Già da alcuni decenni, attraverso l’azione svolta da alcuni studiosi (Maccacaro, 1972; Robertson, 1977; Cesa-Bianchi, 1979) è stato posto in evidenza che l’ospedalizzazione può comportare nel bambino gravissime ripercussioni sul piano psicologico e che l’entità di tali alterazioni è inversamente proporzionale all’età del piccolo ricoverato.
Durante il primo e il secondo anno di vita il bambino vive in stretto contatto con la figura di attaccamento, il più delle volte è la madre (Bowlby, 1969), e vive la malattia, il suo vissuto psichico, a seconda dell’atteggiamento tenuto dalla sua figura di attaccamento. Se il padre o la madre vivono con equilibrio la malattia, trasmettono serenità al bambino. Tra i tre-quattro anni il bambino ha maggiore percezione del proprio corpo, riesce a localizzare i propri disturbi, cosa imposibbile prima di questa età.
E’ importante per il bambino avere chiare e vere spiegazioni circa la malattia e il trattamento. Non si deve dimenticare che in questi casi non solo la malattia ma anche le misure terapeutiche possono essere vissute come un’aggressione. A partire dai sei-sette anni il bambino è circondato da una fitta rete di relazioni che si estende al di là dell’ambito familiare. Se si è sviluppato con armonia ed equilibrio, può vivere la malattia senza sensi di colpa, anche se però il suo pensiero resta sempre legato a problemi e situazioni concrete. Solo con l’adolescenza, periodo caratterizzato da una concettualizzazione più matura, sarà possibile la comprensione dei vari aspetti della salute e della malattia e dei processi ad essi correlati.
La malattia inevitabilmente provoca stress per il soggetto e quando si tratta di un bambino le difficoltà diventano ancora più ampliate. Questi eventi stressanti sono, ovviamente, vissuti in modo diverso dai singoli bambini. Il bambino non sempre comprende a pieno che cosa è la sua malattia, non riesce ad avere ben chiaro i tempi dell’evoluzione della malattia e non capisce la funzione degli interventi terapeutici, spesso spiacevoli.
La permanenza in ospedale senza il mantenimento di un contatto adeguato con la madre espone il bambino piccolo a due pericoli: il pericolo traumatico e il pericolo deprivativo.
Il pericolo traumatico, in cui lo shock derivante dall’allontanamento della madre può essere intollerabile per il piccolo, e può affliggerlo a tal punto da lasciare in lui sentimenti di insicurezza ed ostilità nei confronti dell’ambiente. Questi sentimenti possono accompagnarlo per un lungo periodo della vita, a volte per sempre (Edelston, 1943).
Il pericolo deprivativo, in cui separazioni dalla madre di considerevole durata come quelle che accadono in un reparto ospedaliero organizzato in maniera tradizionale possono dar luogo ad una privazione prolungata delle cure materne e indurre un grave impoverimento della personalità (Bowlby J., 1951; Robertson J.,1955; Lanslet, 1949).
Il bambino che entra in ospedale vive intensi momenti di sofferenza sia psichica che fisica. Il tutto è causato dalla malattia stessa e dal disagio fisico ed emotivo di cui non può capire la ragione. Un secondo motivo è dovuto al fatto di vivere un momento di brusca rottura con la sua vita abituale, in quanto vengono rapidamente variati ritmi e tempi quotidiani, condizionati dalla routine dell’ospedale, dalle limitazioni imposte dalla malattia: le persone, i luoghi e gli oggetti si trasformano attorno a lui.
Il bambino prova disagio, dolore e cerca delle motivazioni alla malattia. A questi sentimenti si aggiungono, se c’è una lunga degenza, sensazioni di ansia e di impotenza o di punizione. Se la malattia è un evento abbastanza normale nella vita di ciascun bambino, quello dell’ospedalizzazione, almeno per la prima volta, rappresenta un evento eccezionale, di natura del tutto particolare. A qualsiasi età ciò avviene, il bambino va aiutato ad integrare questa singolare esperienza con tutte le altre esperienze del suo vissuto. E’, in altre parole, importante che il piccolo riesca ad elaborarla sul piano cognitivo, a riconoscerla come propria e ad accettarla, anche in ciò che ha di doloroso.
L’ospedalizzazione rappresenta un’esperienza complessa perché costituita da più fasi successive, ciascuna delle quali richiede adattamenti specifici, fondamentali per l’integrazione dell’esperienza stessa da parte del bambino. Infatti, sia durante la fase che precede l’ingresso in ospedale, che durante quella di permanenza e quella di rientro a casa, il bambino va aiutato a capire che cosa gli sta per accadere, che cosa gli sta accadendo e, infine, che cosa gli è accaduto .
Uno dei possibili atteggiamenti difensivi messi in atto dai bambini malati è la regressione, vale a dire il ritorno alla dipendenza dalle cure materne. Oltre al pericolo di regressioni nel campo delle acquisizioni igieniche, motorie e del linguaggio, i bambini sottoposti a lunghi periodi di ospedalizzazione presentano manifestazioni di deterioramento della personalità quali infantilismo, egocentrismo, tristezza, indipendentemente dalla gravità della malattia che ha causato il ricovero .
I bambini possono, inoltre, sperimentare un deterioramento del sentimento di sé, e vivere la malattia come un fattore che svalorizza il proprio corpo, ora visto come debole e imperfetto. A tutto ciò si può aggiungere l’isolamento e l’allontanamento dalla realtà che possono finire per chiudere il paziente in un limitato mondo soggettivo.




















