante crescita nell’ultimo ventennio.

Solitamente compare entro i 12 mesi successivi al parto, con un  picco durante il secondo-terzo mese. La sintomatologia è caratterizzata da ansia ed eccessiva preoccupazione che la donna vive per il nuovo compito che si trova ad affrontare, a ciò si associa irritabilità, difficoltà nel prendere decisioni, profonda tristezza e perdita di interesse. Sono anche presenti sintomi somatici quali perdita di appetito e disturbi del sonno.

Tale quadro depressivo non è esplicitamente inserito nel DSM IV, cioè nel manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, non è quindi riconosciuto come disturbo specifico. È possibile, però, aggiungere la voce “post partum” per specificare il momento di esordio di un disturbo dell’umore, se questo compare entro le 4 settimane dopo il parto.

Dalla letteratura specialistica, che ha cercato di identificare “l’identikit della mamma con depressione post partum”, si evince come, nella maggior parte dei casi, questa sia una donna matura, tra i 32 ed i 38 anni, con un lavoro ed una posizione sociale stabile, che abbia raggiunto una posizione economica valida e consolidata e, infine, che viva nelle grandi città.

Tale “identikit” è spiegabile in quanto, una donna con le caratteristiche sopra descritte, è probabile che possa vivere la nascita del bambino come motivo di squilibrio all’interno della sua vita, come un potenziale ostacolo alla sua carriera, che possa mettere in crisi la stabilità economica e sociale ottenuta.

Da tale descrizione emerge, quindi, come la depressione post partum sia un disturbo emotivo importante, che ha chiare ripercussioni sulla relazione madre-bambino. Per tale motivo, è necessario predisporre un piano terapeutico integrato per le donne che soffrano di tale disturbo.

Indubbiamente, un enorme sostegno può (e deve) provenire dal partner, dai familiari più intimi e dagli amici più cari. Si può supportare la puerpera, infatti, aiutandola a parlare delle sue ambivalenze emotive e degli eventuali vissuti di aggressività nei confronti del bambino, la si può supportare nella gestione e nella cura del bambino, senza tuttavia sostituirsi ad essa, la si può aiutare nell’esternalizzare i sentimenti e pensieri inaccettabili anche per la mamma.

Nonostante ciò, però, spesso si rende necessario un aiuto terapeutico. Nei casi meno gravi, e qualora la madre voglia continuare ad allattare al seno il proprio bambino, bisogna basare l’intervento sull’aiuto psicologico, che può essere individuale o attraverso i gruppo di auto – aiuto. Nei casi più gravi, invece, può essere necessario un intervento integrato, cioè psicofarmacologico (solo nei casi più gravi e solo per periodi di tempo limitati, al fine di ridurre la sintomatologia più eclatante) e psicoterapico.

Si evince, quindi, come tale quadro debba essere adeguatamente identificato, al fine di non confonderlo con le altre sintomatologie descritte, e correttamente trattato, per evitare pesanti ripercussioni sulla salute fisica e mentale della donna e del nascituro.

 

Bibliografia

-        American Psychiatryc Association (2002) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. (DSM-IV-r) Trad. it. Masson, Milano.

-        Ammaniti, M., Cimino, S., Trentini, C., (2008) Quando le madri non sono felici. La depressione post partum. Il pensiero scientifico Editore, Roma.

-        Lalli, N., (2008) La depressione post partum. Psicologia Contemporanea, Novembre-Dicembre 2008, n° 210.

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