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Indifferenza vs altruismo

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In questi ultimi giorni, il verificarsi di alcuni eventi drammatici può aver risvegliato, in ciascuno di noi, quel senso di solidarietà che ci induce ad aiutare una o più persone che si trovano in situazioni di difficoltà.

Questa possibilità di aiutare l’altro non è circoscritta esclusivamente ad eventi straordinari, ma fa parte della nostra quotidianità, visto che ogni giorno possiamo potenzialmente trovarci in una situazione che potrebbe richiedere il nostro intervento. Tuttavia, non sempre decidiamo di intervenire, anzi, in diverse occasioni tendiamo a rimanere inermi, facendo prevalere l’indifferenza.

Quali sono, dunque, i fattori che ci inducono ad assumere il ruolo di “spettatori passivi” o “spettatori attivi” in situazioni che non ci riguardano personalmente? E come si verifica la decisone che ci porta a essere altruisti o a voltarci dall’altra parte in una situazione che richiederebbe il nostro intervento?

Secondo Latané e Darley (1970), perchè una persona decida di intervenire e offrire il suo aiuto è necessario che si verifichi il seguente processo:

1. accorgersi che qualcosa non va;

2. ritenere che la situazione richieda un intervento;

3. assumersi personalmente la responsabilità dell’intervento;

4. valutare l’azione più appropriata per intervenire;

5.  decidere di intraprendere l’azione scelta.

Questi due studiosi furono tra i primi a indagare i fattori che spingevano gli individui a rimanere indifferenti di fronte a situazioni che, invece, richiedevano palesemente il loro aiuto. Il loro studio prese spunto da un evento drammatico che stimolò fortemente la ricerca psicologica in questo campo: l’assassinio di Kitty Genovese, una ragazza uccisa nel 1963 a New York a seguito di un’aggressione mentre rientrava a casa dal lavoro. Ciò che colpi maggiormente di quella triste vicenda fu che, nonostante le forti urla della ragazza avessero messo momentaneamente in fuga per ben tre volte il suo aggressore, nessuno decise di intervenire per prestarle soccorso, tanto che la polizia venne chiamata solamente dopo che la ragazza era già morta.

Latané e Darley, indagando su cosa avesse spinto le persone a non agire dinanzi a una situazione tanto drammatica, hanno evidenziato due fattori che giocano un ruolo fondamentale in situazioni del genere:

  1. la diffusione della responsabilità, ossia la tendenza delle persone a ritenersi meno responsabili se sono presenti altri “soccorritori”;
  2. l’ignoranza collettiva, in funzione della quale le persone possono credere che la situazione sia normale se altri soggetti presenti decidono di non intervenire.

Il comportamento che ne consegue è caratterizzato da una sorta di apatia nei confronti dell’altro, un’apatia che ci induce ad aspettare che siano gli altri ad agire e a guidare il nostro comportamento (effetto astante), soprattutto quando abbiamo difficoltà ad attribuire un significato all’evento stesso.

In alcuni casi, inoltre, per giustificare la propria indifferenza, le persone si affidono a processi di attribuzione distorti come la teoria del mondo giusto (Lerner 1980), secondo la quale alcuni individui ritengono che ogni persona abbia ciò che si merita. In tal modo la vittima viene colpevolizzata e non viene ritenuta di ricevere aiuto.

Questi processi psicologici tendono a manifestarsi con una certa frequenza in diverse situazioni drammatiche. Per fortuna, non sempre l’indifferenza prevale sul nostro altruismo. Basti pensare ai numerosi “Giusti tra le nazioni”, che con il loro agire eroico si contrapposero a quanti, con tacita indifferenza, permisero il verificarsi dell’Olocausto.

Numerosi studi hanno evidenziato che la tendenza a mettere in atto il comportamento altruistico può essere influenzata da meccanismi riferiti allo scambio sociale, da fattori di personalità e da fattori socio-culturali. Tralasciando i casi in cui il nostro comportamento è regolato dallo scambio sociale o da ricompense esterne, dove il nostro agire per gli altri può essere influenzato da tendenze egoistiche, focalizziamo l’attenzione sui fattori di personalità e  di natura socio-culturale.

Tra i fattori di personalità emergono come fondamentali:

– un elevato senso morale e di responsabilità;

– un locus of control interno (la tendenza a percepire gli eventi come causati principalmente da se stesso);

– un’accentuata propensione alle relazioni interpersonali;

– una forte capacità di resistere a stereotipi e pregiudizi;

– un’educazione basata sull’etica della cura e sulla consapevolezza delle conseguenze derivanti dal proprio comportamento.

A livello socio-culturale è emersa, invece, l’influenza esercitata dai seguenti fattori:

– l’empatia: tendiamo ad aiutare le persone per le quali proviamo empatia, indipendetemente dall’eventuale tornaconto personale (ipotesi empatia-altruismo. Batson, 1991);

– l’umore: vedere una persona in difficoltà può comportare una temporanea sensazione di tristezza che induce le persone ad agire per ripristinare un umore positivo (ipotesi del sollievo dallo stato d’animo negativo. Cialdini et al., 1987);

– la distanza dall’altro: secondo Bauman, il senso di responsabilità delle persone e la possibilità di provare empatia sarebbero maggiore con il diminuire della distanza fisica e psicologia che le separa.

La probabilità di mettere in atto comportamenti di solidarietà aumenterebbe inoltre, in funzione alla possibilità di condividere la gioia che ne consegue direttamente con la persona che ha usufruito dell’aiuto (ipotesi empatia-gioia. Smith, Keating e Stotland, 1989).

Sarebbe auspicabile, dunque, aumentare il nostro senso di responsabilità, acquisendo una maggiore consapevolezza riguardo a ciò che accade intorno a noi, e diminuendo al contempo quella distanza che ci separa dall’altro. Una distanza che prima di essere fisica è anzitutto psicologica, frutto dei meccanismi della categorizzazione sociale. Se saremo in grado di fare ciò, riusciremo anche a farci trovare pronti in quelle situazioni in cui non possiamo concederci il “lusso” di voltarci dall’altra parte.

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Riferimenti bibliografici:

Latané B., Darley J.M., (1969). Bystander “apathy”. American Scientist, 57, 2.

Darley J.M., Lewis L. D., Teger A.I., (1973). Do groups always inhibit individuals response to potential emergencies?. Journal of Personality and Social Psychology, 26 (3), 395-399.

Batson C.D., (1991). The Altruism Question: Toward a Social-Psychological Answer. Hillsdale, NJ: Erlbaum.

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