Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) lo definisce DISTURBO ANSIOSO-DEPRESSIVO.
La sua caratteristica principale è la presenza di umore disforico (il termine disforia – dal greco dysphoría, composto di dys = “male” e un derivato di phérein = “sopportare” – viene utilizzato per indicare un’alterazione dell‘umore in senso depressivo, accompagnato da agitazione e irritabilità) persistente o ricorrente della durata di ALMENO un mese, accompagnata da almeno 4 dei seguenti sintomi:
- difficoltà di concentrazione
- alterazioni del sonno
- affaticamento o mancanza di energia
- irritabilità
- preoccupazione
- facilità al pianto
- ipervigilanza
- previsioni negative
- disperazione
- bassa autostima o sentimenti di disprezzo di sé.
I sintomi devono causare disagio clinicamente significativo, o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti della vita, e non possono essere attribuiti ad effetti di sostanze, ad altre condizioni mediche o qualche altro disturbo mentale.
Nella maggior parte dei pazienti, i sintomi depressivi compaiono dopo quelli ansiosi.
Pensiamo ad una persona che soffre di attacchi di panico con agorafobia, e che nel tempo ha talmente aumentato gli evitamenti, da circoscrivere la propria vita tra le quattro mura domestiche. Probabilmente ha perso il lavoro, riducendo i suoi interessi ed impoverendo significativamente la sua vita sociale.
In una simile situazione è comprensibile, se non addirittura inevitabile, che la persona in questione cominci a sviluppare sintomi depressivi. Questi, a loro volta, interagiscono con i sintomi ansiosi, dando vita ad un circolo vizioso in cui i due disturbi tendono a mantenersi e a cronicizzarsi.
Per esempio, sintomi depressivi come la demotivazione e/o la passività, potranno aumentare l’isolamento della persona e diminuire la possibilità che questa affronti le situazioni che la spaventano, e questo impoverirà ulteriormente la sua vita, acuendo i sintomi depressivi.
Ma la depressione può svilupparsi anche come reazione soggettiva a disturbi organici come il diabete, la cardiopatia, l’HIV, l’invalidità corporea, il cancro o altre malattie terminali, con la conseguenza di aggravare il disturbo stesso, sia perché il paziente tenderà a non collaborare nella cura, sia per le conseguenze negative sul sistema immunitario.





















