Mubarak: psicologia della caduta del despota

Le capacità di un dittatore sono molte e disdicevoli: sa come sopprimere i dissidenti, irretire la stampa, devastare la dignità e la speranza del popolo, tutti talenti necessari a rimanere al potere per 30 o 40 anni. Quello su cui i grandi despoti però non sono mai stati molto dotati è la capacità intersoggettiva, quella cioè di comprendere le motivazioni dell’altro e agire di conseguenza.

Questa ottusità interpersonale è stata chiara quando  Hosni Mubarak ha tenuto il suo ultimo discorso televisivo, in cui informava il popolo egiziano e tutto il mondo che sarebbe rimasto esattamente dov’era, attaccato alla sua poltrona, per poi fare le valige e andar via appena il giorno dopo. Questo atteggiamento ci dice molto su quello che attraversa la mente di un dittatore e su come può essere difficile fargli mettere i piedi per terra.

I conflitti tra il leader e i suoi “sudditi” solitamente procedono dal basso verso l’alto. Il tiranno mantiene il suo potere finchè le leggi che impone sono rispettate incondizionatamente e accettate docilmente. I problemi non sorgono quando esistono piccoli ceppi di dissidenti, che possono essere facilmente irretiti, ma quandola la rivolta coinvolge un largo margine della popolazione.

A questo proposito, l’antropologo biologista Chris Boehm, dell’Università della Southern California, studia l’mpulso rivoluzionario dell’uomo, con particolare riferimento a come esso eserciti una tensione unica nella psicologia della nostra specie. Da un lato, gli esseri umani sono primati estremamente gerarchizzati, pronti a rispettare la leadership e a sottomettersi all’autorità per il bene comune. Dall’altro lato, i nostri antenati cacciatori-coltivatori costituivano branchi molto egualitari, più efficaci quando il gruppo operava collettivamente. Quando un singolo individuo, solitamente un maschio, cominciava ad imporsi eccessivamente, veniva velocemente spodestato. Questo impulso di affrontare e abbattere il “bullo”, ci accompagna ancora oggi.

“Il bisogno rivoluzionario è la reazione universale che sorge quando il potere viene esercitato su di noi in modo illeggittimo” – afferma Jonathan Haidt, psicologo morale dell’Università della Virginia – “Questo istinto è eccitante e genera una forte dipendenza per l’uomo. Un esempio? La bandiera del mio stato presenta l’immagine di una donna guerriera con il petto nudo e il piede che calpesta un uomo morto, che rappresenta la tirannia. L’emblema del mio stato è un omicidio.”

Ma non è stata una singola Giovanna D’Arco mezza nuda ad abbattere un dittatore come Mubarak. E’ stata bensì una forza mobile, che rappresenta lo spirito di un’intera nazione esausta e questo accade nella storia in modi e momenti molto prevedibili. Gli scoppi politici, come tutti gli incendi, iniziano in maniera modesta con atti isolati di diserzione e ribellione. Nelle giuste condizioni, tutti queti fuochi si uniscono e l’incendio divampa velocemente.

“L’intensità della rivolta ha a che fare con molti fattori” – afferma il professore di Scienze politiche Ian Lustick, dell’Universitò della Pennsylvania – “la densità delle reti sociali, con quale velocità gli altri gruppi seguono le prime sommosse e come evolve la cascata di eventi che porta al punto di rottura.”

Ovviamente, anche una rivoluzione che può sembrare veloce, appare estremamente lenta a chi ne è coinvolto, come i 18 giorni intercorsi tra le prime insurrezioni degli Egiziani e la caduta di Mubarak. In quei giorni a tutti noi appariva immediatamente evidente che la posizione del dittatore non sarebbe stata sostenibile a lungo. Come mai però Mubarak ha aspettato tutti quei giorni per arrivare a questa conclusione?

Innanzitutto, non va sottovalutata l’impenetrabilità della “bolla” in cui i dittatori sono tenuti. ” I tiranni non amano il dissenso e si circondano di sicofanti” – afferma Haidt – “Spesso a causa loro, non hanno la minima idea di come sono realmente considerati dalla popolazione.” Questo può far sembrare il dittatore assurdamente e ottusamente inconsapevole, ma da tale punto di vista, Mubarak non è peggiore di noi. Come Haidt spiega, la maggior parte di noi ha un’impressione più accurata dell’altro, delle sue capacità e del suo temperamento, di quanto la abbiamo di noi stessi. Non siamo buoni auto-valutatori.

Anche il disprezzo gioca un ruolo. David Ottoway, ex giornalista del Washington Post inviato dall’Egitto era lì nel 1981 quando Anwar Sadat, predecessore di Mubarak, fu assassinato. Nei mesi precedenti alla sua morte, Sadat aveva consolidato il suo potere molto più di Mubarak, con vessazioni e arresti verso i suoi oppositori politici. Quando l’occidente condannò questi soprusi, Sadat ebbe un terribile crollo psicologico. “Era stato un eroe globale per molto tempo, ma quando la stampa europea gli si rivoltò contro” - continua Ottoway – ” egli rispose cacciando il reporter di Le Monde e la NBC. Alla conferenza stampa, qualcuno gli chiese se aveva consultato Washington prima di dare inizio alle sue misure restrittive. A quella insinuazione lui perse la testa e affermò che non doveva sottostare ai diktat occidentali. Non poteva credere di essere stato contestato. Nel caso di Mubarak, mi è venuta in mente ancora una volta l’ultima settimana di Sadat.”

Infine, la decisione di Mubarak, di gettare la spugna può essersi delineata nella sua mente nella stessa modalità incrementale con cui le manifestazioni si sono diffuse nel paese. Lustick ritiene che la costruzione della disfatta si è determinata lentamente, con varie voci contrastanti che sono confluite nella cascata di eventi finale. “C’è sempre una voce nella mente del dittatore che gli sufferisce che dovrebbe abbandonare il campo” – afferma Lustick – “ma le voci intermedie, quelle insicure, sono sempre le più forti e lo spingono a rimanere lì dov’è. Dopo un pò però il dittatore smette di preoccuparsi del futuro a lungo termine e comincia a prestare attenzione al pericolo più prossimo di essere in errore. Abbiamo visto lo stesso fenomeno con lo Shah e Nicolae Ceausecu. Continuavano a ripetere che non avvrebbero mai mollato la presa e improvvisamente sono andati via.”

E’ questa forse l’ultima indegnità delle personalità vanagloriose come i dittatori, quella che vede come loro ultimo atto politico il poco eroico tentativo di salvare la pelle e le proprie fortune. Ma c’è qualcosa di ancora più umiliante. Il cambiamento repentino di Mubarak, dalla rigidità alla fuga, corrisponde a quello che Listick descrive come “tragedia della cuspide”. “Pensate ad un cane che ringhia verso di voi e sembra pronto ad attaccare.” – afferma- “Nello stesso identico momento in realtà è pronto a scappare con la coda tra le gambe”.

Fortunatamente il popolo ha avuto la meglio su tanta codardia.

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