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Come aiutare mio figlio a stare con gli altri? I

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Sin dalle prime fasi dello sviluppo il bambino è dotato della tendenza a costruire legami con le persone che lo circondano, i genitori in primis, ed è necessario che questi, in forza di tale legame, siano in grado di veicolare le emozioni del bambino verso relazioni sane a adattive.


Le emozioni sono il motore primario del nostro comportamento, la bussola che spesso guida le nostre scelte fondamentali, ed è necessario che i genitori siano in grado di trasformare le emozioni inizialmente prive di significato dei loro figli, in pensieri che questi possano metabolizzare e fare propri.

La psicoanalisi inizialmente concettualizzò le emozioni come fenomeni di scarica, ossia risposte istintive a stimoli esterni, ma si rese ben presto conto che è nelle prime fasi dell’interazione madre-bambino che va collocato lo sviluppo delle diverse categorie emozionali.

Particolare rilievo per l’argomento trattato in questa sede, ha il concetto di “sintonizzazione affettiva”. La sua comparsa, all’interno della relazione madre-bambino, dopo gli 8-9 mesi, indica che nel bambino e all’interno della relazione, vi è una corrispondenza degli astati affettivi, fondamentale affinchè il bambino sviluppi uno stile di attaccamento sicuro.

Col termine “attaccamento” intendiamo il rapporto che il bambino stabilisce con la persona che si prende maggiormente cura di lui. Tale legame è più forte nel periodo che va dagli 8 mesi ai 3 anni.

Esistono diversi modelli di attaccamento e sono importanti perché non solo influenzano la personalità del bambino, ma influenzeranno anche le sue relazioni sociali future.

Per studiare le caratteristiche dell’attaccamento, alcuni ricercatori hanno messo appunto il “test della situazione sconosciuta”. Questo test prevede che il bambino, accompagnato dalla madre o da un’altra persona cui è attaccato, venga introdotto in una stanza a lui sconosciuta e piena di giocattoli. Mentre il bambino resta sempre nella stanza, la madre ed un adulto sconosciuto al piccolo, ne entrano ed escono, secondo una sequenza prefissata di spostamenti. Perciò, in alcuni momenti viene a trovarsi nella stanza con la madre, in altri con l’adulto sconosciuto, e in altri ancora da solo. In base al comportamento del bambino in queste diverse situazioni si può inferire il suo stile di attaccamento. Non tutti i bambini, infatti, si comportano allo stesso modo: alcuni esplorano con fiducia e sicurezza la stanza quando la madre è presente, manifestando gioia nel riunirsi a lei, per poi ricominciare a giocare sentendosi perfettamente a loro agio. In questo caso si parla di bambini con attaccamento sicuro. Altri evitano o ignorano attivamente il genitore, restando inibiti nel gioco. Si parla, in questo caso, di bambini con attaccamento evitante. Altri ancora mostrano rabbia nei confronti del genitore, o reagiscono alla separazione con comportamenti molti confusi e disorganizzati. In questi casi si parla di bambini con attaccamento insicuro.

La trasmissione di un attaccamento sicura va oltre la semplice sensibilità del genitore. Affinchè si stabilisca questo modello di attaccamento è necessario che la persona che si prende cura del bambino sia COSTANTE e COERENTE nel fornirgli un contatto fisico confortevole, nell’interagire in perfetta sintonia emotiva con lui, intervenendo in modo da soddisfare i suoi bisogni immediati.

La qualità dell’attaccamento iniziale del bambino alla madre o ad un’altra persona che lo accudisce, esercita una forte influenza sullo sviluppo successivo, in particolare sullo sviluppo delle sue competenze sociali, e sulla qualità delle relazioni che il bambino stabilirà nel corso della sua vita.

Un bambino che ha sviluppato un attaccamento sicuro, nella seconda infanzia sarà più sicuro di sé, più abile nel risolvere i problemi, più stabile emotivamente e più socievole di un bambino con attacca+ insicuro.

Questo avviene perché sulla base delle esperienze cognitive ed affettive vissute, il bambino si costruisce una mappa interna, una sorta di schema, di cui si servirà per muoversi nel mondo.

Man mano che cresce il bambino acquisisce un repertorio sempre più ampio di esperienze, ricordi ed astrazioni di ricordi, specie della sua interazione con le figure genitoriali. La stabilità e la coerenza di tale interazione, non solo vengono organizzate nella mente del bambino e conservate nel tempo, ma sono la fonte della stabilità delle sue relazioni future.

Viene un momento, intorno ai 2-3 anni, in cui nostro figlio comincia a dire di no. Vi sono genitori che di fronte a questa disubbidienza sgridano il figlio, lo sculacciano, o lo mettono in punizione. Fanno bene? E soprattutto: come mai il figlio ha assunto questi comportamenti? Succede perché intorno ai 2 anni il bambino comincia a rendersi conto di essere un’entità distinta. Prima di questa età, egli vive in simbiosi con la figura materna e quella degli adulti che gli stanno vicino, non gli è chiaro dove finisca la sua individualità e cominci quella degli altri, dove finiscano i suoi sentimenti e comincino quelli degli altri. E’ come se il bambino, biologicamente nato 2 anni prima, solo ora nascesse psicologicamente, diventando consapevole di poter prendere delle decisioni.

E’ anche l’età in cui il bambino comincia a dire “IO”, a riconoscersi allo specchio… E il modo migliore per sentirsi se stesso, per sentire di avere una propria volontà, indipendente dagli adulti, è fare in modo diverso da come vorrebbero gli adulti. E’ il suo modo per cominciare a sentirsi autonomo rispetto a noi.

Si tratta però di un fenomeno temporaneo, che dura da 6 mesi ad un anno. Quando la coscienza della propria individualità si è sufficientemente consolidata e lo scopo di questo comportamento oppositivo è stato raggiunto, non c’è ragione che esso continui.

Durante questo periodo gli adulti dovrebbero assumere un atteggiamento flessibile, non essere né troppo duri, né troppo cedevoli. Lasciandoci guidare dall’idea che si tratta di un comportamento passeggero, che ha una sua ragione di essere poiché corrisponde ad un “bisogno di crescita”, dobbiamo chiedergli, se è necessario anche più volte, di fare una cosa, ma non dobbiamo arrabbiarci se non la fa, a meno che non si tratti di cose importanti e pericolose. Dobbiamo soprattutto spiegargli perché continuiamo a chiedergli di fare una cosa.

A 2 anni i bambini sono dei piccoli provocatori: non solo inscenano le loro bizze nei luoghi e nei momenti meno opportuni, ma spesso scelgono gesti di grande effetto teatrale, senza avvertirne minimamente il pericolo. In questi casi bisogna intervenire immediatamente e d’autorità, con sollievo di tutti, a cominciare dal piccolo provocatore, perché il bambino ha bisogno di trovare nel genitore una risposta decisa, che ponga un freno alle sue bizze, quando lui stesso non riesce più a controllarle e rischia di esserne travolto. Quando invece la situazione è meno pericolosa, è meglio lasciare che il bambino sfoghi la sua rabbia. In casa, per esempio, possiamo lasciarlo solo con i suoi giocattoli, e una volta scaricata la sua tensione nel gioco, potrà tornare allegro dalla madre come se nulla fosse. E per lui è davvero così: le bizze sono fulmini a ciel sereno, che passano come sono venuti. Inutile mostrarsi freddi o fargli la predica, atteggiamenti che potrebbero innescare il cosiddetto l’effetto Pigmalione. Questo si basa sul concetto che l’idea che una persona ha di un’altra si trasmette a questa, anche se non viene formulata verbalmente. La forza e la qualità delle aspettative che nutriamo verso un’altra persona, è in grado di influenzarne il comportamento.

Se il bambino rimane in uno stato di irritazione anche quando la fase acuta del capriccio si è conclusa, possiamo aiutarlo non tenendogli il broncio, perché il bambino deve sentire che la sua rabbia non è stata distruttiva. Ma vi sono anche preziosi accorgimenti per aiutarlo a dimenticare. Il più efficace, soprattutto per i più piccoli, consiste nel farli giocare con l’acqua. Oppure si può lasciarli pasticciare con la sabbia, la terra, i fiori, il pongo, la plastilina… Il contatto diretto con la materia ha la straordinaria capacità di placare l’ira.

E’ difficile che i capricci del bambino siano del tutto immotivati. Di solito una ragione c’è e per capire cosa lo spinge a comportarsi in modo così aggressivo e imprevedibile, bisogna cercare di mettersi dalla sua parte, adottando il suo punto di vista. I capricci spesso sono un modo per attirare su di sé l’attenzione dei genitori. Come a dire: se non vi occupate di me perché sono buono, fatelo almeno perché sono cattivo. Succede, per esempio, quando un fratellino e il piccolo si sente trascurato, ma succede anche al figlio unico quando diventa grande e i genitori non gli dedicano più le attenzioni di prima. Cercare di capire le ragioni del capriccio e non limitarsi al semplice castigo, aiuta il genitore ad educare davvero il bambino, e a capire che spesso, tante domande, nascondono un’unica essenziale domanda d’amore.

Non tutti i bambini diventano “terribili” a 2 anni. Il figlio perfetto, che si comporta sempre e solo come desiderano i genitori, di sicuro non crea problemi, ma probabilmente li sta covando dentro di sé. Il bambino troppo docile, che non dice mai di no, non fa capricci, non cerca di imporre la sua volontà, è spesso un bambino che ha rinunciato ad imporre le proprie aspettative per compiacere quelle degli altri, e questo soprattutto per paura di dispiacere i genitori.

Continua…

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