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Delitti passionali: una tragica epidemia

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I telegiornali in questi giorni sono tristemente zeppi di casi di omicidi “passionali”, di cui donne di tutte le età rimangono vittime di uomini che affermano di amarle. Si può definire questa una forma di amore? Cosa succede nella mente di un uomo che decide di armarsi e colpire l’oggetto del suo desiderio?

A Cuneo un uomo croato di 30 anni uccide l’ex (24 anni)  e il suo nuovo compagno. A Mestre un altro trentenne uccide la fidanzata sedicenne, dopo un litigio. Sempre vicino Venezia, una commessa quarantenne viene uccisa a coltellate dall’ex-fidanzato. Una ragazza viene aspettata da un uomo conosciuto solo su Facebook in uno dei posti dove abitualmente passa con la bici e viene uccisa a sprangate. Tra Torino e Cremona un uomo uccide entrambe le ex fidanzate e poi si toglie la vita. Similmente un autotrasportatore 28enne si toglie la vita dopo aver ucciso l’ex. Tutto questo e molto altro è accaduto tra giugno e luglio del 2010, anno in cui le chiamate al Telefono Rosa sono salite del 5% per violenza sessuale e del 12% per stalking.

Ancora poche le possibili soluzioni. C’è di buono che le donne tendono di più a denunciare e sono molti gli sportelli in tutta Italia a cui possono rivolgersi per chiedere aiuto, ma la legge può fare ancora poco. In Piemonte, inoltre, vista l’alta incidenza dei casi, si è pensato di ripristinare lo sportello per l’ascolto del disagio maschile per prevenire questi delitti. Lo sportello risponde al numero 011.247.81.85 e rispetta il seguente orario: lun-mar, dalle 18 alle 19, merc-giov-ven dalle 12 alle 13).

L’identikit dell’assassino

I dati dell’Eurispes confermano che gli omicidi passionali violenti sono compiuti prevalentemente da uomini tra i 31 ed i 51 anni. Il 27% delle vittime è costituito dal coniuge, il 9% dall’ex. Sebbene nella maggior parte dei casi la vittima sia la donna “amata”, non mancano i casi in cui a farne le spese è il rivale in amore o presunto tale.

Come per tutti i comportamenti anomali, non esiste una singola tipologia di assassino, poichè il fenomeno va declinato secondo la struttura di personalità, la storia personale e i vissuti del soggetto. Il delitto poi può essere lungamente premeditato (come può accadere in una personalità paranoide), o agito in base ad un impulso irrefrenabile. In ogni caso, possiamo provare a delineare le principali caratteristiche psicologiche dell’aggressore.

Il movente principale in questi delitti sembra essere la gelosia, un sentimento che può essere declinato in vari  livelli:

– la gelosia come desiderio di avere per sè la persona amata;

– la gelosia che comporta controlli e verifiche sulla vita del partner;

– la gelosia ossessiva che spesso è causata da una proiezione della propria insicurezza nel rapporto o della propria infedeltà sul partner;

– la gelosia delirante, patologica, in cui la convinzione del tradimento è assoluta anche in assenza di prove.

Alla gelosia, si può aggiungere un secondo fondamentale movente, che è la fine della relazione.  Il sentimento di fallimento e di ingiustizia che ne deriva, secondo la personalità dell’abbandonato, può trasformarsi in disperata tristezza, isolamento e depressione, o in rabbia cieca, che può essere agita verso la persona “responsabile” della frustrazione subita.

In alcuni casi, il rifiuto della fine della storia può derivare dall’incapacità di sopportare la separazione, che può non svilupparsi nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Perdendo l’amore si perde anche se stessi, ecco perchè non si può lasciare andare l’amata. Alcuni delitti avvengono quando ci si sente respinti, per una persona che non ci vuole, o per un ex che rifiuta di rivedere la propria decisione. Uccidere l’amato dunque è l’unico modo per avere per sè l’altro, per negare la frustrazione del rifiuto, per punirlo per averci respinto.

A queste tipologie potremmo aggiungere anche il delitto d’onore, che fortunatamente il codice penale non riconosce più come attenuante, ma che è ancora diffuso in alcune realtà come forma di punizione per un tradimento o un torto subito e serve a salvaguardare l’ideale della propria mascolinità.

Psicopatologia del delitto

Ovviamente tutto questo avviene in un contesto di patologia, che spesso non è conclamata. “Era un ragazzo così a modo” – si sente dire dai vicini dopo un efferato delitto che nessuno si aspettava. Anche le motivazioni spesso sembrano banali, ma nella mente dell’assassino sono come i cerchi nel lago che si espandono sempre di più ad ogni sassolino lanciato.

La psichiatria classica tende inoltre ad associare i delitti passionali al disturbo borderline di personalità, sia per i suoi aspetti d’impulsività e di scarso controllo degli istinti, sia per le sue modalità simbiotiche con il partner, che oscillano tra idealizzazione e demonizzazione. Spesso si associa questo fenomeno anche alla depressione, come istinto di morte che uccide l’altro e contemporaneamente se stessi. Il disturbo paranoide di personalità, nelle sue inclinazioni più vicine alla psicosi, è sicuramente fortemente implicato in questi delitti: la paura di essere troppo vicini e di rischiare per questo la sofferenza, porta al desiderio di distruggere l’altro.

Non va dimenticato, infine, che il problema non risiede solo nel singolo, ma anche nella relazione. Incastri patologici, partners che non vedono la follia del compagno, o non la vogliono vedere, rischiano purtroppo di correre seri pericoli.


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