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Cio’ che non uccide fortifica

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Di fronte ad un evento traumatico, a parità di gravità della tragedia che le ha colpite, ci sono persone che sembrano crollare completamente, altre che invece tengono duro e riescono perfino a diventare individui migliori. Da cosa nasce questa differenza?

Viene definita “resilienza”, la capacità di un individuo di ritornare alla vita normale, sia in senso materiale che emotivo e morale, dopo un evento o un periodo della propria vita drammatico e intensamente stressante. Letteralmente, la parola resilienza indica la capacità di un oggetto di riprendere la sua forma originaria dopo essere stato deformato. Per l’essere umano è più difficile tornare ad essere quelli di prima: da un evento traumatico si può uscire completamente a pezzi o addirittura rinforzati.

E’ veritiero dunque il detto che afferma “Ciò che non uccide fortifica”? Le persone che vivono un forte stress in seguito ad un lutto, una violenza, una calamità naturale, una separazione, sperimentano una scia di intense emozioni negative che possono includere forte rabbia, terrore o estrema tristezza. Alcuni rimangono intrappolati in queste emozioni negative, anche quando l’evento drammatico è passato da un pezzo. Le persone “resilienti” invece, riescono gradualmente a ripristinare un sano stato emotivo.

Nel prossimo numero della rivista Journal of Personality and Social Psychology, sarà pubblicato uno studio dal titolo “Ciò che non ci uccide: avversità cumulate nel corso della vita, vulnerabilità e resilienza”. Si tratta di una ricerca longitudinale condotta su un amplissimo campione per diversi anni, rispetto ad eventi negativi quali, serie malattie, violenze, lutti, stress relazionale, disastri come incendi, alluvioni, ecc.

Il fatto che una persona riesca ad uscire dalla crisi o meno dipende da un ampio numero di fattori:

– La profondità e la gravità della crisi;

– la struttura di personalità, la storia e la gravità della persona che subisce il trauma;

– il momento della vita in cui la crisi si verifica;

– la capacità della persona di prendere consapevolezza dell’evento e di dare un contenitore all’evento traumatico, in modo da poter riassestare il proprio sistema di valori e le proprie abitudini di vita intorno a quello che è accaduto;

– la presenza di un contesto e di una rete affettiva di sostegno.

Dunque un trauma non è dannoso in se stesso per la vita emozionale dell’individuo, ma può esserlo se la persona per le sue caratteristiche e capacità soggettive non è in grado di assimilarlo.

Un elemento interessante emerso dallo studio è il ruolo assunto da precedenti eventi traumatici nell’affrontare la nuova crisi. E’ vero che la presenza di gravi traumi precendenti al nuovo evento drammatico peggiorano le capacità di reazione dell’individuo, ma è stato riscontrato che  un certo numero di traumi precedenti di lieve gravità può aver fortificato la persona nell’affrontare la nuova crisi. L’assenza di precedenti traumi, infatti, sembra non proteggere l’individuo dal Disturbo Post- Traumatico da stress o da altre difficoltà psicologiche. C’è un punto di mezzo tra l’assenza e la presenza eccessiva di eventi negativi, nel quale il trauma sembra in grado di rafforzare la capacità di resilienza piuttosto che abbatterle.

Questo risultato non si discosta molto dalle ricerche del noto psicoanalista Rollo May, il quale studiò i bambini provenienti dai bassifondi statunitensi, che nonostante avevano subito gravi esperienze di abuso, negligenza, abbandono e rifiuto, non sembravano, nella maggior parte dei casi, manifestare problemi mentali seri. May aveva notato come questi bambini ricevessero un grande supporto emotivo dai loro vicini e dagli altri compagni che provenivano da un contesto simile.

Lo stesso è stato verificato in un altro studio condotto dai bambini soldato dell’Uganda, i quali pur vivendo terribili esperienze, conflitti violenti, mutilazioni e attacchi a civili inermi, non mostravano alti livelli di disturbi mentali (almeno quelli classicamente diagnosticabili con gli attuali sistemi di classificazione). Le caratteristiche individuali che sembravano associate ad un minore impatto del danno emotivo legato al loro coinvolgimento nelle azioni armate, erano la bassa esposizione a violenza domestica, un minor numero di pensieri di colpa, una minore motivazione alla vendetta, la provenienza da contesti socioeconomici più elevati e la percezione di un maggior supporto spirituale nelle loro famiglie.

Questi studi, suggeriscono che non necessariamente una persona che ha subito un trauma sarà danneggiata a vita. Crescere in una famiglia e in un ambiente stabile e sperimentare le normali frustrazioni e le piccole crisi che ogni persona vive, ci aiuta a diventare più resilienti e a sopportare i dolori che la vita ci può riservare. Non è indicato dunque iperproteggere i bambini e privarli di qualunque esperienza frustrante, perchè si tolgono loro gli strumenti per affrontare le crisi che la vita comporta.

E’ importante, piuttosto, puntare sulla stabilità familiare e sulla capacità del contesto di vita di sostenere le persone nelle difficoltà.

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