Il bambino con Disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività manifesta dei livelli inappropriati per l’età del bambino, di distraibilità, impulsività, iperattività. Il disturbo compare a scuola, o/e a casa, o/e in situazioni sociali.
In classe il bambino non riesce ad applicarsi ai propri compiti abbastanza da portarli a termine, ha difficoltà ad organizzare e completare il lavoro, non riesce a eseguire le richieste degli insegnanti, di solito non completa le attività. Il bambino dà l’impressione di non ascoltare o di non aver capito cosa gli è stato detto. E’ disattento anche nei giochi con i coetanei.
Sono bambini impulsivi, fanno commenti fuori luogo, non riescono ad aspettare il proprio turno nelle attività di gruppo, interrompono gli insegnanti durante la lezione e i coetanei durante le ore di lavoro. Afferrano d’istinto gli oggetti, si impegnano in attività potenzialmente pericolose senza considerare le conseguenze. Hanno difficoltà a rimanere seduti, saltellano spesso, corrono senza meta, manipolano gli oggetti, si muovono continuamente, fanno attività molto rumorose. Le manifestazione associate comprendono bassa stima di sé, labilità dell’umore, bassa tolleranza alla frustrazione, esplosioni di collera, basso rendimento scolastico.
Il disturbo di solito insorge prima dei 4 anni, ma viene riconosciuto solo dopo che il bambino ha iniziato la scuola.
Solitamente, di fronte ad una tale situazione, l’insegnante cerca di far cessare tale comportamento disturbante richiamando all’attenzione il bambino. Cerca o di richiamarlo dandogli delle spiegazioni o in alcuni casi rimproverandolo o punendolo. L’insegnante cerca di inserire il bambino in varie attività, dandogli dei ruoli, dedicandosi per molto tempo all’allievo. Ma tanta attenzione potrebbe portare, per il bambino, ad un “vantaggio secondario” (questo potrebbe alimentare i loro comportamenti).
Anche a casa, con i genitori, il bambino si comporta allo stesso modo e molto spesso anche i genitori utilizzano lo stesso comportamento degli insegnanti. Un comportamento problematico viene vissuto come involontario, incontrollabile da parte di chi lo sta attuando. Se, ad esempio ci troviamo di fronte ad un bambino che manipola le proprie parti intime in modo compulsivo, dirgli di non farlo non porta a nulla. Invece si potrebbe esortare il bambino a comportarsi a comando, ovvero si costringe la persona a compiere volontariamente quello che sta facendo involontariamente, rendendo impossibile l’attuazione del comportamento perché la richiesta toglie la spontaneità, e quindi l’attrattività rispetto al comportamento.
L’insegnante, prescrivendo al bambino quello che sta già facendo lo mette davanti a due alternative: se sceglie di continuare ubbidisce all’insegnante, e i suoi atti non sono più volontari, voluti da lui, ma voluti dall’insegnante; se l’allievo sceglie di disubbidire, allora non deve seguire la prescrizione, quindi deve diminuire i comportamenti.
Noi possiamo, secondo la nostra creatività, costruire realtà inventate che producono risultati concreti. Ad esempio, se un bambino picchia sempre altri bambini, l’insegnante, invece di punirlo, potrebbe dire che l’atteggiamento del picchiatore è molto utile per i bambini, perché questi possono diventare degli eroi e meritevoli di premi e medaglie, che la scuola è composta da bimbi eroi che ricevono premi, grazie a lui che li maltratta.
E’ di fondamentale importanza che l’istituto scolastico sappia instaurare e mantenere un dialogo aperto e continuo coi genitori, ricco di momenti di confronto e di riflessione, e che li tenga costantemente informati delle problematiche che i loro figli sin da piccoli si trovano ad affrontare. E’ necessario che la scuola poi segnali il problema e sia in grado di sviluppare un clima di collaborazione coi servizi territoriali che si occupano del percorso riabilitativo.






















