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Mamme assassine…per amore?

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In Sud Africa, una giovane madre ha strangolato i suoi due bambini con il filo di una caricabatterie per cellulare, nella sua testa come un “atto d’amore” per liberarli dalla sofferenza della vita. Per noi tutto questo è aberrante, ma è davvero possibile che una mente arrivi a concepire un tale atto come segno di amore?

Lo psicologo Lourens Schlebusch, studia e descrive i casi di genitori che hanno ucciso i loro figli convinti di compiere un “atto d’amore“. Nel caso che vi ho presentato, la ventisettenne Saziso Mtshali, è accusata di aver ucciso sua figlia Londiswa, 8 anni, e suo figlio Samkelo, 3 anni a Umlazi, in Sud Africa lo scorso giugno. Schlebusch ha descritto l’atto omicida come un “suicidio allargato” perchè la donna aveva cercato prima di uccidersi. Lo specialista ritiene che in quel momento la signora non fosse in pieno possesso delle sue facoltà mentali.

Durante il processo Mtshali ha raccontato che lei e i suoi bambini, vivevano con la nonna ad Hlabisa ed erano andati in visita al padre dei bambini per le vacanze estive. Nel disfare le valige, Mtshali aveva trovato una camicia femminile e l’aveva nascosta. Quando l’uomo ha notato l’assenza dell’oggetto, l’ha affrontata e ha cominciato a prenderla a pugni e calci davanti ai bambini. Il mattino seguente ha cacciato lei e i suoi bambini da casa.

Mtshali disperata, aveva trovato rifugio nella boscaglia e aveva passato la giornata pregando con i suoi bambini e “confortandosi a vicenda, coccolandoli”. Sua figlia le aveva detto che sarebbe stato meglio se tutti loro fossero morti. “Quando arrivò la notte” – ha affermato la donna – “decisi di mettere fine alle loro vite per prevenire ogni altro abuso e sofferenza, perchè il padre non dava loro nessun mantenimento”. Dopo averli strangolati, aspettò il mattino e si recò alla polizia per costituirsi. Anche se nella sua deposizione la donna non fa menzione del tentativo di suicidio, il dottor Schlebusch afferma nel suo report che  Mtshali aveva preso un cocktail di farmaci e droghe prima di compiere il terribile delitto.

Guidato dall’avvocato Pingla Hemraj, incaricato della difesa della donna,  Schlebusch ha definito il gesto come un suicidio allargato, nella forma di un “comportamento altruistico filo-suicida”. “La donna ha esteso la sua morte autoimposta a coloro che amava, perchè non vedeva nessuna speranza per sè e per i suoi cari. “ – ha affermato il dottore. Durante gli interrogatori  Mtshali era molto emozionata e continuava a piangere ininterrottamente. Lo psicologo è convinto che la donna sia seriamente depressa e che tenterà ancora il suicidio, che vada in carcere o meno. Questa donna è più un pericolo per sè stessa che per la società e ha bisogno di un trattamento per poter sopportare quello che ha fatto.

Lontana dall’essere una potenziale killer seriale, la sua storia mostra i patterns del rifiuto: è stata abbandonata prima da suo padre e poi dal padre dei suoi figli, lasciandole un senso di impotenza e disperazione e la visione di un futuro senza speranza. “In quel momento credeva davvero che l’unica soluzione possibile per lei e i suoi bambini fosse quella di morire. Non vedeva altre vie d’uscita.” – ha affermato Schlebusch. Secondo lo psicologo, la morte non è necessariamente un desiderio per le persone che si sentono così, ma piuttosto la fine delle sofferenze. Mtshali ha chiesto di andare in prigione per sentirsi punita e guarire. Il dottor Schlebusch rirtiene invece che debba essere inviata in un istituto psichiatrico per essere curata. La sentenza sarà nota a settembre.

Perchè raccontare una faccenda così lontana per spazio e cultura, quando ci son tanti casi analoghi in Italia? Perchè le storie di abbandono, di rifiuto e di violenza sono simili in tutto il mondo, anche nelle periferie delle grandi città occidentali che riteniamo governate dalla ragione.

Lungi da me l’idea di voler giustificare, ma è forte il desiderio che questi casi vengono affrontati nei loro aspetti psicopatologici e non solo come atti illeciti da punire. Solo così forse potremo provare a prevenirli.

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