I nuovi metodi in psicologia criminale

Le vecchie modalità di creazione di un profilo criminale prevedevano che lo psicologo studiasse le idiosincrasie della scena di un crimine, con l’occhio esperto di un collezionista d’arte che analizza un quadro di dubbia provenienza. Oggi le cose sono cambiate: più spazio al metodo scientifico.

Il compito dello psicologo sulla scena del crimine è quello di supportare le forze dell’ordine nella ricerca dell’assassino, fornendo una descrizione del tipo di persona che potrebbe aver commesso quel delitto. In passato, i metodi utilizzati non erano particolarmente “scientifici”, perchè si fondavano più sull’intuito dello specialista che sui fatti, con conseguenti possibili errori grossolani. Attualmente le tecniche di criminal profiling sono più empiriche e guidate dai dati,  che dal giudizio di un singolo esperto. Migliaia di dati sulle caratteristiche criminali sono analizzati per trovare correlazioni utili alle investigazioni.  Ad esempio, è stato appurato che due furti vicini geograficamente o temporalmente, sono interpretabili più facilmente come commessi dalla stessa persona. L’approccio empirico, inoltre, sembra essere in grado di mettere in luce maggiormente gli aspetti psicologici delle scene del crimine.

In una recente ricerca Carrie Trojan e Gabrielle Salfati hanno studiato un set di dossier criminali per valutare se ci sono legami tra il comportamento degli assasini e la loro storia criminale precedente. L’ipotesi dei ricercatori prevedeva che le scene del crimine che rivelavano segnali di violenza incontrollata e impulsività, definite da loro “ostili”, erano generate da una persona che probabilmente aveva un passato di crimini simili, come risse, violenza domestica e vandalismo. Al contrario, scene del crimine che rivelavano segni di calcolo, come nascondere il corpo,  e la presenza di motivazioni secondarie al crimine quali atti sessuali o furti, da loro definite come “cognitive”, venivano da un assassino con una storia di crimini strumentali, come il furto o l’evasione. Per condurre il loro studio, Trojan e Salfati hanno ottenuto dal Dipartimento di Polizia di Cincinnati i dossier di 122 omicidi commessi tra il 1997 e il 2006, dossier di assassini che avevano ucciso una sola volta, e dossieri di 9 assassini seriali, che avevano ucciso tr le 3 e le 6 persone a testa, sempre una alla volta.

Risultati

I ricercatori hanno in primis verificato che è possibile classificare la maggior parte delle scene del crimine (circa l’87%) come ostili o come cognitive. Emergeva inoltre che la maggior parte degli omicidi di una sola persona erano associati ad una scena del crimine di tipo ostile. Questo risultato collima con il dato che quasi la metà degli omicidi negli USA avvengono durante una lite. Le scene del crimine prodotte dai serial killers, invece erano nel 51% dei casi ostili e nel 49% dei casi cognitive.

L’ipotesi secondo cui la scena del crimine potesse dare segni della storia criminale dell’assassino, invece, non è stata confermata dallo studio.

Per il 26% gli assassini con una sola vittima, la scena del crimine risultava di tipo ostile, ma la loro storia rivelava crimini strumentali. Solo per il 24% c’era corrispondenza tra storia ostile e scena del crimine ostile. Per i restanti la classificazione era mista o non identificabile. Per i serial killers, il 33% mostravano un abbinamento tra la scena del crimine e la storia criminale, solitamente entrambe più cognitive.

Nonostante questo studio non abbia confermato le sue ipotesi, potrebbe aprire la strada a nuovi filoni investigativi e di ricerca, che prendano le mosse dai dati empirici più che da singole intuizioni.

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Trojan, C., and Salfati, C. (2011). Linking Criminal History to Crime Scene Behavior in Single-Victim and Serial Homicide: Implications for Offender Profiling Research. Homicide Studies, 15 (1), 3-31 DOI: 10.1177/1088767910397281

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