Lavorare nelle scuole con i bambini con bisogni speciali può essere una sfida appassionante ma complessa. Non solo per le difficoltà che si possono trovare nel lavorare con il bambino stesso, ma anche per la gestione del rapporto con i genitori, con le insegnanti, con il gruppo classe, con le leggi e le istituzioni. Eppure l’integrazione è una necessità di vita per i nostri bambini speciali.
Molti sono gli ambiti in cui un insegnante di sostegno o un educatore scolastico possono trovarsi a lavorare: dalle difficoltà di apprendimento, ai deficit dell’attenzione, all’iperattività, ai problemi comportamentali, alle disabilità sensoriali, al ritardo mentale. Tutte queste difficoltà, molto diverse tra loro, presentano bisogni educativi completamente differenti, che richiedono un lavoro individualizzato.
Per saper rispondere a questi bisogni sono necessari, un buon intuito, una certa capacità di osservazione (il cosiddetto occhio clinico) e tanta formazione, per conoscere la letteratura e le tecniche sempre più numerose e avanzate che la scienza mette a disposizione. Non è sufficiente l’amore per questo lavoro, dunque, ma è indispensabile la preparazione e possibilmente il supporto di un’equipe di lavoro che sia in grado di vedere il problema da diverse angolazioni.
Il primo passo è sicuramente l’osservazione delle capacità del bambino che deve essere svolta secondo alcuni parametri, magari utilizzando dei metodi standardizzati. Il vostro compito non è fare la diagnosi, che vi può essere fornita dalla scuola. Conoscere il disturbo del quale il bambino soffre e studiarne i sintomi, le caratteristiche, le problematiche che comporta, vi può fornire un’idea realistica delle capacità del bambino. In questo può esservi molto utile leggere tutti i documenti del ragazzo e confrontarvi con le altre figure professionali che si occupano di lui, come fisioterapisti, logopedisti, operatori domiciliari, psicologi, assistenti sociali, medici di famiglia, pediatri. In questo modo capirete cosa il bambino può o non può imparare, per rendere il lavoro meno frustrante.
Con questa consapevolezza potrete osservare le abilità del ragazzo e stimolare quelle deficitarie (laddove questo porti a dei risultati concreti ovviamente) o incentivare le risorse che il bambino possiede ma che non sono sviluppate. La classica “zona di sviluppo prossimale” di Vygotskij. Nell’osservazione potete aiutarvi con alcuni strumenti utilissimi e facili da applicare, come il metodo Portage o il Potocollo TEACCH. Questi metodi sono molto semplici da usare anche per i genitori.
Una volta terminato il periodo di osservazione e fatta una valutazione delle aree su cui lavorare, è fondamentale creare un piano educativo individualizzato, specifico per quel bambino, con obiettivi chiari e verificabili e la descrizione delle precise modalità di lavoro. Non è sufficiente indicare: “Imparare a scrivere i numeri.” Bisogna precisare quali numeri, in quanto tempo, in che modo gli verrà insegnato. In questo vi può aiutare molto la task-analysis, cioè l
a suddivisione di ogni obiettivo in sotto-obiettivi che descrivono singole azioni semplici. E’ necessario che il progetto educativo sia messo per iscritto in modo chiaro, affinchè le altre insegnanti o i genitori stessi possano consultarlo per riproporre le vostre stesse modalità educative, in modo da dare continuità e coerenza all’intervento.
L’improvvisazione è assolutamente vietata. Se non programmate gli interventi, risparmierete tempo all’inizio, ma alla lunga vi renderete conto di aver sprecato il vostro lavoro. Ovviamente questo non significa non poter essere creativi, ma la vostra inventiva va canalizzata in interventi sistematici e coerenti. Durante il lavoro, si possono ovviamente rimodulare obiettivi e metodologie per renderli più efficaci e adatti al bambino.





(4 voti, media: 8,25 su 10)















