La gravidanza

Il periodo della gravidanza viene riconosciuto come un periodo di crisi, dal momento che si assiste ad una serie di oscillazioni tra i momenti di regressione e quelli di crescita vissuti dalla donna.


Bibring ( 1961) ha individuato due compiti adattivi cui la donna deve affrontare la sua gestazione.

Il primo compito vede la donna dover accettare l’embrione prima e il feto poi come parte integrante del proprio sé. La fusione narcisistica che si viene a determinare perdura fino al momento in cui la donna non inizia ad avvertire i movimenti del feto, riconoscendolo come realtà di un bambino altro da sé.

A questo punto deve essere affrontato l’altro compito che la vede a dover organizzare nuovamente i propri investimenti oggettuali quale momento necessario a poter poi affrontare la nascita – separazione.

Volendo analizzare nello specifico gli aspetti psicologici che influenzano la gravidanza, occorre far riferimento anche all’evoluzione sociale che ha portato la donna ad abbandonare la sfera istintiva per dar spazio ad una maggior razionalizzazione e avvicinamento al mondo maschile con la conseguente integrazione socioculturale.

Fin dal momento del concepimento si verificano nella donna una serie di cambiamenti non solo esterni, ma soprattutto interni.

È a questo riguardo che la gravidanza può essere ritenuta una vera e propria fase di sviluppo, nonché una “crisi”. Tale crisi mette in gioco la donna nel senso che ella dopo aver dimostrato a sé stessa e agli altri la capacità di dare alla luce un bambino, deve includerla nella struttura della personalità.

Durante al gestazione la donna si trova a dover affrontare una fase di forte confusione in cui la riattivazione delle dinamiche e delle fantasie che sono appartenute a stadi precedenti del proprio sviluppo rimandano a tratti che accomunano la gravidanza all’adolescenza. Infatti nella pubertà, l’adolescente si trova a confrontarsi con le proprie pulsioni che per la loro violenza e intensità gli creano uno stato di confusione a cui si accompagnano tutta una serie di conflitti che caratterizzano tale fase. In realtà la confusione più grande viene vissuta in rapporto alla propria identità, che si deve trovare un maggior senso di stabilità determina l’impronta sulla quale l’individuo si baserà per affrontare le successive trasformazioni evolutive della vita. Il corpo che muta e di conseguenza il proprio ruolo provoca spesso una marcata instabilità emotiva. In questo periodo l’emotività e l’inconscio prendono il sopravvento, dando luogo ad una sorta di “male fisiologico” che precede l’acquisizione di un nuovo equilibrio. È al contempo una fase evolutiva e una crisi mutativa che impone una riorganizzazione delle esperienze precedenti.

Qualcosa di simile accade anche durante i primi mesi di gravidanza, quando deve mettere in relazioni le fantasie con la realtà del feto che cresce in lei (se prima era un desiderio, una fantasia avere un figlio, ora è una realtà). Divenire madre presume un adeguamento della propria identità nel passaggio da un ruolo di figlia a quello di genitore. Tale processo, che inizia con la gravidanza e prosegue con la maternità, necessita di un riassestamento di tutte le componenti psichiche che si sono sviluppate durante le esperienze passate e che hanno caratterizzato la storia della donna. Pertanto la gravidanza viene definita da molti autori come quel momento di crisi e confusione in cui la donna si trova a dover affrontare continui aggiustamenti che coinvolgono la personalità, al fine di poter costruire un’immagine stabile di sé come madre. Occorre integrare una nuova immagine del sé come madre, attraverso le identificazioni, in particolare con la propria madre.

Divenire madre implica un’inevitabile confronto con la propria madre, a volte ponendosi in competizione per arrivare a prenderne il posto. La maternità sancisce la fine del ruolo esclusivo di figlia che diviene al contempo genitore e figlia.

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