Una caratteristica comune a tutte le condizioni psichiatriche è la presenza di un elemento disfunzionale nel modo in cui i pazienti pensano e valutano se stessi; la differenza sta nella natura della malattia.
Lo psichiatra Jaspers, nel 1913, descrisse con efficacia la consapevolezza di sé definendola come la “capacità di distinguere l’Io dal non Io” e indicò quattro caratteristiche formali per individuare e valutare questa capacità.
- Il sentimento della consapevolezza di essere o esistere.
- Il sentimento di consapevolezza dell’attività.
- Consapevolezza di unità.
- Consapevolezza di identità.
A queste quattro dimensioni, Scarfetter ne aggiunse una quinta:
- Consapevolezza dei confini del Sé.
Ora, se andiamo ad analizzare le varie condizioni psichiatriche, si noterà con facilità la corrispondenza con quanto affermato finora.
Nelle psicosi affettive ad esempio, si manifestano spesso dei deliri nichilistici, facilmente riconducibili ad un disturbo del sentimento della consapevolezza di essere od esistere. Il paziente depresso, che asserisce di non riuscire a dare inizio ad un’attività, o il paziente schizofrenico, che esperisce la propria volontà come manipolata da entità estranee, manifestano peculiarità diverse dello stesso disturbo del sentimento di consapevolezza dell’attività. Sintomi più rari, come l’autoscopia, spesso collegabili a disturbi del lobo parietale, rientrano nello spettro della consapevolezza di unità, mentre disturbi di consapevolezza di identità si possono facilmente individuare nelle esperienze di possessione che a volte vivono i soggetti con un disturbo isterico o dissociativo. Infine, i disturbi di consapevolezza dei confini del Sé, trovano una loro tipica collocazione all’interno dello spettro schizofrenico.
Queste esperienze di alterazione della percezione dell’Io, possono verificarsi anche in persone che non presentano quadri psicopatologici, ma in tal caso il giudizio di realtà non è mai intaccato e le esperienze stesse si manifestano spesso nella forma del “come se”.
“Spesso quando ero da solo mi sedevo su questa pietra e cominciavo un gioco immaginario che consisteva in qualcosa di questo tipo: “Io sto seduto su questa pietra ed essa sta sotto.” Ma anche la pietra potrebbe dire: “Anch’io penso: “Io sto qui su questo pendio ed egli sta seduto sopra di me”. E nasceva la domanda: “Sono io che sto seduto sulla pietra, oppure io sono la pietra su cui lui sta seduto? “
CARL G. JUNG (1963)




















