Disturbi alimentari: il cibo come relazione

Quando pensiamo al cibo, spesso associamo naturalmente il peso, l’ossessione per la bellezza e il corpo. Eppure il cibo ha molto a che fare con le relazioni.

Basta pensare alla prima infanzia per capire il semplice legame tra il mangiare e il rapporto con gli altri. Il bambino piange e ottiene del cibo. Qualcuno è stato designato ad adempiere a questo compito e questo qualcuno solitamente lo tiene in braccio e si relaziona a lui mentre lo nutre. Mangiare ed essere nutriti è la dinamica più antica e la nostra prima esperienza di relazione con un altro individuo. Quando cresciamo, molti eventi sociali ruotano intorno ai pasti: gli incontri familiari e quelli con gli amici spesso sono accompagnati dal cibo.

Se parliamo dei disturbi dell’alimentazione, questo elemento diventa ancora più significativo. Quando manca una relazione sana e “nutriente” nella vita precoce di un individuo, il cibo e i rituali ad esso associati possono diventare un sostituto malsano. E’ ormai accettato ritenere che il cibo nei disturbi alimentari abbia una funzione di “auto-regolazione”, serve cioè a ricostituire il legame con l’altro che è carente nel sostenerci e nel farci sentire amati. La maggior parte di noi trovano degli stratagemmi per auto-regolarsi e calmarsi nelle situazioni di dolore o di stress, apprendendo questa modalità solitamente da chi ci è stato di conforto nell’infanzia. Ad esempio, se un bambino cade e si fa male, piange e la madre verrà a consolarlo. Ma cosa accade se la madre non c’è? Il bambino dovrà trovare altri modi per consolarsi. Questo è il momento in cui il cibo può diventare un modo per auto-regolarsi e auto-consolarsi.

Nei disturbi alimentari spesso sussiste un trauma relazionale, con un genitore incapace di sostenere e di prendersi la responsabilità della crescita del bambino: la persona cresce senza l’esperienza di un caregiver sintonizzato sui suoi bisogni emotivi e non in grado di fungere da fonte di supporto quando è stressata o addolorata. Ad esempio, quando il rapporto con il genitore ruota sempre sui bisogni emotivi di quest’ultimo e non del bambino, i ruoli si invertono ed è il figlio a dover supportare l’adulto. Il bambino impara ad avere pochi bisogni se non nessuno, perchè sa che l’altro non saprà soddisfarli e si identifica con il caregiver, riducendo la consapevolezza delle proprie necessità. E’ così che può smettere di mangiare, o al contrario, può utilizzare il cibo come sostituto di una relazione calda e affettuosa.

Il problema è la relazione, non il cibo!

Sands, S. H. The subjugation of the body in eating disorders. Psychoanalytic Psychology, 20(1), 103-116. 2003

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