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Media e comportamenti violenti

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I recenti tragici avvenimenti di Oslo e dell’isola di Utoya hanno sollevato, tra le altre riflessioni, anche la questione dell’influenza dei videogiochi e degli spettacoli violenti sul comportamento delle persone.


Nonostante Anders Behring Breivik fosse un cristiano fondamentalista con simpatie di estrema destra, iscritto a una loggia massonica e con avversione per l’islam e la società multiculturale, i media italiani non hanno potuto fare a meno di sottolineare come lo stesso Breivik fosse un appassionato giocatore di videogames violenti.

La possibilità che l’esposizione a videogiochi o spettacoli mediatici violenti sia correlata con la manifestazione di comportamenti aggressivi è stata ampiamente studiata negli ultimi venti anni.

In particolare, sono stati effettuati studi comparativi con la presenza di abusi in famiglia e la presenza di sintomi di depressione.

Nella quasi totalità di questi studi, sono state trovate correlazioni tra la presenza di abusi in famiglia, o la presenza di sintomi di depressione e un’alta probabilità della comparsa di agiti violenti. Le stesse non sono state trovate invece, nei soggetti che praticavano videogiochi violenti, in assenza delle altre variabili.

Questi studi non sono nuovi, né pochi, né poco controllati. Perché allora i media spingono ancora tanto sul ruolo che hanno videogiochi e spettacoli violenti (videogiochi e spettacoli che sponsorizzano al contempo) sull’aggressività delle persone?

La risposta non è lineare. Difficilmente i comportamenti umani si possono spiegare in termini di cause ed effetto, ma quello che è certo è che usando la carta del pericoloso e del macabro, i media attivano irrimediabilmente quella parte della curiosità umana attratta dal vietato e dal rischioso. Rinforzando in un circolo vizioso il meccanismo di condanna e lusinga della violenza.

Un’educazione psicologica sarebbe allora utile anche per chi lavora nel campo dei media, per aiutarli a prendere coscienza del fatto che loro sono il veicolo primario attraverso cui la maggior parte delle persone riceve informazioni, e che proprio per questo motivo, dovrebbero essere improntate alla sinteticità e non alla superficialità, e alla riflessione piuttosto che al sensazionalismo.

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