“Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora (…)”, sostenenva Einstein in riferimento alla sua teoria della relatività. Il modo in cui percepiamo le cose, infatti, può variare da individuo a individuo, e da situazione a situazione, soprattutto quando entrano in gioco le nostre motivazioni e i nostri desideri. Ciò comporta, ovviamente, delle conseguenze anche sul nostro modo di comportarci e di agire.
Per avere un esempio pratico di ciò basti pensare a quanto detto da Einstein in riferimento alla relatività: “quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora (…)”.
Le cose che percepiamo possono essere definite come dei “prodotti cognitivi” che, pur basandosi sullo stimolo sensoriale ricevuto e inizialmente elaborato dai nostri organi di senso, vanno al di là di esso e sono di natura più complessa.
La percezione, intesa come elaborazione cognitiva dell’informazione sensoriale che giunge ai nostri organi di senso, è infatti un processo complesso, spesso realizzato automaticamente e implicitamente, che inizia con la sensazione e coinvolge diversi processi cognitivi (attenzione, memoria, linguaggio, immaginazione…) e molteplici aspetti della personalità dell’individuo, tra cui la sua sfera affettiva e motivazionale.
Uno studio recentemente pubblicato su Psychological Science¹, dimostra, infatti, che le nostre percezioni sono fortemente influenzate dai nostri desideri e dall’intensità con cui cerchiamo di soddisfarli, contraddicendo l’assunto secondo il quale percepiremmo gli oggetti come essi realmente sono (noto come realismo ingenuo).
Lo studio, condotto da Emily Balcetis della New York University e da David Dunning della Cornell University, è costituito da due esperimenti.
Nel primo esperimento i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di soggetti di indicare quale fosse la distanza che li separava da una caraffa piena d’acqua posta dinanzi a loro. Nel far ciò, ad alcuni di loro venne offerto un bicchiere d’acqua prima di iniziare, mentre ad altri venne offerto uno snack salato.
Il risultato fu il seguente: le persone che nutrivano il desiderio di bere perchè prima avevano mangiato lo snack salato sostenevano che l’oggetto si trovasse a una distanza inferiore rispetto a quanto sostenuto dai soggetti che invece non nutrivano tale desiderio, avendo già bevuto precedentemente.
Nel secondo esperimento veniva chiesto ai partecipanti di lanciare un sacchetto contenente delle pietre sul pavimento, dove erano collocate alcune carte-regalo il cui valore variava da 0 a 25 dollari.
Centrando le carte-regalo, i soggetti avrebbero vinto il valore corrispondente.
Dall’esperimento è emerso che i soggetti, quando cercavano di centrare le carte con valore più alto, sbagliavano il lancio perchè percepivano le carte molto più vicine di quanto fossero realmente. Quando, invece, cercavano di conseguire le carte-ragalo che avevano un valore minore, lanciavano il sacchetto oltre il bersaglio sbagliando di pochi centimetri.
Anche in questo esperimento, i soggetti che desideravano maggiormante raggiungere un obiettivo tendevano a sottostimare la distanza che li seperava da esso, e finivano col percepirlo più vicino di quanto fosse realmente. La percezione della distanza dall’oggetto, dunque, variava in funzione all’intensità con cui lo si desiderava.
I risultati emersi da questo studio dimostrano chiaramente l’influenza esercitata da ciò che desideriamo sul nostro modo di percepire le cose, e sembrano chiarire anche la funzione evolutiva di tale influenza. Come sostenuto dalla Balcetis, infatti, anche una percezione distorta (come quella di considerare l’acqua più vicina a noi quando nutriamo un forte bisogno di bere) può esserci molto utile in quanto ci induce a impegnarci maggiormente per conseguire un obiettivo che, in determinate situazioni, tendiamo a percepire più vicino di quanto sia realmente.
Ovviamente, questa ricerca apre prospettive interessanti anche per quanto riguarda la nostra capacità di affrontare e gestire situazioni stressanti che possono comportare uno sforzo psico-fisico non indifferente. In tali situazioni, infatti, tenere come riferimento la meta da raggiungere, e considerare la distanza che ci separa da essa minore di quanto lo sia realmente, può aiutarci a sopportare più facilmente la fatica e a essere maggiormente flessibili di fronte alle difficoltà, incrementando la nostra self-efficacy e potenziando le nostre risorse di coping. Allo stesso modo, sarà opportuno prestare una maggiore attenzione in tutte quelle situazioni che possono comportare un rischio per l’individuo, in modo da evitare di sottostimare un eventuale pericolo.
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Riferimenti bibliografici:
¹http://www.psychologicalscience.org/index.php/news/releases/close-encounters-of-the-desired-kind-study-reveals-wanted-objects-are-seen-as-closer.html




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