La mente puo’ stare in un chip?

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In un’ epoca di grandi innovazioni tecnologiche appare più tangibile anche l’inarrivabile..

«In linea di principio si può descrivere ogni aspetto dell’apprendimento e dell’intelligenza con una precisione tale da permettere la simulazione con macchine appositamente costruite. Si cercherà di costruire macchine in grado di usare il linguaggio, di formare astrazioni, di migliorare se stesse e risolvere problemi che sono ancora di esclusiva pertinenza degli esseri umani».

È questo un passaggio della presentazione del seminario interdisciplinare che nel 1956 nel Dartmouth College nel New Hampshire (Usa) vide per la prima volta pronunciato il termine «Intelligenza artificiale». Termine coniato dal matematico americano John McCarthy.

Secondo le parole di Marvin Minsky , uno dei «pionieri» della materia, lo scopo di questa nuova disciplina era quello di «far fare alle macchine delle cose che richiederebbero l’intelligenza se fossero fatte dagli uomini». A quell’epoca, e sono trascorsi solo poco più di 50 anni, i calcolatori erano ben poca cosa. Fornivano prestazioni che oggi sono considerate ridicole ma sufficienti, nei primi anni Cinquanta, ad alimentare il sogno delle macchine intelligenti.
Un sogno che risaliva a molti secoli prima. In tal senso la storia ha inizio nel XVII secolo quando Blaise Pascal, scienziato, filosofo, scrittore inventa, per aiutare il padre nella gestione finanziaria della Normandia, la «Pascalina» macchina che esegue somme e sottrazioni.

Nasce il sogno delle macchine intelligenti, un sogno a due facce, come ha ben delineato il prof. Pietro Baroni nella sessione divulgativa che ha concluso Comma 2010 a Desenzano, vertice mondiale sulla teoria dell’argomentazione computazionale.

«C’è chi intende l’intelligenza artificiale come sogno di farsi forte, di ottenere risultati con macchine che realizzano attività di ragionamento tipiche dell’uomo, per farsi aiutare, per svolgerle in modo rapido e senza errori. Un esempio banale può essere il pilota automatico degli aerei. Ovvero c’è chi punta al sogno di replicare la mente con una visione più ‘forte che non ammette risultati progressivi: o è come l’uomo o non è intelligenza ( commento OPT: del tutto uguale all’uomo? Sarebbe capace di gesti efferati). Obiettivo che potrebbe condurre dal sogno all’incubo se le macchine intelligenti prendono il sopravvento come accade nel film Odissea nello spazio. Ci sono insomma due visioni: una di tipo ingegneristico e l’altra che punta a capire e riprodurre la mente».

La storia di questi primi 54 anni di studi sull’intelligenza artificiale passa dal gioco, dalle sfide a scacchi uomo-calcolatore ai giochi di valutazione fino ad arrivare alla pianificazione automatica che trova numerose applicazioni.

Ma le cose si complicano se si passa al linguaggio perché le sfumature ed i misteri della nostra mente sono innumerevoli così come i significati multipli, ambigui, sottintesi. Si lavora anche in questa direzione ma il traguardo appare ancora molto lontano.
La rappresentazione informatica di questo tipo di schemi di argomentazioni ha aperto molte prospettive: ragionamento flessibile, capacità del calcolatore di produrre conclusioni provvisorie e di cambiarle, dialogo costruttivo fra uomo e calcolatore e fra calcolatori.  Un altro lavoro sperimentale ha interessato il ragionamento medico, partendo dal problema di aggregare risultati di esperimenti per sintetizzare raccomandazioni di terapia e lo studio dei meccanismi utilizzati dagli esperti. «In conclusione non siamo ancora ai miracoli; non c’è il robot infermiere. Si va avanti nel sistema dell’intelligenza artificiale per prototipi, studi e nuove applicazioni. E la realtà concreta contribuisce – conclude il prof. Baroni – anche ad alimentare il sogno di una macchina che ragioni come l’uomo.

“In quanto all’Intelligenza Artificiale in campo medico ci auguriamo che le macchine mostrino solo la parte più strettamente cognitiva e competente dell’uomo, al fine di evitare i nefasti litigi in sala operatoria che hanno caratterizzato i recenti fatti di cronaca”

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Fonte: http://www.giornaledibrescia.it/pagine-settimanali/scienza/sfide-intelligenza-artificiale-ovvero-se-la-mente-e-in-un-chip-1.445397

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Dottore in Psicologia ad indirizzo Clinico e di Comunità, si è laureato presso l’Università degli Studi di Palermo. Esperto di Psicologia dell’handicap e della riabilitazione, relazioni familiari, valutazione Neuropsicologica e di Psicologia Cognitiva applicata alle tecnologie informatiche. Collabora con l’Università degli studi di Palermo e con strutture scolastiche, occupandosi di ricerca, progettazione, costruzione e sperimentazione di strumenti testologici e metodi inerenti l’area psicodiagnostica con particolare attenzione alla sistematizzazione armonica di batterie testologiche mirate alla valutazione delle abilità cognitive dei minori: Percezione, Relazioni spaziali, Comprensione Semantica, abilità Logico-Matematiche, Rappresentazione, Categorizzazione e Pianificazione. E’ responsabile dell’Osservatorio di Psicologia e Tecnologia (OPT)


avatar xhzv scrive:

e fu così che il mondo intero iniziò a venerare il marchio “adidas” come un dio per la sua frase profetica: nothing is impossible