Rimango veramente colpita ogni volta che leggo i nomi e gli oggetti strani, classificati dalla psichiatria come fobie. Paura delle ginocchia, degli specchi, delle belle donne. Davvero siamo convinti che ognuna di queste fobie abbia bisogno di un nome specifico e di una cura mirata?
Tra le fobie specifiche, ce ne sono alcune molto note e diffuse come la claustrofobia (paura degli spazi ristretti), l’agorafobia (paura degli spazi aperti e affollati), o l’aracnofobia (paura dei ragni o degli insetti in generale). Altre sono veramente improponibili.
Qualche esempio?
- Acatartofobia: paura dello sporco e per la polvere
- Amaxofobia: paura di guidare
- Catisofobia: paura di sedersi
- Cimofobia: paura delle onde del mare
- Caligynefobia: paura delle belle donne
- Courlofobia: paura dei clown
- Cromatofobia o cromofobia: paura dei colori
- Cyberfobia: paura del pc
- Dendrofobia: paura degli alberi
- Eufobia: paura di sentire buone notizie
- Fagofobia: paura di mangiare
- Gimnofobia: la paura di essere nudi o del nudo altrui
- Genufobia: paura delle ginocchia (anche dlle proprie)
- Globofobia: paura dei palloncini
- Gonofobia: paura degli angoli
- Ithyphallofobia: paura del pene eretto
- Lachanofobia: paura del minestrone
- Nefofobia: paura delle nuvole
- Philematofobia: paura dei baci
- Pteronofobia: paura delle piume
- Quionofobia: paura della neve
- Tafofobia: paura di venire sepolti vivi
Se è vero che queste improbabili fobie possano aver afflitto nella storia uno o più individui, mi rifiuto di pensare che la comunità scientifica possa accogliere l’idea che ognuna di esse sia una patologia a sè e che pertanto richieda un nome, una classificazione nosografica, una cura specifica. La paura di essere nudi o di vedere il pene eretto, và curata in quanto tale o rispetto al significato che essa può avere nella storia, nella vita relazionale e sessuale e nella struttura di personalità di chi ne soffre?
Con questo post mi rivolgo sia a chi soffre di una fobia specifica e finisce per evitare tutti i luoghi che possono anche solo lontanamente evocare l’oggetto della paura, sia a chi le cura e a chi fa divulgazione scientifica. Le fobie non sono che sintomi di un disagio più grande a cui l’oggetto della paura si richiama in modo metaforico, fantastico, emotivo e comunque in ogni caso soggettivo. I sintomi non vanno curati in quanto tali (altrimenti basterebbero i farmaci, perchè investire nelle psicoterapie?), ma come punta dell’iceberg di qualcosa che sta dietro e và portato alla luce.






















