Il problema del burnout nei servizi sociali

La letteratura sulla definizione del burnout (tradotto letteralmente, il suo significato è “scoppiato, bruciato, cortocircuitato”) è estremamente vasta e inizia nel 1974 con lo psicoanalista Fraudemberger il quale usa il termine per descrivere la sensazione di forte insoddisfazione in conseguenza al mancato raggiungimento della meta prefissata da parte di individui “dinamici, carismatici e risoluti […] che si impegnano fino in fondo in tutto quello che fanno, lasciandosi coinvolgere anche intimamente”.


Cherniss parla della perdita di “vocazione”, descrivendo come sia evidenziabile la sindrome nei soggetti che, una volta appassionati della propria professione, la considerano ora freddamente come un semplice lavoro, senza trarne alcuna sensazione di soddisfazione e benessere. In questo senso, il burnout viene inteso come una sorta di “ritirata psicologica” dal lavoro, una strategia errata di adattamento che ha ripercussioni negative sia per la persona sia per l’organizzazione, una modalità di adattamento allo stress lavorativo messa in atto da operatori che non dispongono delle risorse appropriate per fronteggiarlo. Cherniss considera gli operatori impegnati nel sociale (le helping professions) come la categoria più vulnerabile e giustifica la perdita di passione per il lavoro  come un progressivo disimpegno di fronte a situazioni stressanti. Contrariamente a questa linea di definizioni, la psicologa Maslach sostiene che le persone vulnerabili alla sindrome del burnout sono  insicure e con scarsa ambizione ed assertività. Di conseguenza, possono facilmente cedere alle pressione delle richieste lavorative e difendersi attraverso un ritiro delle emozioni finora investite.
Le teorie fin qui esposte possono essere inserite all’interno di quattro modelli teorici usati per spiegare il burnout.
Il primo modello si rifà ai concetti di competenza ed efficacia. Partendo dal presupposto che chi svolge una professione di aiuto è altamente motivato e riceve un rinforzo positivo se vede di essere stato realmente capace di risolvere il problema che gli si pone davanti, il burnout sarebbe conseguenza della percezione della propria capacità di agire sull’ambiente, vista come insufficiente.
Il modello psicosociale considera il burnout come una risposta “adattiva”. Il soggetto, non disponendo di strategie di coping più adeguate, si difende dallo stress lavorativo disinvestendo da esso le proprie energie.
Il modello psicodinamico si rifà alla concezione di Freudemberger di burnout visto come la risultanza del dislivello continuo tra aspirazioni del soggetto e risorse personali. Questo psicanalista ha individuato dodici stadi di gravità del della sindrome. Solitamente il soggetto chiede aiuto solamente quando la sindrome ha raggiunto una certa gravità, non è possibile perciò stabilire un punto di inizio o un andamento comune per tutti i casi. Gli stadi proposti sono:

“Spinta a provare: il bisogno di affermare se stessi, spinti dall’ossessione nel raggiungimento di una meta;
Intensità: in quanto ci si dedica sempre più intensamente ad affermare sé stessi;
Sottile privazioni: trascurando i propri bisogno e le relazioni sociali;
Diniego di conflitti e bisogni: invece di riconoscere i problemi, li sì nasconde attraverso meccanismi intrapsichici;
Distorsione di valori: negando il conflitto diventa difficile distinguere la realtà dall’irreale;
Diniego organizzato: la visione globale delle cose diventa ridotta, isolandosi sempre di più dalla realtà quotidiana;
Disimpegno: compaiono sempre di più attività che riducono i contatti interpersonali;
Evidenti cambiamenti di comportamento: non si tollerano critiche, isolandosi sempre di più;
Spersonalizzazione: si perde il contatto con se stessi;
Sensazione di vuoto: ci si sente prosciugati, svuotati ed inutili; a volte si rischia di cadere negli eccessi di ciò che temporaneamente può gratificare (cibo, sesso, droghe e alcool),
Depressione: non ci si cura più di niente; l’autostima è quasi inesistente;
Esaurimento totale (Burnout): ci si sente privi di significato; non si esiste più. La propria vita non ha valore ed è in pericolo.”

L’ultimo modello teorico è quello psico-sociologico, poco diffuso, che mette in luce l’influenza delle organizzazioni dei Servizi e l’interazione di queste con l’esperienza soggettiva dell’operatore  sulla sindrome di burnout.
Ad ogni modo, il burnout è una sindrome con cause multifattoriali, in cui entrano in gioco problemi individuali ed organizzativi.
A livello personale, variano da persona a persona anche se esistono delle linee comuni che permettono di generalizzare in due gruppi: individui con grandi ideali e aspettative che, se non raggiunte, causano una forte delusione e sensazione di fallimento personale; e individui troppo disponibili a prendersi responsabilità maggiori di quanto sia a loro possibile e che finisco per reagire con un eccessiva rigidità di risposta alle richieste fornitegli.
I problemi organizzativi che possono funzionare come fattori di rischio sono invece il sovraccarico di responsabilità nei ruoli, come la svalutazione degli stessi, l’eccessiva o la scarsa burocratizzazione, la mancanza di un programma definito, e la mancanza di gratificazione per i risultati ottenuti.
Le problematiche del burnout non si esauriscono nell’ambito lavorativo della persona che ne è colpita ma hanno una pesante ripercussione anche sulla sua vita affettiva e sociale. Essendo “esaurita” dal punto di vista emozionale, non ha più energie per gestire i piccoli conflitti della vita quotidiana, diventando così irascibile in famiglia e, in particolar modo, con il partner. Sarebbe utile invece, cercare di parlare delle proprie tensioni per riuscire a scaricarle in maniera sana, sia con il partner, sia con i colleghi, che sicuramente potrebbero comprendere il suo vissuto.

Per gestire efficacemente la sindrome del burnout bisogna lavorare sui suoi aspetti principali mirando a ridurre le tensioni emozionali, migliore la visione che il soggetto ha della gente e aumentare la sua autostima ed il suo senso di realizzazione. In ogni caso, la soluzione necessita di tempo e i cambiamenti necessari ad una completa guarigione spesso non riguardano solo il paziente ma anche l’Istituzione in cui lavora. Solitamente, l’operatore che soffre di burnout chiede aiuto quando la situazione è già abbastanza grave e a quel punto risulta difficile recuperare le sue capacità lavorative, è consigliabile invece fornire da subito una rete lavorativa tale da poter individuare fin da subito le situazioni problematiche e riuscire ad arginarle quando ancora è possibile.

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