L’uomo è un’entità formata da corpo e mente. Corpo e mente non sono separati ma sono parte l’uno dell’altra pur avendo essenze diverse. Diversificare nettamente psiche e soma nell’affrontare una patologia, è l’errore più grande, perché il corpo e la mente non sono separati ma sono parte l’uno dell’altra, aspetti diversi ma costitutivi di una totalità.
La medicina non è una scienza oggettiva, ma ha in sè anche qualcosa di artistico, in cui entrano in gioco non solo aspetti tecnici ma anche, e spesso soprattutto, aspetti umani. La persona malata non è solo il contenitore della malattia, ma un individuo che chiede aiuto per lenire non solo il malessere fisico di cui è affetto, ma anche il timore e l’ansia che esso provoca e che lo rendono ancor più fragile e vulnerabile.
Nella regressione indotta dalla malattia o dalla sofferenza si va incontro ad una situazione di lacerazione-disintegrazione dell’unità psiche-soma.
La prima reazione alla diagnosi di una malattia oncologica genera nel paziente una sensazione di cambiamento, cambiamento per la sofferenza fisica e cambiamento per la sofferenza psicologica; questo può provocare una sensazione di minaccia alla propria vita, paura di perdere il controllo di se stessi. Subentra un cambiamento dei ritmi di vita usuali dell’ammalato, il quale deve riconoscere di avere dei limiti che prima non aveva, questo potrebbe causare una paura di rimanere soli, di essere abbandonato e di non riuscire ad essere compreso da chi gli è accanto.
L’impatto con una realtà drammatica che proietta il soggetto in una dimensione completamente nuova che richiede una profonda riorganizzazione interna. Spesso la reazione è abbastanza violenta, configurando uno stato di shock con disturbi del sonno, derealizzazione, depersonalizzazione. In questa fase i meccanismi di difesa organizzati a far fronte all’angoscia sono rappresentati dalla negazione o da reazioni di tipo paranoide.
Spesso, i medici non sono pronti ad accogliere i vissuti connessi alla malattia perché troppo impegnati a profonde cure che negano lo spettro del dolore e della morte. Il rischio è che nella fretta di “curare” l’équipe non si “prenda cura” di emozioni e pensieri della persona che, relegati nel silenzio, diventano un macigno insopportabile. Né l’ammalato sente il diritto di poter chiedere uno spazio per l’ascolto del dolore della sua anima, perché si sente già “fortunato” che ci sia qualcuno che tenta di far guarire le ferite del suo corpo.
La prima reazione alla diagnosi è sempre uno shock, in molti casi segue la negazione della malattia. Ma è con la convivenza della malattia che l’ammalato diventa più cosciente, subentra la paura di perdere la propria integrità fisica o il controllo sulla propria vita o sulle proprie relazioni personali. Si attiva una ridefinizione di sé, un bilancio personale sulla propria vita, sulla propria identità, e questo può portare ad una crescita personale o a manifestazione psicopatologiche.
Affrontare tutto questo dipende da vari fattori, come la gravità della malattia e il tipo di terapia, se l’ammalato ha avuto esperienze in passato con la malattia, di un familiare ad esempio, dalla personalità dell’ammalato, e da chi gli sta accanto, se è solo o meno. Fondamentale è anche considerare in che fase del ciclo di vita si trova la famiglia, se ad esempio vi sono bambini o adolescenti, se si tratta di persone anziane o meno. Che tipo di relazioni affettive ci sono all’interno della famiglia, se nono solo i familiari sono presenti ma se ci sono anche rapporti amicali.
Molti pazienti tendono ad isolarsi, non fanno vita sociale, questo a causa di vari fattori, come la vergogna del proprio stato fisico, di essere considerati diversi. Al contrario, però, in queste situazioni la vita relazionale è molto importante, perchè potrebbe essere un valido supporto per questo percorso.
Il fatto che la parte del corpo colpita sia evidente agli occhi degli altri, immaginiamo ad esempio una mutilazione, rende l’immagine del soggetto indipendente dalla malattia, quindi il soggetto é riconosciuto come ammalato e privato di altri ruoli. La ferita visibile rende difficile all’ammalato l’elaborazione del trauma e la possibilità di accantonare la storia della malattia. Il soggetto deve usare modalità nuove e faticose per farsi comprendere che, peraltro, riducono la possibilità di esprimere i propri bisogni, pensieri ed emozioni lasciandolo solo in un dolore difficilmente condivisibile.
La manipolazione chirurgica del corpo comporta l’elaborazione delle modificazioni stesse e i relativi fenomeni di “lutto”. Quando una parte di noi muore (sia essa una parte strutturale-organica oppure sessuale estetica) si determinano modificazioni nelle relazioni, nei rapporti e nei campi emozionali (Eccles 1980). La modificazione chirurgica del corpo è un cambiamento radicale, invasivo, una realtà che provoca, come primo impatto un senso di spaesamento.
Una donna che scopre di avere un cancro teme di perdere ogni attrattiva sessuale a causa dei trattamenti faticosi a cui si sottopone. Una donna che è in età fertile ma non ha ancora figli pone la sua preoccupazione sulla sua fertilità, ovvero se è ancora in grado di avere bambini o meno. Le donne che già vivono il ruolo di moglie e di madre sviluppano l’ansia relativa alla preoccupazione delle sorti familiari con sentimenti ambivalenti: il senso di colpa perché non si è certe che l’ambiente possa reggere senza di loro; e l’angoscia che qualcuno possa sostituirle nel loro ruolo indispensabile.
L’ammalato si trova ad affrontare una realtà mutata e prova a dare un senso a ciò che gli è successo. Tale fase può essere concettualizzata come un momento di riflessione sul passato e sul tempo che resta da vivere, in un presente spesso privo di progettualità





















2 Commenti
Diversificare nettamente psiche e soma nell’affrontare una patologia,è l’errore più grande,perchè il corpo e la mente non sono separati ma sono parte l’uno dell’altra…….ripeto questa frase perchè molte volte mi sono sentita dire cio essendo io stata operata due anni fà.
Posso dire che è davvero difficile riconoscersi una patologia tale ed ammettere a se stessi di averla…io dopo due anni ancora non ci riesco…non è negare ma difficile… ancora oggi pronunciare il termine della malattia mi fà paura, non sò se riesco a farmi capire..
Leggere questo articolo per me è stato importante,mi dà la possibilità di capire che i momenti e le paure ke mi sono vissuta e che mi vivo tutt oggi quando faccio un controllo sono normali…..mi appartengono ancora queste paure oggi anche se sono molto più sfumate fortunatamente….
Questo scrivere a voi mi è di aiuto…grazie
Cara Wlenya, Grazie per la tua preziosa testimonianza
un caro saluto
Daniela