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Leggere i pensieri: fantascienza o scenario possibile?

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Washington, 2054. Grazie ad un sistema chiamato “precrimine” che permette di estrapolare immagini dalla mente degli indagati, la polizia riesce ad arrestare i criminali prima che commettano un crimine, perseguendo in tal modo non il reato bensì l’intenzione di commetterlo. É questo lo scenario in cui è ambientato il film “Minority Report” (2002). Ma quanto è distante questo scenario dalla nostra vita reale? È davvero fantascientifico immaginare che un giorno si possa avere la possibilità di leggere i pensieri presenti nella mente di un individuo?

Nel corso degli ultimi anni si sono susseguite numerose ricerche finalizzate a fornire una risposta a queste domande.

La più recente è quella condotta da alcuni ricercatori del Centre for Brain and Mind della University of Western Ontario, pubblicata sul Journal of Neuroscience¹.

La ricerca consisteva nell’analizzare attraverso una serie di risonanze magnetiche nucleari funzionali l’attività cerebrale di 9 soggetti che si trovavano di fronte ad un oggetto, cercando di prevederne le possibili azioni che sarebbero state compiute.

La risonanza megnetica funzionale (fMRI) è una tecnica di imaging biomedico la cui scoperta viene attribuita a Seiji Ogawa, utilizzata per effettuare diagnosi medica esaminando  la funzionalità di un determinato apparato.

La fMRI rappresenta una delle principali tecniche di neuroimaging funzionale, e viene spesso utilizzata per valutare la relazione esistente tra l’attivazione di determinate aree del cervello e specifiche funzioni cerebrali attraverso l’analisi del metabolismo cerebrale. Questa tecnica in sostanza ci permette di “vedere” come si sviluppa la nostra attività cerebrale quando ci troviamo di fronte a un particolare stimolo, evidenziando le cellule che vengono attivate osservando, ad esempio, il loro consumo di ossigeno e il flusso sanguigno.

Già in uno studio² condotto nel 2000 , Andreas Bartels e Semir Zeki, ricercatori presso il Department of Cognitive Neurology della University college di Londra, avevano evidenziato attraverso la fMRI effettuata su 17 soggetti che si definivano “follemente innamorati”, che quando questi soggetti guardavano un’immagine del proprio partner, si attivavano costantemente le stesse aree del loro cervello: il nucleo caudato, il putamen, l’insula, l’ippocampo, il cingolo anteriore. Queste regioni sono quelle da cui scaturiscono le sensazioni di piacere e di euforia (prodotta dal meccanismo della ricompensa).Inoltre è interessante notare come nello stesso arco di tempo risultavano essere inattive le aree frontali (responsabili della formazione del nostro giudizio critico e razionale), l’amigdala (che gestisce la paura), e le aree del cervello connesse alla depressione e alla tristezza.

In questo modo i due studiosi hanno spiegato perchè in presenza del nostro partner tendiamo a sentirci euforici, senza paura, e allo stesso tempo non riusciamo ad essere obiettivi e razionali quando dobbiamo esprimere una valutazione nei suoi confronti, ignorando il più delle volte problemi e difetti.

Nel caso della ricerca menzionata inizialmente, invece, i soggetti potevano scegliere fra tre tipologie di azioni da mettere in atto:

1. afferrare l’oggetto dall’alto;

2. afferrare l’oggetto dal basso;

3. toccare l’oggetto.

I risultati emersi hanno dimostrato che i ricercatori erano in grado di prevedere l’azione dei soggetti 4 secondi prima che venisse eseguita, con una percetuale di successo tra il 55-65%, una percentuale giudicata dagli studiosi chiaramente non elevata ma statisticamente significativa.

Secondo Jason Gallivan, primo autore dello studio, questo esperimento rappresenta un grande passo avanti per la comprensione del modo in cui il cervello umano progetta i comportamenti da mettere in atto. Inoltre, queste nuove conoscenze potrebbero essere utili anche per aiutare pazienti con difficolta’ di movimento, come chi soffre di danni alla colonna vertebrale, perchè fornirebbe la possibilità di controllare gli arti artificiali attraverso la previsione del loro desiderio di muoversi.

Ciò può essere possibile perchè, come sostenuto da Jody Culham (il secondo autore dello studio), il neuroimaging funzionale permette di vedere il modo in cui viene progettata un’azione attraverso un’immagine che “fotografa” lo sviluppo della nostra attività cerebrale in un determinato momento, senza dover inserire elettrodi direttamente nel cervello umano, e quindi con un grado molto più basso di intrusività.

La problematicità di dover impiantare elettrodi nel cervello caratterizzava, invece, un’altra sorprendente ricerca condotta da un gruppo di ricercatori appartenenti al California Institute of Technology di Pasadena, e pubblicata lo scorso anno sulla rivista Nature³.

L’esperimento è stato effettuato su 12 soggetti epilettici e ha evidenziato come l’attività di singole cellule neurali sia collegata alla presentazione di determinati stimoli visivi, uditivi o concettuali. In particolare, i ricercatori guidati dal dott. Moran Cerf sono riusciti a creare un sorta di database per ciascun soggetto coinvolto nell’esperimento individuando i neuroni che venivano attivati in presenza di specifici stimoli. Quando un soggetto pensava ad esempio ad alcuni personaggi famosi come Marilyn Monroe o a Bill Clinton, si attivavano determinati neuroni eil database costituito consentiva di riprodurre su una tela l’immagine associata.

Ovviamente, tenendo conto che il nostro cervello è quotidianamente bombardato da innumerevoli stimoli provenienti dal mondo esterno e dal nostro inconscio, le prospettive di questa ricerca sono sorprendenti, perchè a detta dei ricercatori rappresenterebbe il primo passo per riuscire a leggere i pensieri di un soggetto anche quando non è in condizione di comunicare, e potenzialmente anche i suoi sogni.

È evidente che quanto detto finora apre scenari che fino a poco tempo fa erano ritenuti assolutamente fantascientifici. Ed è altrettanto chiaro che la scienza debba fare ancora molta strada per poter affermare che sia possibile leggere a tutti gli effetti il pensiero di una persona, ma le numerose ricerche condotte in questa direzione dimostrano quanto sia opportuno fare un’accurata riflessione sul tema in questione. Accanto agli evidenti ed entusiasmanti vantaggi che uno scenario del genere potrebbe comportare, infatti, vi sono una serie di problematiche in termini di privacy e di libertà individuale che non si possono sottavalutare, soprattutto in riferimento all’uso improprio che potrebbe esserne fatto. Non ci resta che attendere ulteriori risultati che confermino questo affascinante scenario, che forse non è così tanto lontano. A meno che non spunti un “minority report” che ci ricordi ancora una volta quanto sia difficile decifrare con assoluta certezza i pensieri della mente umana…

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¹http://www.jneurosci.org/content/31/26/9599.abstract

²http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11117499

³http://www.nature.com/news/2010/101027/full/news.2010.568.html#B1

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