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L’orientamento politico? Dipende dal nostro cervello

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Da cosa dipendono le nostre preferenze politiche? La risposta è certamente complessa e comprende diversi elementi come ad esempio i nostri valori, i nostri interessi, il contesto socio-culturale in cui siamo cresciuti, e le varie tecniche persuasive utilizzate nell’ambito della comunicazione politica. Tuttavia, una ricerca britannica ipotizza che sia la conformazione di alcune aree del nostro cervello a influenzare in maniera determinante il nostro orientamento politico.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di studiosi dello University College di Londra guidati da Ryota Kanai, ed è stato pubblicato online sulla rivista Current Biology¹ il 7 aprile 2011.

Gli scienziati hanno messso in relazione le preferenze politiche di 90 soggetti e la strutture di alcune aree del loro cervello. In particolare la ricerca consisteva nel chiedere ai volontari di descrivere il proprio orientamento politico  su una scala a 5 punti che andava da molto liberale e molto conservatore. Successivamente, attraverso una risonanza megnetica funzionale (fMRI), gli studiosi hanno provveduto ad analizzare la struttura cerebrale dei soggetti interessati, scoprendo che i  liberali presentavano una corteccia cingolata anteriore più grande, mentre i conservatori avevano un’amigdala di dimensioni maggiori.

É bene ricordare che la corteccia cingolata anteriore (CCA) è quella regione del cervello responsabile del processo valutazione in merito alle decisioni da prendere ed è implicata nell’attribuzione di significati emotivi alle nostre esperienze,  oltre ad essere coinvolta nella motivazione e nella componente affettiva del dolore. Essa può essere definita la sede del cosiddetto “sesto senso” perchè è da questa area che proviene quella sensazione di inadeguatezza o di malessere che esperiamo quando abbiamo l’impressione che ci sia qualcosa che non va. In tal caso, questo sesto senso ci avvisa in maniera inconscia che la risposta fornita dall’organismo è inadeguata rispetto alla situazione. La sua funzione è praticamente quella di prepararci ad eventuali imprevisti e pericoli futuri, facendoci trovare pronti quando l’evento eventualmente si manifesterà.

L’amigdala, invece, può essere considerata come il centro emotivo dei nostri ricordi, visto che gestisce le nostre emozioni (soprattutto quelle riguardanti lo stress, l’ansia e la paura) archiviando le esperienze ad esse connesse. La sua funzione è infatti quella di confrontare l’esperienza presente con quelle passate in modo da predisporci efficacemente all’azione, soprattutto quando si tratta di situazioni potenzialmente nocive.

In funzione di ciò, inoltre, come evidenziato in parte anche da un’altra precedente ricerca condotta dal professor David Amodio della New York University, i conservatori sarebbero più sensibili alle emozioni associate ad una potenziale minaccia, come la paura e l’ansia, soprattutto in situazioni di incertezza. I liberali, invece, tenderebbero ad essere più inclini  al cambiamento e a fare nuove esperienze, e  allo stesso tempo risulterebbero essere più tolleranti e flessibili in relazione a informazioni e situazioni contraddittorie e imprevedibili.

Certamente i risultati di questo studio, per quanto interessanti, necessitano quanto meno di ulteriori conferme (come sostenuto dagli stessi autori), visto che allo stato attuale siamo ben lontani dal poter sostenere che le nostre preferenze politiche siano frutto esclusivamente della conformazione del nostro cervello. Basti pensare a tutte quelle persone che non hanno un orientamento politico ben definito, o che col passare del tempo modificano le proprie preferenze. Inoltre, risulta essere troppo riduttivo ritenere che sia soltanto la fisiologia del nostro cervello a determinare un fenomeno tanto complesso, tralasciando tutti quei fattori citati all’inizio che, invece, entrano inevitabilmente in gioco. Senza dimenticare che, trattandosi sostanzialmente di atteggiamenti, la persuasione in particolare gioca un ruolo di primissimo piano. La ricerca in questione, quindi, offre spunti importanti di riflessione e di ricerca se inserita in un’ottica multicausale, che tenga conto dell’influenza esercitata da molteplici variabili di diversa natura.

Tuttavia, una cosa è certa: il lavoro condotto da Kanai e colleghi, non fa che confermare le potenzialità e le grandi prospettive di ricerca che accompagnano lo studio della fisiologia del cervello attraverso la tecnica della risonanza megnetica funzionale (fMRI). Un filone di studio che potrebbe aiutarci a fare maggiore chiarezza su numerosi interrogativi riguardanti il nostro modo di agire e di pensare.

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¹http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(11)00289-2

 

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